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  • Moonspell: Memorial

    Moonspell

    Data di uscita: 24-04-2006

    Loudvision:
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I Moonspell del XXI° Secolo

Chiuso il contratto con Century Media, i Moonspell si affidano – come i loro colleghi Type O Negative – alla potente label tedesca SPV. E interrompono la stasi durata tre anni, di cui ben due dedicati al tour mondiale di “The Antidote”, con “Memorial”. Il momento della carriera è quello dell’apice della maturità, lo studio è lo stesso dei primi gloriosi lavori, il ritorno al passato era presagibile sin dai primi annunci. E quindi, come verrà ricordato “Memorial”?
Iniziamo con la produzione: l’ampia varietà di frequenze, tra sintetizzatori e chitarre, la varia e ricca gamma sonora, tutto di questa lussuosa opera è udibile e godibile; i Woodhouse studio di oggi sono capaci di ricreare un muro del suono notevole, mantenendo sempre il perfetto mix tra vari strumenti, integrando effetti e tastiere pieni ed atmosferici con chitarre roboanti, taglienti, aggressive, con bassi caldi e percussioni palpitanti. I Moonspell gongolano, e cominciano a vogare verso la strada giusta, ritornando al gothic metal, modernizzandolo. Non come dei post-cursori di un passato inimitabile, ma come degli esperti esploratori, padroni della loro storia, curiosi di implementare le, oramai, notabili evoluzioni di stile e di sound che il metal ha subito negli ultimi sei anni. La ritmica corposa, tagliente ed aggressiva è un motore di riff incessante, molto spesso tirata, più che nel tiepido ed inconcludente “The Antidote”. Gli assoli denunciano quel buon gusto e bravura tecnica che tanto erano importanti una decade fa. L’atmosfera è drammatica ed a tratti cinematica, grazie sia ai campionamenti che alle atmosfere; e come quei bei album gothic metal di tanto tempo fa, abbiamo l’intro strumentale e tre interludi, ed il classico finale ad effetto nella traccia nascosta. Ma i Moonspell arrivano finalmente a togliersi l’indole scolastica di dosso, quel cancro di immobilismo, di rullata o riff ben fatto e niente più, che aveva abortito ogni intento nel predecessore. Il combo lusitano si fa viscerale, sin da “Finisterra” preannuncia grondanti atmosfere sanguigne. Parti tirate in contrasto con momenti sincopati, un trascinantissimo ritornello che sfocia in aperture atmosferiche di notevole gusto cinematico, e dalla melodia sicuramente notabile. Niente brividi ancora, ma piacevoli ed assimilabili sorprese che si stampano nella mente senza spegnere il desiderio di riascoltarle. “Memento Mori”, che continua parzialmente il discorso intrapreso dalla traccia precedente, ha un inizio difficile che sprofonda in un riffing sotterraneo, che mette sempre in luce il growl di Fernando Ribeiro, tornato ai fasti di “Under The Moonspell” e “Wolfheart” (dimenticando quelli che erano gli orrori di pronuncia di allora); la canzone suona maledetta, il chorus permette alle liriche sia di deflagrare, sia di terminare in un letto acustico di arpeggi, con accenni intimistici sottovoce. Si nota ancora, sopra alle altre, violenza velata di classe nella cruenta “Upon The Blood Of Men”, curata nell’introduzione, animata e tagliente come un brano dei Samael di “Passage” talvolta, talora teatrale e percorsa da scudisciate lente e potenti.[PAGEBREAK]Anche “Sanguine”, esordiente con un notturno arpeggio e voce intimistica ispirata, ipnotizza in sogno per poi farsi incendiaria, critica ed interessante; è qui che si può notare l’uso più impreziosito delle tastiere, della voce gotica sorretta da chitarre distorte che giocano con piani dimensionali sconcertanti, portando a vertigini progessive, cambiando i centri tonali in modo completamente inaspettato. Senza far torto alle altre composizioni, citiamo come pezzi particolari ancora “Luna”, che evoca l’easy listening di “Irreligious” per il duetto con voce femminile, e la conclusiva “Best Forgotten”, per niente lusinghiera alle orecchie dell’ascoltatore o ruffiana quanto una “Full Moon Madness”, ma rocciosa, distorta, con qualche stacco acustico che porta in crescendo con il fine lavoro delle chitarre e dei piatti, all’articolata e fitta trama che rappresenta il cuore della canzone. Il ritronello spalanca come un abisso profondissimo, quasi suggerendo l’idea che i Moonspell abbiano imparato qualcosa dell’arte della violenza metal dai Dimmu Borgir, ma a modo loro.
“Memorial” si conclude con una traccia nascosta che tra canti di lupi e suoni notturni ammicca decisamente a ciò che i Moonspell erano prima di “Sin”. Ma non rinuncia né alla modernità dello stile antico, né alle astuzie espressive che il gruppo lusitano ha accumulato in tredici anni di esperienza. Il fatto d’esser in grado di mandare a casa la gran parte della scena gothic odierna può sembrare un atto dovuto, ma il numero interminabile di fallimenti conseguiti dai maestri del settore consegna i Moonspell alla schiera dei vincenti. Ed anche questo non era affatto scontato.
Infatti i Moonspell del 2006 sono una delle formazioni più mature, fresche ed in forma; hanno per anni vissuto con pregiudiziale appoggio della stampa e dei fans anche nei momenti della deriva; hanno potuto contare su una critica non feroce, che ha perdonato loro gli errori e gli ha conferito sempre quella professionalità che, a differenza di molti, loro possono vantare. Ora hanno riscattato il credito, hanno reso giustizia a quanti hanno avuto fiducia in loro. Un disco notevole, un album vincente, capace di durare nel tempo, un capitolo più che ottimo nella scena del gothic, realizzato tecnicamente al limite della perfezione, un limite che, credo, all’inizio delle registrazioni nemmeno loro avrebbero ottimisticamente immaginato.

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