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  • Morgion: Cloaked By Ages, Crowned By Earth

    Morgion

    Data di uscita: 14-07-2004

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Caolavoro di doom e melodia folk

“Doom is slow”. Un ritornello che, a volte ironicamente, descrive la gestazione dei lavori che escono sotto questa etichetta di genere. Per i californiani Morgion è stato così, ogni lavoro ha avuto un suo iter, meditato e pazientemente portato a termine. Il gruppo che si fece notare per i suoi “Among Majestic RUin” e “Solinari” con la Relapse, rientra nella scena con un sound nuovo, dall’atmosfera influente e potente, un doom lento e claustrofobico incastonato in acustica-folk e ambient. Artisticamente i Morgion raggiungono livelli da distinzione vera e propria, riuscendo nell’impresa di produrre musica che, pur nei tempi lunghi che si prende per esprimersi, non stanca mai. Le canzoni sono strutturate in movimenti distinguibili, e ognuno di questi si riversa nell’altro generando una struttura mai simmetrica; per certi versi, l’ascolto di “Cloaked By Ages, Crowned By Earth” mi dà la sensazione che dischi come “Blackwater Park” e “Deliverance” abbiano in qualche modo avuto un’influenza nel songwriting dei Morgion.
L’intro “Cloaked By Ages” è un informe crescendo di suoni che si getta nel riff iniziale di “A Slow Succumbing”, la quale subito mostra chitarre elettriche distorte, poderose, funeree, che accompagnano la cadenza del cantato growl, molto basso e potente; allo stesso tempo la dolcezza degli accordi suonati rivela la carica sentimentale della musica dei Morgion. Contribuiscono senza dubbio a questo i giri di accordi che si fanno strada infittendo il discorso musicale fino agli inserti di clean vocals, che conducono a loro volta ad una lento ambient-folk senza percussioni, senza tempo, che apre spazi intimi violentati poi dal ritorno del doom con riff sempre più massicci. Gli stop dopo i momenti violenti, la rinascita del suono dall’apparente silenzio, e gli arpeggi che lentamente fanno ricrescere l’atmosfera insieme alla voce pulita, danno vita ad un minimalismo pregno di significato, ad un costrutto musicale solido e, chi dice di no: collaudato, nondimeno efficace.[PAGEBREAK]“Ebb Tide” si articola nelle docili parti di tastiera, basso e chitarra acustica, due movimenti ognuno col proprio giro melodico ripetuto ricorsivamente, che rinasce e muore continuamente, fino a immergersi nel lento finale di cinque minuti, quasi del tutto ambient-acustico. “Trillium Rune” ne mantiene il mood, adombrando però la tranquillità con note di attesa e tensione, sottolineate dalla batteria che nervosamente applica variazioni sottili nei battiti. Segue quindi “The Mourner’s Oak” che accoglie dapprima l’ascoltatore con delicatezza, trasportandolo poi in un crescendo emozionale in cui tastiere meravigliose lavorano sul refrain e sulla voce pulita. Un brano sincopato, a modo suo, con tratti umorali instabili di malinconia e lugubre tenebrosità. Le percussioni ripartono con tastiere luttuose a sorreggere l’atmosferico inizio di “Cairn”; non si tarda tuttavia a ritrovare una dimensione più stabile e malinconica, accorata, dove growl e clean vocals coesistono fra tempi e melodie meditative, e ritornelli che dispiegano la carica emotiva del pezzo con abilità. Queste, in definitiva, sono le cifre stilistiche dei Morgion.
Che lasciano un solo rimpianto, forse: l’assenza di un vero slancio con trasporto, di un momento in cui la musica o il cantato lancino dei brividi di emozione, anche se con “She, The Master Covets” si va molto vicini. Rimane per le mani un disco pregno di forte carica sentimentale, e uno show di vocazione artistica indiscutibile per un gruppo che esprime il proprio mondo interno con le più fini arti del doom e della melodia ambient-folk. Cinque anni di assenza sono stati impiegati per un grande lavoro. Lode e onore.

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