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Morte di una nazione

Per Davide Ferrario l’Italia è come la Violetta Valery del terzo atto della Traviata di Giuseppe Verdi: a un passo dalla morte, si aggrappa all’ultimo acuto come a un disperato, inutile sussulto vitale.

Fratricidi, incapaci di vere rivoluzioni e sempre pronti a nascondersi in un passato spesso fasullo ma rassicurante, gli italiani raccontati in “Piazza Garibaldi” – il documentario presente alla 68. Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Controcampo Italiano – appaiono completamente inadatti a progettare il futuro.

Il viaggio di Ferrario lungo lo Stivale tocca i luoghi della xenofobia leghista, incontra i neo-borbonici ancora inferociti col Piemonte di 150 anni fa e prende in prestito le parole di Giacomo Leopardi, Ippolito Nievo, Alberto Savinio, Umberto Saba, Luciano Bianciardi e Giuseppe Cesare Abba per raccontare i drammi del Paese di oggi, tra mafia, razzismo, abusi edilizi e una memoria storica costantemente a rischio.

Dopo una partenza un po’ confusa che sembra prendere una scialba strada celebrativa, il film gradualmente cresce, mette nel calderone una gran quantità d’argomenti e non su tutti riesce a offrire un punto di vista che non sia soltanto rispettoso ascolto dei fatti e delle persone.
Se “Piazza Garibaldi” ha un merito è il sapersi prendere la responsabilità di avanzare delle ipotesi, verificarle e giungere a una conclusione: Ferrario chiude il film portandoci a teatro, invitandoci a rispecchiare la nostra identità di nazione in quella della morente Violetta. A teatro, sì, perché «gli italiani preferiscono la rappresentazione e lo spettacolo alla vita reale».

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