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Mostra del Cinema di Venezia 2009: Com’è triste Venezia

“Com’è triste Venezia soltanto un anno dopo”, cantava Charles Aznavour. Ma se alla Sessantaseiesima lo cantassero i cinefili? Inutile negare, i paragoni ci sono sempre stati con la rassegna precedente, e l’abitudine non si perderà di certo quest’anno.
Il festival prosegue sfornando pellicole che sembrano non esaltare nessuno. Le file al botteghino sono tutte per merito della Pixar e ad ogni titolo italiano la critica storce il naso. I red carpet non sono stati infuocati da tante stelle, neanche i party notturni brillano di luce propria. Una rassegna senza infamie e senza lodi, si direbbe finora. Non abbiamo ancora scritto del capolavoro giunto al Lido, ancora nessuno stupore né in concorso, né nelle tanto attese sezioni parallele, a partire da Orizzonti fino alle autonome Settimana Della Critica e Giornate Degli Autori.
Se la sessantaquattresima era stato l’anno del cartellone pieno zeppo di Hollywood e la sessantacinquesima l’anno delle sorprese, stavolta ci tocca ricordare i fasti del passato, anche di quel passato che non ci aveva soddisfatto in sala.

Si sa, i film vanno metabolizzati e in una kermesse piena di chiacchiere occorre ancora più tempo per giungere alla colonna portante dell’opera. Ora tocca a tutti fare attenzione a dove andare, onde evitare di perdersi tra i nuovi spazi della Mostra. Il direttore Müller resta il più elegante, col suo guardaroba stile orientale da sfoggiare alla presentazione dei film che più prende a cuore. La Villa degli Autori ci delizia con i suoi aperitivi e lo sponsor Nastro Azzurro rende tutti meno sobri, un piccolo aiuto per andare avanti nella terra dei Leoni.
Poco caldo (quest’anno il vento partecipa alla festa) e poca sete sono la condizione ideale per godere di una vacanza culturale, ma il pubblico in laguna che ne pensa? Tutti troppo impegnati a lamentarsi dei prezzi dei bar? Ma no, Venezia è altro. È la culla della cultura cinematografica di noi italiani, è la punta di un iceberg che congela divi e pellicole. È la città che tutti adorano, dove ogni regista ambienterebbe il proprio film. Venezia è la Mostra, ed ogni anno cambia faccia. Il 2009 ha un volto non sorridente, un’aria cupa che scurisce le luci dei riflettori e che si fa respirare a fatica. È così per tutti i nostalgici, non c’è dubbio.

Proviamo ad inseguire il filo rosso che unisce le pillole quotidiane e siamo condotti dritti dritti all’insoddisfazione. Videocracy e il caos che ha scatenato non è un episodio isolato, al suo rumore segue quello del documentario Di Me Cosa Ne Sai, intento a dimostrare quanto la libera comunicazione sia sempre un ingrediente mancante nel Bel Paese. Case di produzione rinchiuse in vere e proprie sette, media coi paraocchi e pubblico messo a zittire dai successi da multisala. Un mix letale che conduce alla fossa nera della solitudine, quella portata al Lido in versione animata da Metropia di Tarik Saleh. Una condizione snervante che in Persécution trova una soluzione nell’infelicità, questioni di scelte che la Comencini racconta ne Lo Spazio Bianco e che Hillcoat porta all’esasperazione in The Road. La comunicazione che prende il posto della fede – quella scritta con sarcasmo in un eccellente Lourdes di Jessica Hausner – è il perno di una tematica che abbraccia i Leoni e ci accompagna nelle sale fin dall’inizio della rassegna. Potrebbe essere un aspetto della crisi economica con cui fare i conti. Potrebbe. Ma la verità è che si teme la crisi delle coscienze, cinefili compresi.
Venezia è triste, bisogna ammetterlo. Ma tristi sono stati i più grandi poeti, i più tormentati degli artisti. Triste è la sessantaseiesima, quindi per il capolavoro si può ancora sperare.

Buon proseguimento!

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