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Mostra del Cinema di Venezia 2009: Miss Sixtysix

Nella smorfia napoletana il numero sessantasei rappresenta “le due zitelle” e squadre di esponenti della new age dello Stivale sbarcate all’Hotel Excelsior sono già al lavoro per individuare chi siano le due donne in questione. Una teoria azzarda la coppia Italia/cinema italiano, ben avviati ad una decadenza generalizzata senza possibilità di ritorno, ad una apatia da routine quotidiana. Purtroppo la congettura si rivela subito debole, per il semplice motivo che né all’Italia, né al suo cinema proposto al Lido quest’anno, si addice il titolo di zitella, specie a guardare come torni ad emergere il flavour erotico, con il buon Marco Müller che sdogana il maestro Tinto Brass nella rassegna “Questi fantasmi 2″. Di zitelle, insomma, neanche l’ombra.

Ulteriori esperti appositamente consultati propongono il duo Mostra/Venezia: in fondo lo abbiamo già sentito e letto, che la Mostra ormai è vecchia, ha fatto i suoi anni e non è più in grado di competere con Cannes e pure con Berlino, evento in costante crescita, al contrario di quello italiano. La città, poi, che già di suo gode dell’immagine di attempata e altera signora, non pareva ultimamente troppo interessata a preoccuparsi del Festival, dati prezzi di pernottamento e ristorazione inaccessibili, la mancanza di strutture adeguate – particolari che certo non incoraggiano gli spettatori, specie dopo l’onda di piena della Crisi (un mostro tipo “La Cosa”, a nominarla, da puro disaster movie).

Anche qui, però, qualcosa non convince, non ci siamo, la confutazione è fin troppo facile: abbiamo un direttore al sesto anno consecutivo alla guida della Mostra, timoniere, per giunta, le cui scelte si sono generalmente mostrate all’altezza. Basta guardare al programma, che quest’anno spicca per varietà (mai così tante nazionalità dal 2004, ben 25), temi e categorie (si aggiunge “Controcampo italiano”), senza tralasciare registi di primo livello, anche per quanto riguarda gli incassi: Fatih Akin, Werner Herzog, Michael Moore, Giuseppe Tornatore (che aprirà la Mostra con “Baarìa”), Steven Soderbergh, Oliver Stone, Peter Greenaway, solo per citarne alcuni. Ristorazione e alloggi sono stati (a quanto ci dicono) migliorati e quest’anno si dovrà anche convivere con il cantiere del nuovo Palazzo del Cinema, atteso da anni e che dovrebbe essere completato per il 2010.

In tempi di crisi, insomma, pure i negromanti sono inaffidabili (o forse la new age si è ossidata), e noi non abbiamo altre proposte razionali da abbinare alla smorfia, almeno per ora. Quel che si nota è che, se questa sarà la prima Mostra che dovrebbe teoricamente risentire della crisi economica mondiale, le risposte cinematografiche sembrano particolarmente variegate e promettenti. Le sezioni “Settimana della Critica” e “Giornate degli Autori” si riconfermano come buoni avamposti cinematografici, soprattutto per i documentari: con “Videocracy”, ad esempio, si affronta il tema del potere mediatico/televisivo in Italia, mentre “Villalobos” si muove in tutt’altro universo, e presenta al pubblico la vita dell’omonimo DJ, conosciuto nelle discoteche di tutto il mondo.

E quindi non resta che immergersi nei prossimi giorni di cinema in una Mostra che sembra aver ben digerito la concorrenza della Festa del Cinema di Roma, metabolizzato la crisi economica e fatto da palco per le proteste alle riduzioni delle sovvenzioni al FAI. Insomma, dopo tutta questa fatica e tutti questi risultati, ora dovrebbe esserci il tempo per godersi in tranquillità del buon cinema, sedersi in una sala buia, e guardare ammaliati quel caro, irresistibile rettangolo illuminato.

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