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Mostra del Cinema di Venezia 2010: Goodbye Venice

Stanno per spegnersi i riflettori qui al Lido, tra i lavori di scavo, in corso ancora chissà per quanto, e i Leoni che fanno da guardia all’entrata del Casinò, attrazione per le foto ricordo dei turisti a caccia di vip. Cosa rimane, a parte queste due immagini francamente desolanti?
Sicuramente, l’immagine dei ragazzi (quelli con gli zaini contundenti di cui parlava la Aspesi) che a tutte le ore del giorno e della notte, sotto il nubifragio dei giorni scorsi, sono rimasti ordinatamente in coda, accumulando ore e ore di sonno arretrato pur di non perdere il film di mezzanotte.
È la generazioni dei cinefili, che resiste all’appiattimento culturale del nostro paese. È il vero cuore pulsante della kermesse, l’anima, quella per cui una Mostra d’Arte Cinematografica ha ancora senso.

Venezia subisce la forte concorrenza di Cannes, che da vetrina glamour ha acquisito maggior richiamo internazionale, forse più di Venezia; e poi il Berlino Film Festival, trampolino di lancio dei più promettenti cineasti della nuova leva. La Mostra di Venezia non brilla quanto Cannes per mondanità, ma è più indipendente in nome dell’arte. È libera dal pressing delle industrie cinematografiche, ma schiacciata dalle ingerenze della “politica” cinematografica nazionale, che ogni anno porta al festival tre, quattro film italiani che suscitano polemiche piuttosto sterili e qualche imbarazzo – risuonano ancora i fischi alla proiezione stampa de “La Solitudine Dei Numeri Primi” di Saverio Costanzo, e le fughe di massa dalle tre ore e venti di “Noi Credevamo” di Mario Martone. Una Mostra che ha ospitato autori apprezzati a livello internazionale, dai quali ci si aspetta ogni volta il capolavoro: Coppola, Aronofsky, Kechiche, De La Iglesia, Hellman. Ora, il problema non sta nel fatto che il meglio della cinematografia mondiale stenta a sbarcare al Lido. Il problema, forse, è più generale. Il cinema meno convenzionale, che riesce a presentarsi prepotentemente come innovazione del linguaggio cinematografico, per cui vennero premiati registi come Dreyer, Kurosawa, Resnais, Antonioni, che automaticamente entrano nella storia del cinema, sembra stentare negli ultimi dieci anni. Si stenta cioè a trovare un film che sia davvero un’altra visione, che risulterà forse ostica al pubblico non festivaliero.

Non a caso l’edizione del 2008, quella di “The Wrestler” di Aronofsky vincitore, di film “ai limiti”, per ritmo narrativo e regia, come “Gabbla” di Tariq Teguia, vide la fuga del pubblico. Bisogna dunque interrogarsi sulla conciliabilità di arte e narrazione, perché da qualche anno a questa parte sembra che le due cose siano inconciliabili, perché la narrazione convenzionale viene percepita come sinonimo di emotività, ed ha facile presa anche sul pubblico festivaliero. Se è il festival che comincia a rincorrere le grandi produzioni, soprattutto americane, che coniugano commercialità e arte, qualcosa è cambiato.

Negli anni ruggenti i film di Visconti e Buñuel portavano in Mostra il glamour della Cardinale e della Deneuve, ma erano anche dei capolavori. Oggi raramente un film con grandi attori di richiamo, come gli aficionados del lido George Clooney e Brad Pitt, fa gridare al capolavoro. L’industria cinematografica si è globalizzata, per cui a spiccare sono o le grandi personalità geniali che
vanno controcorrente, come il presidente di giuria Quentin Tarantino, o gli autori di cinematografie remote, come quelle orientali.
Attendiamo dunque che la Mostra futura sia più coraggiosa, capace di “coltivare” nuovi talenti, rinunciando magari a qualche nome di richiamo, a tutto vantaggio di una visione che non rientri in nessuna categoria, se non in quella del realismo, inteso come smascheramento dei punti di vista dominanti.
E per farlo non c’è mezzo più potente dell’arte.

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