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Mostra del Cinema di Venezia 2010: Lo spirito del tempo?

Roma, 29 luglio 2010: conferenza stampa di presentazione della 67ma Mostra del Cinema di Venezia.
La sala del Westin Excelsior di Roma, come ogni anno, fa registrare il tutto esaurito.

È un evento atteso per tanti motivi: il festival attraversa una fase di transizione strutturale e la costruzione del nuovo palazzo del cinema ne è una metafora autoevidente. Siamo nel mezzo di una discussione organizzativa (il rapporto tra produttori e autori), istituzionale (il valore dell’investimento pubblico in cultura e arte) ed economica sul ruolo e sul futuro dei grandi eventi legati al cinema. Nel frattempo c’è un’edizione da preparare e nei mesi scorsi molti rumors hanno accostato i nomi di Terrence Malick, David Fincher e George Clooney (con “The American” girato in Abruzzo da Anton Corbijn) alla kermesse veneziana.

Paolo Baratta, il Presidente della Biennale, apre la conferenza stampa con una notizia: a causa del rinvenimento di amianto il completamento dei lavori per il nuovo palazzo del cinema slitterà alla primavera del 2012 (un anno dopo). Tutto il suo intervento è all’insegna della parola sobrietà: abbiamo contenuto al massimo i costi del festival, che sfiorano 12 milioni di euro (di cui 10 per le spese vive), quindi stessa sigla, stessi allestimenti, e cene istituzionali a buffet (?!). Il mio vicino di sedia, che non l’hai mai sentito parlare, mi chiede se anche a me Baratta sembra infastidito, nervoso. No, è il suo modo di fare, è il modo di fare di chi è costantemente sulla difensiva perché sa che il suo operato non sarà valutato in base al successo delle iniziative della Biennale ma verrà giudicato politicamente, in base al colore delle relazioni che metterà in campo. Quindi è meglio sorridere poco e non trattare mai nessuno come amico.

L’intervento di Marco Müller è una svolta nel registro comunicativo. Il direttore del festival è abile nel situare la Mostra del Cinema di Venezia nel solco di questa idea di innovazione: “visto che il fiume si era spostato di qualche metro, abbiamo modificato la mostra per riportarla nella nuova ansa” certi che il cinema, maggiore responsabile del declino dell’ “aura” dell’arte moderna, sia ancora un contesto, tra le arti tecniche, in grado di esprimere un’incontestabile supremazia simbolica perché rinnova continuamente il racconto di uno spazio/tempo. Riagganciandosi proprio a Walter Benjamin, Marco Müller dice che i programmi di Venezia 67 sono la sua risposta alla domanda se esista ancora l’aura cinematografica.

Una mostra che vuole avere tre anime: fare appello a chi sperimenta i linguaggi della cultura visiva (il senso della modifica sostanziale alla sezione Orizzonti), non voler separare cinema commerciale dal cosiddetto cinema d’autore e l’intento programmatico di scommettere con un concorso tarato su una generazione di registi “giovani” (prevalentemente quarantenni, con tutte le considerazioni su cosa voglia dire “giovani” in Italia). Battuta finale per Pupi Avati, in risposta alla polemica sollevata dall’autore per la sua esclusione: “Pupi Avati non è stato affatto escluso dalla Mostra, gli è stata offerta una serata d’eccezione, fuori concorso. Non l’ha voluta. Quando si dicono certe cose, poi, probabilmente la ragione è l’alzheimer”. Forse non è una tensione reale, sono colpi a salve: siamo troppo navigati per non sapere che certe polemiche sono funzionali alla visibilità di un evento.

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