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Mostra del Cinema di Venezia 2011: Contaminazioni teatrali

Il luogo giusto per le contaminazioni tra linguaggi artistici diversi – l’ha detto anche Marco Müller alla premiazione dei vincitori in sala Perla – dovrebbe essere la sezione Orizzonti.
Di incroci tra cinema e teatro, però, alla Mostra del Cinema di Venezia se ne sono visti parecchi, a partire dalla sezione competitiva principale con “Carnage” di Roman Polanski, restato senza premi ma piuttosto apprezzato da critici e appassionati, a giudicare dal flusso di chiacchiere e commenti in giro per il festival.

Completamente ambientato in un appartamento e con soli quattro attori sulla scena, “Carnage” è tratto da una pièce di Yasmina Reza. Se il film è teatrale, lo è nel senso migliore perché del teatro prende il dinamismo dello spazio, la coreografia drammatica dei gesti e la ritmica delle parole pronunciate dagli attori.
Gli attori, appunto. Straordinari, eccezionali? Aggettivi ingombranti ma superficiali che significano poco e rischiano di far apparire “Carnage” come il piccolo gioiello d’un grande regista recluso che si trastulla con le raffinatezze teatrali circondato da star in vacanza.
“Carnage” è un esperimento importante di dialettica tra il linguaggio dello schermo e quello del palcoscenico, è una pièce vissuta dall’interno grazie alla macchina da presa: non siamo in platea, ci siamo proprio dentro. Per questo l’ormai celebre scena del vomito è così coinvolgente, ecco perché i tulipani lanciati da Kate Winslet sembrano venirci addosso con una concretezza che forse nemmeno un effetto in 3D saprebbe raggiungere. Ed ecco perché alla prima proiezione veneziana per la stampa si rideva di gusto e si reagiva come se ci si trovasse a uno spettacolo dal vivo.
[PAGEBREAK] “Everything’s acting“, dice Al Pacino in “Wilde Salome“, un documentario (a Venezia fuori concorso) che gioca col cinema e il teatro per raccontare il processo totalizzante dell’ispirazione artistica attraverso l’ossessione dell’attore americano per Oscar Wilde e la sua Salomè.
Accecato dalla furia d’amore per il drammaturgo irlandese, Al Pacino un po’ si perde, specie nelle scene ambientate nel deserto, ma il suo Erode recitato con infida noncuranza rabbiosa fa venir voglia di volare a Broadway per ascoltarlo dal vivo e la sua capacità di definire per ogni personaggio un preciso tono vocale, o meglio musicale, rende la messa in scena un riuscitissimo concerto d’attori.
La parte più tradizionalmente documentaristica che ci porta a Dublino sulle tracce di Wilde è piacevole ma i momenti migliori sono quelli in cui, senza tante spiegazioni e elementi di contorno, semplicemente si recita, con i corpi e con la voce. E in fondo è sufficiente un solo primo piano di Jessica Chastain, rossa Salomè di rosso (s)vestita, a far sentire davvero al pubblico la scintilla dell’ispirazione che si accende nel cuore di Pacino.

Dicevamo di Orizzonti: in chiusura, sabato 10 settembre, è stato proiettato “Monkey Sandwich” di Wim Vandekeybus, un’opera curiosa che parte come una docu-fiction sui deliri di Jerry, regista teatrale votato alla ricerca estrema della verità, ma poi abbandona il sipario e si tuffa in un groviglio di suggestioni oniriche.
Malgrado la creatività visuale di alcune sequenze, il teatro in “Monkey Sandwich” è solo un luogo d’isteria che corre dietro allo stupore forzato, al narcisismo e alla sovrapposizione d’immagini. Non è tagliandosi un dito né pensando di far scorrere vero sangue che dal palcoscenico (o dal grande schermo) può arrivare comunicazione sincera e vera. Jerry forse alla fine lo capisce. Noi, a conti fatti, restiamo solo un po’ frastornati.
[PAGEBREAK] Infine, un film che in apparenza con la pratica teatrale c’entra ben poco mentre è probabilmente uno dei film veneziani con il lavoro più corposo, e paradossalmente più invisibile, sulla recitazione: “Edut (Testimony)” di Shlomi Elkabetz (alle Giornate degli Autori) mette a confronto testimonianze di cittadini comuni palestinesi e soldati israeliani. Documentario? Collage d’interviste? No, perché Elkabetz fa interpretare le parole raccolte, spesso veramente dure, da attori e attrici usando come scenografie i paesaggi naturali.
In questo teatro impalpabile fatto d’alberi e acqua marina, gli interpreti di Elkabetz toccano livelli di umanità veramente impressionanti e la finzione e la rielaborazione linguistica, in questo caso, sono forse l’unica e più alta forma di rispetto per chi quelle esperienze l’ha vissute davvero.

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