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Mostra del Cinema di Venezia 2011: Il cinema cubista di Todd Haynes

Todd Haynes è il Picasso del cinema americano contemporaneo. De-costruisce e scompone i soggetti in parti e sezioni diverse come se fossero le facce di un quadro cubista da inquadrare, analizzare e penetrare separatamente (“Poison“, “Io Non Sono Qui“), stratifica i livelli di lettura senza mai imporre la chiave definitiva (“Safe“), scolpisce architetture narrative e visive servendosi unicamente della fluidità della musica (“Velvet Goldmine“, “Io Non Sono Qui”), riprende iconografia e stile del cinema classico per gettare nuova luce sul presente e riflettere sulle modalità di rappresentazione del cinema hollywoodiano (“Lontano Dal Paradiso“, “Mildred Pierce“). E lascia allo spettatore la possibilità di perdersi nell’esperienza filmica e di unificare con lo sguardo della mente le diverse prospettive al termine della visione, cogliendone solo allora la densità di contenuti e il proprio significato personale.

È autore post-strutturalista e simbolico, Todd Haynes, dichiaratamente omosessuale, saldamente indipendente e restio a lasciarsi fagocitare dall’industria, sebbene nell’ultimo “Mildred Pierce” il suo multiforme talento possa apparire addomesticato rispetto alla radicalità degli inizi. Tre sono i temi principali ricorrenti nella sua opera: la musica, che sia il nostalgico glam-rock del fantasmagorico “Velvet Goldmine” o la personale fantasia su Bob Dylan di “Io Non Sono Qui”; l’omosessualità, sia essa articolata in modo esplicito come in “Poison” e “Lontano Dal Paradiso”, incidentale come in “Velvet Goldmine”, sotterraneo come in “Safe” o addirittura meta-filmico come nella vertiginosa personificazione trans-gender di Bob Dylan affidata a Cate Blanchett; infine, la cinefilia che si nutre di classicismo e di uno sfrontato amore per le figure femminili, altro elemento squisitamente queer.

Ed è tra le file del new queer cinema che Haynes viene collocato dalla critica con il suo film d’esordio, il controverso “Poison” (1991). Ispirato alle opere di Jean Genet, “Poison” si presenta diviso in tre parti, ciascuna girata con uno stile differente: dal documentario patricida di “Hero”, alla fantascienza anni ’50 in bianco e nero di “Horror”, fino alla raffinata, allucinante fantasia gay-carceraria di “Homo”. Il veleno del titolo è ovviamente la sessualità fluida, non-convenzionale e pericolosa vissuta dalla comunità gay anni ’80 in piena era aids. Emblematica l’immagine della sigaretta accesa che viene passata di bocca in bocca come simbolo fallico potenzialmente infetto, ma tutto il plot di “Horror” è una metafora dell’epidemia come terrificante potere distruttivo vista attraverso gli occhi della comunità gay.

Sono già in nuce tutti i motivi del cinema di Haynes: la scomposizione narrativa, che non è mai frammentazione bensì moltiplicazione delle possibilità dello sguardo e delle forme linguistiche; il ricorso ai codici di un genere cinematografico, in questo caso l’horror sci-fi, per dar corpo ad una metafora senza che il vero significato sia mai apertamente dichiarato; e l’eleganza figurativa che toccherà il suo apice nei postmoderni calchi melo’ di “Lontano Dal Paradiso” e “Mildred Pierce”.

Quest’anno Todd Haynes sarà presente alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia non solo in qualità di membro della giuria ma anche per la presentazione della miniserie – fiume “Mildred Pierce”, sei ore di splendore candidate a 22 Emmy Awards. Un’occasione imperdibile per ripercorrere su LoudVision la sua carriera, autentica pietra miliare del cinema indipendente americano dell’ultimo ventennio.

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