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Mostra del Cinema di Venezia 2011: Venezia 68, focus sul concorso

Chi aveva pronosticato un concorso in tono minore, con un Marco Müller demotivato e stanco, deve fare ammenda.
A maggio l’ufficialità del Leone d’oro alla carriera per Marco Bellocchio, poi gli straordinari programmi di Controcampo italiano e Orizzonti annunciati mercoledì 27 luglio, e il giorno dopo, scoprendo le carte di Venezia 68, la consacrazione di Müller e il successo di tutta la sua squadra. Successo che, come accade in Italia, non è bastato a garantire al direttore della Mostra il rinnovo del contratto.

Ma parliamo di cinema e partiamo dai mostri sacri.
Dopo un decennio speso tra Cannes (1996 – “Crash”; 2002 – “Spider”; 2005 – “A History of Violence”), Berlino (“eXistenz” – 1999) e Toronto (2007 – “Eastern Promises”), torna a Venezia David Cronenberg con “A Dangerous Method“, un film che racconta il triangolo viennese tra una donna affascinante, Carl Jung e Sigmund Freud.
Un habitué è invece Abel Ferrara (1998, 2005, 2009) che, con “4:44 Last Day on Earth“, si cimenta in un horror fantascientifico avvalendosi di un attore duttile come Willem Dafoe. Altro nome che riempie le platee è Roman Polanski, che si presenterà con Jodie Foster e Kate Winslet impegnate in “Carnage“; la storia è tratta dalla pièce teatrale di Yasmina Reza basato sull’escalation di assurda violenza che prende piede tra due famiglie a causa di un litigio banale scaturito tra i loro figli.
Come certo sarà al centro dell’attenzione Philippe Garrel, l’autore che già ha vinto un Leone d’argento a Venezia nel 1991 con “J’entends plus la guitare” e che presenterà “Un Etè Brulant“, la storia di una torrida relazione fra un pittore (il figlio Luis) e un’attrice (Monica Bellucci). Immancabile (e menomale!) Alexander Sokurov che dopo la trilogia sui grandi leader del ‘900 (“Moloch” – 1999; “Taurus” – 2000; “The Sun” – 2004), ha sceneggiato e diretto una versione di “Faust“, che si muoverà fluidamente tra Goethe e Mann. A chiudere idealmente questo sestetto di nomi altisonanti c’è William Friedkin, che, sempre ispirato dai lavori di Tracy Letts (come in “Bugs”, premiato a Cannes nel 2005), porterà a Venezia “Killer Joe“, cioè «una versione perversa di Cenerentola».

Alcuni di questi nomi circolavano già da tempo, ma riuscire ad avere questo parterre di big al completo è la conferma dell’abilità di Müller, che alternerà a questa base fatta di esperienza i lavori di registi al secondo o terzo film, come lo svedese Tomas Alfredson che, dopo il successo di “Lasciami Entrare” (2008), presenterà “Tinker, Tailor, Soldier, Spy“, un thriller tratto da John Le Carré (ma pensa…) tradotto in italiano come “La Talpa”. Altra opera seconda è quella di Ami Canaan Mann, figlia di Michael Mann (dire d’arte è poco) che, 10 anni e tanta regia di serie tv dopo “Morning” (2001), ha diretto il cop thriller “Texas Killing Fields“.

Sempre nel club delle “opere seconde” c’è Eran Kolirin il quale dopo il successo di “La Banda” (2007) scrive e dirige il dramma esistenziale “Hahithalfut” (“The Exchange”). Chiude questa sezione il promettente regista inglese Steve McQueen (un nome che pesa sulle spalle) che dopo il grande successo del suo primo lungometraggio (“Hunger” – 2008), torna sugli schermi con “Shame“. Il film era stato promesso al Toronto Film Festival 2011; Müller l’ha intercettato regalandoci la possibilità di rivedere Michael Fassbender (attore di “Hunger”) che interpreta un uomo dalla vita sessuale estrema in una New York di predatori notturni.

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Ancora non vi ho raccontato quelli che ritengo gli appuntamenti irrinunciabili.
Nome: Todd. Cognome: Solondz. Segni particolari: stupire, dissacrare, sapersi guardare da fuori e da dentro con violenta ironia. Dopo “Life During Wartime” (mio Leone personale a Venezia 2009) torna al Lido con “Dark Horse” – film che ha autodefinito come «senza stupri, senza pedofilia, senza masturbazione. Oh my God, perché non l’ho scritto prima?» – con Mia Farrow e Christopher Walken. Giudicate voi se si può perdere questo evento, così come Andrea Arnold, attrice e regista britannica dallo sguardo molto acuto sulla volontà umana che, dopo due ottime presenze a Cannes (“Red Road” – 2006; “Fish Tank” – 2009), arriva finalmente in concorso a Venezia con “Wuthering Heights“, il classico della letteratura di Emily Brontë.

E l’Italia? Non ditemi che come al solito l’Italia sarà al centro di polemiche per essere sottorappresentata o sovrarappresentata?
Müller, assistito dalla fortuna e dalle stagioni produttive, ricama la presenza di Emanuele Crialese con “Terraferma“, Cristina Comencini con “Quando La Notte” e “L’Ultimo Terrestre” di Gian Alfonso Pacinotti, detto Gipi. Crialese torna a Venezia dopo i premi minori di “Nuovomondo” (2006) e si nutrono grandi aspettative sul suo nuovo lavoro, una storia di migranti dove ancora una volta è il mare a fare da contesto. Su Crialese dovrei aprire una parentesi asintotica, ma mi limito a dire che lo considero uno dei rari autori europei in grado di far respirare le scene, costruire inquadrature accurate ma non leziose: l’unico regista italiano che mi ricorda Malick. Anche quello della Comencini è un ritorno, dopo “La Bestia nel Cuore” (2005), e anche lei lavora sul solco dei film precedenti incentrati sulle relazioni all’interno della famiglia raccontando la storia di una madre che si considera inadatta, tratto da un libro scritto dalla regista stessa nel 2009.
Un esordio è quello di Gipi, autore, disegnatore, pittore (principalmente) e anche regista, che ho adorato un attimo dopo aver letto “La mia vita disegnata male” tre anni fa. Gipi ha un blog dove ha presentato un primo trailer del film. Chiunque si aspettava un’animazione è avvisato.

A fare da contraltare a Gipi, idealmente, ci saranno Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud che con “Poulet aux prunes” presenteranno a Venezia l’opera seconda della scrittrice e fumettista iraniana.
Discorso a parte per “The Ides of March“, annunciato a giugno come film di apertura della mostra. C’era forse da ricucire lo strappo dell’anno scorso quando tutti i rumors indicavano “The American”, thriller interpretato e co-prodotto da George Clooney, girato in Abruzzo da Anton Corbijn, come il film che avrebbe aperto la Mostra del Cinema di Venezia o, almeno, la sezione dei film in concorso. Invece poi, per motivi tecnici (futile scusa?), il concorso fu aperto da Aronofsky (quest’anno Presidente di giuria) e la pellicola con Clooney è sparita dalla programmazione lagunare. Non preoccupatevi: Venezia ripara tutto e il bel George avrà quest’anno la “sua” serata di apertura, con un “suo” film (scritto, diretto e interpretato) nel quale sarà un carismatico candidato alla Presidenza degli Stati Uniti che assume un giovane brillante spin doctor, quel Ryan Gosling che ancora non ho finito di osannare in “Drive” di Refn. Come se non bastasse, il cast del film vedrà anche Philip Seymour Hoffmann, Marisa Tomei (insieme mi ricordano l’ultimo film del grande Lumet) ed Evan Rachel Wood. It’s showbiz baby!

Chiudono il concorso “Alps“, «oscuro, divertente ed estremo» film di Yorgos Lanthimos, atteso a Cannes e poi dirottato a Venezia, il giapponese Sion Sono con “Himitzu“e la strordinaria Ann Hui con “Tao Jie” (“A Simple Life”), dove il cantante/attore Andy Lau si ritroverà a recitare al fianco di sua nonna, Deanie Yip, circa 23 anni dopo il toccante “Fa nei qing” (“The Truth”) di Taylor Wong.

In una parola: chapeau. Voto? Felliniano.

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