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Mostra del Cinema di Venezia 2012: Giorno per giorno

Dal 29 agosto LoudVision vi racconta la 69esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con un diario giornaliero: film (dal Concorso al Cinema Corsaro), tappeti rossi, incontri e scoperte.

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>>> I VINCITORI

• 8 SETTEMBRE – ARIRANG
È stata una cerimonia faticosa, con premi scambiati, premiati assenti e Leoni caduti a terra (qui l’elenco dei vincitori). Poi però Kim Ki-duk, amato e applaudito, col suo Leone d’Oro in braccio canta “Arirang” e torna la pace.

Altrettanto amati i due protagonisti di “The Master”, Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, che vincono giustamente a parimerito. E sarà interessante vedere cosa accadrà con la prossima award season, quando la scelta — mai come in questo caso di natura quasi psicanalitica visto l’argomento del film — tra chi è leading e chi invece è supporting si farà obbligatoria.

Dispiace però per alcuni titoli esclusi, non tanto per “Bella addormentata” di Marco Bellocchio — di cui si parlerà molto e che sarà comunque visto — o per Terrence Malick quanto per “La cinquième saison” di Jessica Woodworth e Peter Brosens, un affascinante poema surreale che avrebbe potuto ambire almeno ad un’Osella tecnica. O per “Izmena” del russo Kirill Serebrennikov, passato nel primo giorno di concorso e ormai dimenticato da tutti. O perfino per la raffinatezza di “Linhas de Wellington” di Valeria Sarmiento.

Lode infine per la Turchia che torna a vincere, dopo il belllissimo “Cogunluk” di Seren Yüce (2010), il premio Opera prima Luigi de Laurentiis con l’altrettanto notevole “Küf” del giovane Ali Ayd?n, nel programma della Settimana della Critica.

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• 7 SETTEMBRE – SORELLE
A giudicare dai commenti che si ascoltano (dal vivo, origliando le conversazioni altrui in sala e in coda) e si leggono (soprattutto su twitter) su “Un giorno speciale” di Francesca Comencini, quella lasciata l’anno scorso da “Quando la notte” della sorella Cristina è una ferita ancora aperta.
C’è chi ancora ne cita le battute e chi si limita a constatare che «Venezia fa fuori una Comencini all’anno».

In effetti la creatività che contraddistingueva un film come “Le parole di mio padre” (2001) si è andata negli anni affievolendo e il cinema di Francesca – già con “Lo spazio bianco”, a Venezia nel 2009 – sta diventando un mezzo per esprimere delle tesi chiuse, attraverso storie dagli sviluppi prevedibili e dialoghi troppo dimostrativi.
A compromettere ulteriormente l’equilibrio di “Un giorno speciale” contribuiscono due interpreti troppo acerbi per farsi carico di 90 minuti, un ingombrante Handel in colonna sonora, citazioni esplicite da “Via col vento” e più velate dalla tristemente nota intervista a Terry De Nicolò. Va bene voler parlare di problemi reali ma si sente la mancanza di vero cinema.

Meglio allora l’altro film che oggi chiude la competizione, “Passion” di Brian De Palma: un po’ guazzabuglio, un po’ inverosimile, un po’ (volutamente) ironico. E un po’ fischiato. Però qui il cinema c’è. E ci si diverte.

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• 6 SETTEMBRE – ANTIPODI

Gli incastri del calendario veneziano possono accoppiare film lontanissimi per linguaggio, senso del racconto, idea del mondo. Nulla di strano, siamo a una mostra internazionale e quest’anno la varietà – di stili e di generi – è piuttosto spiccata in tutte le sezioni: abbiamo già incontrato squali 3D, horror-bambine fuori dal tempo e un Pinocchio animato.

Oggi però il contrasto tra i film delle proiezioni mattutine in Sala Darsena e Sala Perla (che arriveranno stasera in Sala Grande) era particolarmente violento: “The Company You Keep” di Robert Redford (fuori concorso) e “Thy Womb” (“Sinapupunan”, in competizione) di Brillante Mendoza sono creature cinematografiche opposte, belle entrambe ma terribilmente lontane.
Il film di Redford è un thriller politico americano fino al midollo, racconta un mondo che conosciamo e che ci appassiona. Tra eroi, anti-eroi, confronti generazionali, investigazioni e segreti familiari sappiamo orientarci benissimo: sono le storie con cui siamo cresciuti, Redford lo sa e ci fa giocare insieme a lui.

Mendoza ci porta invece in un piccolo villaggio delle Filippine dove una donna accetta che il marito ne sposi un’altra permettendogli così di avere quel figlio tanto desiderato che lei non ha mai potuto dargli. Regia pulita e ricca di dettagli, interpretazioni – soprattutto quella della protagonista Nora Aunor – di una sensibilità commovente fino allo strazio. Troppo strazio. “Thy Womb” ha grazia, coraggio, sicurezza di racconto. Ma è immerso in un’atmosfera fatta di un dolore sordo e inespresso che si fa fatica a comprendere e che fa stare male.

Robert, salvaci.

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[PAGEBREAK] • 5 SETTEMBRE – RISVEGLI E CONFLITTI
Qualche manifestante del “movimento per la vita”, offeso a priori da un film che stasera viene proiettato in pubblico per la prima volta, effettivamente è arrivato proprio davanti all’Excelsior. Ma “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, molto applaudito stamattina sia in sala che alla conferenza stampa, non merita rabbia né rifiuti spaventati.

Il nome di Eluana Englaro resta sullo sfondo di una vicenda che mette in scena il travaglio e i dubbi di un gruppo di personaggi di fronte alla vita e alla morte. Senza offrire una soluzione. Perché, dice giustamente Isabelle Huppert, possiamo avere la libertà di vivere e di morire ma nessuno può dirci cosa farne, di questa libertà. E di certo non può dircelo “Bella addormentata”.

Quando un film tratta un argomento che va al di là di un discorso strettamente cinematografico, generalmente in conferenza stampa il regista viene tartassato e gli attori lasciati ad annoiarsi – o a guardare il soffitto, come Toni Servillo e Isabelle Huppert.
Servillo però negli incontri pubblici è sempre animato da un gran voglia di precisione e soprattutto dalla necessità di difendere la dignità del proprio lavoro d’attore, non è facile farlo tacere del tutto.
A chi gli domanda lumi sui comportamenti del suo Uliano Beffardi e sui suoi conflitti interiori (non sveliamo troppo, il film è nelle sale da domani), Servillo risponde: «a teatro e al cinema bisogna avere chiara la distinzione tra personaggio e ruolo: il personaggio è ciò con cui l’attore stabilisce un rapporto intimo mentre il ruolo è l’azione che il personaggio svolge in campo nello schema generale dello spettacolo o del film». E ancora: «il conflitto è alla base di ogni drammaturgia e quindi un attore, se se lo MERITA, ci va a nozze».

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[PAGEBREAK] • 4 SETTEMBRE – COSTUMI E PREGIUDIZI
Quando a Venezia arriva un film in costume che supera le due ore e mezza di durata, in sala si sentono sempre commenti preventivi del tipo «Ne guardo al massimo un quarto d’ora e poi me ne vado».
I 151 minuti di “Linhas de Wellington” sono nulla in confronto ai 204 minuti di “Noi credevamo” di Mario Martone (in concorso due anni fa) eppure stamattina la prima proiezione stampa del film di Valeria Sarmiento – nato da un progetto di Raùl Ruiz, recentemente scomparso – era davvero poco affollata rispetto a quelle dei film più attesi della competizione, come “The Master” o “To the Wonder”.

I merletti e i moschetti spaventano, è evidente. Ma “Linhas de Wellington” è un ottimo film. È scritto con intelligenza, orchestra un racconto corale sullo sfondo della guerra – siamo nel 1810 – tra le truppe napoleoniche e quelle anglo-portoghesi, lo arricchisce di venature ironiche (c’è persino Catherine Deneuve che si chiama Severina e punzecchia uno stralunato Michel Piccoli) e suggerisce possibile vie di lettura sul senso del cinema storico, della rappresentazione artistica e della guerra attraverso un personaggio un po’ misterioso che declama Platone. Proprio a lui è affidata la chiusura: “il tempo è l’immagine mobile dell’eternità”.
E come non amare l’eleganza di John Malkovich che, nei panni del generale Wellington, disquisisce sul filetto di carne a lui intitolato?

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[PAGEBREAK] • 3 SETTEMBRE – I CORSARI!
Mentre il concorso di Venezia 69 procede con grossi nomi – oggi Olivier Assayas con “Après mai” e Takeshi Kitano con “Outrage Beyond“– e fuori concorso ci si rilassa con “Love is All You Need” di Susanne Bier, sulla spiaggia è partito il programma di Cinema Corsaro, la bella e neonata sezione ospitata dalle Giornate degli Autori.

L’apertura è stata affidata al work in progress “Vers Madrid” (The Burning Bright!“) del francese Sylvain George, l’unico non italiano della selezione, «ma è un caso – dicono gli organizzatori – Cinema Corsaro non vuole essere una vetrina esclusivamente italiana».

Di Sylvain George abbiamo parlato più volte (e stavolta lo abbiamo anche intervistato): è un documentarista eccezionale per la profondità e la concretezza che sa dare alle proprie immagini, sia che racconti gli indignados spagnoli (ma a lui il termine non piace) sia le vite dei migranti come nel precedente “Les Éclats”, proiettato qui in coppia con “Vers Madrid”.

Ai non moltissimi che ieri sera si sono radunati sotto la luna per farsi affascinare e sconvolgere dai fotogrammi di Sylvain, Enrico Ghezzi ha regalato un gustoso intermezzo: “Colpa del sole“, unico cortometraggio esistente firmato da Alberto Moravia.
Il calendario di Cinema Corsaro prosegue fino al 6 settembre. Cinefili avvertiti.

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• 2 SETTEMBRE – MERAVIGLIA

Le proiezioni stampa di “To the Wonder” di Terrence Malick, oggi in concorso, raccolgono tutto il campionario di reazioni: c’è chi mangia, chi dorme, chi ride e chi esce a metà. Tra i rimasti, alcuni si tuffano verso l’uscità allo scattare dei titoli di coda, a luci ancora spente, come se stessero scappando un incendio. I superstiti finali applaudono e fischiano in parti uguali.

“To the Wonder” è fratello di “The Tree of Life“: là si raccontavano la Vita, la Morte, la Grazia e la Natura, qui l’Amore e la Fede. Malick crede nella possibilitò della meraviglia, e questa meraviglia sa farcela percepire. Malgrado le voci fuori campo che cercano lo spirituale e rischiano costantemente (e consapevolmente) il ridicolo, malgrado Romina Mondello, malgrado Javier Bardem mascherato da prete (le risate erano per lui, ma non le meritava, povero Javier).

“To the Wonder” è cinema. E quindi incanto, sogno, luce, movimento, sinfonia di immagini. E poi c’è la musica. Anche qui una selezione ricchissima (per gli appassionati: ci sono Wagner, Haydn, Arvo Pärt…) utilizzata ancora una volta con passionalità spudorata. Olga Kurylenko è una protagonista incantevole. Ma la Grazia di Jessica Chastain resta inarrivabile.

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[PAGEBREAK] • 1 SETTEMBRE – I DON’T KNOW
I don’t know. È stata la risposta-chiave della conferenza stampa di “The Master” di Paul Thomas Anderson: centinaia di persone schiacciate in una sala strapiena di fronte a un regista che non ha voglia di parlare. E a un attore, Joaquin Phoenix, che dice due parole e poi torna a chiudersi nel suo silenzio, testa bassa e lontano dal microfono. A un certo punto addirittura si alza, esce e torna poco dopo.

Che Phoenix non sia un tipo socievole è cosa nota. E il suo coraggio e la sua straordinaria, generosa sensibilità d’interprete lo renderebbero perdonabile anche se si fosse messo a sputare sulla platea. Allo stesso modo la reticenza di Anderson nulla toglie alle sue qualità di cineasta e probabilmente un film come “The Master” non ha bisogno di troppe parole.

Tuttavia in giornate così piene, durante le quali passano film d’ogni nazione che in pochi vedono e di cui in pochissimi parlano, ha senso perdere trenta preziosi minuti per farsi prendere in giro dalla lingua avara di Paul Thomas Anderson?

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• 31 AGOSTO – CINEMA DEL REALE

Nel 2011 il secondo film d’apertura di Venezia 68 (dopo “The Ides of March” di George Clooney) era un documentario, “¡Vivan las antipodas!” di Viktor Kosakovskij.
Anche quest’anno a fianco del film d’apertura numero uno “The Reluctant Funbdamentalist” c’è un documentario, “Enzo Avitabile Music Life” di Jonathan Demme (vedi diario del 29 agosto).
E stamattina pubblico e accreditati hanno potuto vedere “Sfiorando il muro” (proiezione “speciale” fuori concorso) di Silvia Giralucci nel quale l’autrice indaga memorie private e collettive per provare a comprendere i fatti che hanno portato nel ’74 alla morte del padre Graziano, giovane militante del MSI ucciso dalle Brigate Rosse.

Documentari sempre più presenti alla Mostra ma sempre secondi, sempre fuori concorso, sempre “speciali”. E quindi diversi da ciò che è il cinema di serie A.
Ma anche diversi tra loro. Kosakovskij l’anno scorso raccontava il farsi della visione applicando gli strumenti del cinema alla morfologia degli antipodi terrestri. Puro cinema.
Demme e Giralucci scelgono soggetti molto più concreti e un linguaggio più canonico.

In “Enzo Avitabile Music Life” il reale è la passione musicale di Enzo Avitabile che agli occhi e alle orecchie di Jonathan Demme, e degli spettatori, sarà sempre più affascinante delle immagini che cercano di raccontarla. Si guarda il film e del cinema ci si dimentica, piuttosto viene voglia di correre a un concerto.

Silvia Giralucci gira un film di lunghezza televisiva che parte in modo ordinato: voce fuori campo, interviste, materiali di repertorio. Troppe parole, forse, benché umanamente comprensibili e necessarie. Ma il cinema vero e semplice a un certo punto arriva, e sta negli occhi stupiti e increduli di Silvia di fronte ai racconti di normale e quotidiana violenza degli ex “amici” e “nemici” del padre. O meglio, dei pochissimi che hanno voluto incontrarla.
Poche inquadrature, ma bastano.

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[PAGEBREAK] • 30 AGOSTO – DI GEOGRAFIA E D’ATTORI
Kirill Serebrennikov — in concorso con “Izmena” — dice che «il dolore e la disperazione non hanno bisogno di essere tradotti» perché i sentimenti appartegono agli uomini e non conoscono differenze geografiche.
I sentimenti forse no, ma gli approcci al cinema sì e se si passa qualche ora nella sala delle conferenze stampa le distanze tra i paesi si fanno ben presto evidenti.
Gli autori russi – l’avevamo sperimentato l’anno scorso con Aleksandr Sokurov – parlano del proprio lavoro con una serietà non noiosa ma pratica, concreta: non è questione di prendersi (troppo) sul serio ma di conoscere e trattare con rispetto la materia cinematografica. Senza deviazioni.

Non si vogliono fare generalizzazioni cattive, solo guardare i fatti: Kate Hudson più che altro ridacchia; Valerio Mastandrea e Barbora Bobulova discutono non di recitazione (dando per scontato che da quel punto di vista vada sempre tutto bene) ma dei problemi sociali, economici e sentimentali vissuti dai propri personaggi.
Kirill Serebrennikov parla invece di come il cinema possa sintetizzare la percezione interiore dello scorrere del tempo e risponde «per la sessantanovesima volta» alla domanda “come mai nel tuo film non ci sono attori russi?” affermando che vuole solo figure «pulite dal punto di vista della creazione arstistica», non gli interessa conoscere il paese d’origine degli interpreti «né in quali teatri abbiano recitato». Felice nazione quella dove si dà per scontato che chi popola il tuo set sappia semplicemente recitare.

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• 29 AGOSTO – RED CARPET, DOCUMENTARI E I COLORI DI SIMONE MASSI

Sul tappeto rosso della cerimonia di apertura presentata dalla madrina Kasia Smutniak sfilano i giurati di tutte le sezioni, la solita manciata di persone famose che col cinema c’entrano poco e soprattutto la delegazione di “The Reluctant Fundamentalist” di Mira Nair, onesto film di apertura che ha anche il merito di aver illuminato il primo red carpet della 69esima Mostra con l’apparizione di Naomi Watts.

Nel frattempo tra proiezioni riservate alla stampa e le prime aperte al pubblico, si cominciano a vedere i documentari: “Enzo Avitabile Music Life” di Jonathan Demme (fuori concorso) e “Stories We Tell” di Sarah Polley (Giornate degli Autori). Se quello di Demme è «un ritratto» (parole sue) del musicista napoletano girato con un amore fin troppo debordante, quello della giovane attrice/regista Polley è un auto-ritratto familiare interessante – quando ragione sul significato di racconto e di storia – ma fin troppo narcisistico. E il gioco tra interviste cosiddette reali e racconti ricostruiti per la messa in scena alla lunga è stancante.

Domani proiezioni ufficiali in Sala Grande dei primi film in concorso “Izmena” di Kirill Serebrennikov e “Superstar” Xavier Giannoli. La nuova sigla della Mostra, poetica e colorata, realizzata da Simone Massi (lo avevamo incontrato a Pesaro) con musica di Francesca Badalini ha già strappato alcuni piccoli applausi.

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Tutti gli articoli su #Venezia69 a pagina 12 >>>
[PAGEBREAK] VENEZIA 69
Betrayal (Izmena) di Kirill Serebrennikov
Superstar di Xavier Giannoli
The Master di Paul Thomas Anderson
È stato il figlio di Daniele Ciprì
To the Wonder di Terrence Malick
Fill the Void di Rama Burshtein
Passion di Brian De Palma
Pieta di Kim Ki-duk
La cinquième saison di Peter Brosens e Jessica Woodworth

FUORI CONCORSO
The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair
Bad 25 di Spike Lee
La nave dolce di Daniele Vicari
Forgotten (Du hast es versprochen) di Alex Schmidt

ORIZZONTI
L’intervallo di Leonardi Di Costanzo
Me Too (Ja tozhe hochu) di Aleksei Balabanov

GIORNATE DEGLI AUTORI / CINEMA CORSARO
Vers Madrid (The Burning Bright!) di Sylvain George — intervista al regista

NEWS
La giuria di Venezia 69
Leone d’Oro alla carriera a Francesco Rosi
I film della selezione ufficiale: Concorso, Fuori concorso e Orizzonti
I film della Settimana Internazionale della Critica
I film delle Giornate degli Autori
Pinocchio di d’Alò apre le Giornate degli Autori
Sylvain George nel programma di Cinema Corsaro
LoudVision e il Mouse d’Oro
Premio Persol a Michael Cimino

RUBRICHE
Piccola guida alle colonne sonore di Venezia 69
Viaggio in Quattro Quartini: Venezia visionaria

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