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Mostra del Cinema di Venezia 2012: Kim Ki-duk, spietato Leone d’Oro

È un Kim Ki-duk spietato e poetico quello che ha portato a Venezia 69 il suo “Pieta“, trionfatore con il Leone d’Oro – nelle sale italiane dal 14 settembre, distribuito da Good Films. Andateci! È il film giusto per emozionarsi al cinema.

Ancora negli occhi l’immagine del grande regista coreano che appena proclamato vincitore canta sul palco “Arirang”, canzone popolare coreana: standing ovation in sala stampa. Plauso unanime, di pubblico e critica, entrambi ammirati dalla disponibilità con cui il regista, ormai cult per un nutrito seguito di appassionati, si relaziona a tutti. Insomma, non è certo uno che se la tira; questo non significa che non abbia le sue idee e le difenda con fermezza di fronte alle domande di certa stampa.
Ostinato, Kim Ki-duk vive la lavorazione di ogni suo film, dalla scrittura alle riprese al rapporto con gli attori fino alla post-produzione, come fasi diverse di una ricerca spirituale che è il riflesso del suo sguardo sul mondo e della mutazione di questo sguardo in relazione alle continue questioni che ci pone una società quanto mai contraddittoria come quella attuale.

Che sia un caso o uno scherzo del destino, il diciottesimo film di Kim Ki-duk, così si legge nei primi fotogrammi, viene presentato proprio qui a Venezia, che lo ha consacrato a livello internazionale nel 2000 con “L’isola“, premiandolo poi nel 2004, con “Ferro 3” (Leone d’Argento).

Un ragazzo vive facendo l’esattore per conto di strozzini, storpiando le persone perché poi queste ricevano il rimborso dell’assicurazione con cui saldare i debiti. Non prova sentimenti, sembra una macchina umana. Compare dal nulla una donna, che senza tante spiegazioni afferma di essere sua madre, venendo dapprima rifiutata, poi ferita nella dignità e nell’intimità in un sadico gioco del dolore, e infine accettata e amata come la madre che non si ha mai avuto. La fine è terribile, vendicativa, quasi il compimento di una tragedia greca, dunque disperata. E la catarsi è un lacerato sommovimento d’umanità in una riflessione che va al cuore delle categorie etiche (non in sé, ma come modelli basilari di una società) che presiedono i meccanismi tutt’altro che etici della società in cui viviamo.

Afferma il regista: «In una società capitalista, il denaro inevitabilmente mette alla prova le persone. Il denaro è il problema alla base della maggior parte degli episodi spiacevoli che accadono al giorno d’oggi. Finché le persone di quest’epoca non muoiono, il denaro continuerà a porci tristi domande.»
[PAGEBREAK] Nella Corea lacerata tra ricca modernità e povertà – il film è stato girato nel quartiere di Cheonggyecheon, dove il regista ha lavorato da adolescente, che fino all’imponente opera di restauro urbanistico costata milioni di dollari americani, era un corso d’acqua che scorreva sotto un cavalcavia – in una società che fa da cartina da tornasole di tutte le contraddizione del capitalismo, Kim Ki-duk costruisce una storia che catapulta in primo piano i sentimenti.

Apologo sulla povertà, materiale, brutale, e di spirito, una disumanizzazione, provocata inesorabilmente dal capitalismo, Kim Ki-duk afferma di essere partito da una domanda: «quali sentimenti suscita nell’animo umano il denaro? Il vero volto del denaro non è condannabile in sé, ma è inevitabile che generi dei meccanismi di ingiustizia in cui ci sono vittime e carnefici, anche se entrambi, dinanzi alla schiavitù imposta dal denaro, vengono accomunati dal destino di vittime.»

Il regista spiega il suo modo di lavorare, la costruzione filmica del suo mondo poetico e talvolta brutale, ma sempre pregno di immagini e di un sottotesto potentissimo: «Se un regista vuole fare un film, non credo sia indispensabile utilizzare grandi somme di denaro, gli elementi più importanti sono la sceneggiatura e gli attori.» Vendetta, pietà, solitudine ed emarginazione; i temi del regista coreano tornano in tutta la loro potenza espressiva. Una figura di donna che è madre e vendicatrice, che cerca di instillare l’umanità attraverso la vendetta, organizzando una geniale messinscena.

“Pieta” vuole raccontare l’essenza dell’animo umano, che stiamo perdendo o che forse abbiamo già perduto; per questo, è un film che parla di salvezza più che di vendetta.
Alcuni critici lo hanno interpretato addirittura come un film cristiano, complice forse la locandina del film, che richiama esplicitamente la Pietà di Michelangelo, ma Kim Ki-duk è restio alle etichette, specie se religiose, nonostante sia un uomo di profonda spiritualità che non esclude affatto un rapporto di ricerca nei confronti del divino.

«I miei film non si costruiscono su protagonisti particolari, ma sono l’interpretazione del mondo che vedo in un preciso modo e in un determinato momento della Storia e della mia vita; così creo piccole storie nella grande Storia, e a fare la differenza di tono e di scelte poetiche, rispetto ai film precedenti, sono i mutamenti che intervengono in una determinata fase del mondo così come io la vedo.»

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