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Mostra del Cinema di Venezia 2013: Documentari, fiction e narrazione

La buona notizia è che per la prima volta due documentari, “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi e “The Unknown Known: the Life and Times of Donald Rumsfeld” di Errol Morris, sono presenti in concorso alla Mostra di Venezia, la cui 70esima edizione si svolgerà dal 28 agosto al 7 settembre.

«Una “prima volta” — scrive il direttore Alberto Barbera nel suo intervento introduttivo — che prende atto non soltanto della qualità di queste opere ma del progressivo sconfinamento operato nel cinema moderno fra il cosidetto cinema di finzione e quello di documentazione, nel segno di una riconosciuta identità facente capo a comuni processi di creazione».

La parola “documentario”, però, non piace a nessuno. Daniele Vicari ce lo ha detto già l’anno scorso quando l’abbiamo incontrato, proprio a Venezia, per il suo “La nave dolce”. E mentre Gianfranco Rosi afferma addirittura di esserne spaventato, ci si affretta a definire «impropria» (ancora Barbera, in conferenza stampa) la distinzione tra doc e fiction.

Ma è davvero così? Davvero non esiste specificità, per il documentario, al di fuori della contaminazione linguistica con il cinema narrativo? Proviamo a prendere in considerazione alcuni dei documentari visti a Venezia negli ultimi anni. Nel 2011, ultima edizione targata Marco Müller, a “¡Vivan las antipodas!” di Viktor Kosakovskij è stato dato l’onore dell’apertura, benché fuori competizione e in coppia con “The Ides of March” di George Clooney.
In quel film l’autore russo portava sullo schermo, viaggiando tra quattro coppie di antipodi terresti, una teoria delle forme tanto semplice quanto sorprendente: due metà formano un intero ma quando l’una è il riflesso dell’altra (come las antipodas) allora l’intero è una forma nuova, che esiste solo negli occhi di chi la guarda. Per fare un esempio, se guardo una roccia specchiarsi in un lago e dimentico che quella è una roccia, ciò che vedo è un puro insieme di linee, colori, pieni e vuoti.

Kosakovskij stabiliva un’identità, temporale e concettuale, fra visione e pensiero, filmandoli nel loro farsi. E questo non c’entra nulla con la finzione né con la narrazione, evocata per legittimare un altro dei documentari presenti quest’anno alla Mostra, il film di chiusura in 3D “Amazonia” di Thierry Ragobert, ed esplicitamente ricercata, sia pure in modi diversissimi, da opere come la già citata “Nave dolce” di Vicari («volevo dei narratori prima ancora che dei testimoni»), “Terramatta;” di Costanza Quatriglio, “Three Sisters” di Wang Bing o “Stories We Tell” (il titolo parla da sé) di Sarah Polley, tutte presenti a Venezia nel 2012.

L’innesto di elementi più o meno marcati di storytelling nel cinema del reale è una scelta, spesso la più praticata tra le tante possibili (tra chi, come Kosakovskij, percorre invece altre strade c’è il francese Sylvain George) ma non il motivo per il quale a un documentario va riconosciuta la dignità di concorrere in una mostra d’arte cinematografica.

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