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Mostra del Cinema di Venezia 2013: I dieci documentari da non perdere

Dici “documentario” e scappano tutti. Documentaristi in testa. “Documentario” è la parola brutta, quella che spaventa, l’etichetta di cui ci si vergogna.
Ma in qualche modo, questi film, bisogna pur chiamarli e soprattutto distinguerli. Specie in un festival dove sezioni e definizioni, per quanto approssimative, sono molto utili per delineare percorsi e suggerire buone visioni.

Eccoli qui, allora, i dieci documentari da non perdere della 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, tra grandi nomi (Frederick Wiseman, Errol Morris) e giovani autori (Kitty Green). Alcuni portano sullo schermo gli uomini, altri gli animali. Molti si (ci) mettono in viaggio. Qualcuno guarda il mondo in 3D.

THE UNKNOWN KNOWN di Errol Morris (Concorso)
La dialettica politica. È dei due documentari selezionati per sezione competitiva principale. Morris, tra i maggiori documentaristi viventi, ha vinto l’Oscar nel 2003 con “The Fog of War: Eleven Lessons from the Life of Robert S. McNamara”. Qui il protagonista è invece Donald Rumsfeld, segretario della Difesa degli Stati Uniti negli anni 70, col presidente Gerald Ford, e dal 2001 al 2006 a fianco di George W. Bush.
Il “noto ignoto” del titolo si riferisce a una riflessione del filosofo Slavoj Žižek che a sua volta prendeva spunto da una serie di dichiarazioni fatte dallo stesso Rumsfeld nel 2002 a proposito delle presunte armi di distruzione di massa irachene.

SACRO GRA di Gianfranco Rosi (Concorso)
La geografia urbana. L’altro doc in concorso, girato nell’arco di due anni percorrendo con un mini-van il Grande Raccordo Anulare di Roma. Rosi, uno di quelli che hanno paura di dirsi documentaristi, a Venezia è già stato nel 2008 con “Below Sea Level” (premio Orizzonti) e nel 2010 “El sicario. Room 164″ (premio Fipresci). Per “Sacro GRA” racconta di aver avuto come riferimento “Le città invisibili” di Italo Calvino.

THE ARMSTRONG LIE di Alex Gibney (Fuori concorso)
L’etica sportiva. «Non ho vissuto molte menzogne, ma ne ho vissuta una molto grossa»: sono parole di Lance Armstrong, ciclista sette volte vincitore del Tour de France, sopravvissuto a un grave tumore e volto simbolo della lotta contro il cancro. A Gibney (pochi mesi fa nelle sale italiane con “Mea Maxima Culpa“) viene commissionato un doc su Armstrong nel 2009, due anni dopo lo sportivo ammette di essersi sottoposto a pratiche di doping e il progetto muta radicalmente. A quel punto, dice Gibney, il film non può più avere a che fare «con la bici» ma deve raccontare «l’inganno. L’inganno di Armstrong».

UKRAINA NE BORDEL (UKRAINE IS NOT A BROTHEL) di Kitty Green (Fuori concorso)
L’ideologia delle nuove Amazzoni. «Uno scioccante sguardo nella vita segreta di queste donne belle e audaci» e una «testimonianza della brutale forza della cultura patriarcale presente nel blocco dei paesi dell’Est europeo»: la giovane australiana Kitty Green è volata in Ucraina per studiare il movimento neo-femminista delle Femen. Ha vissuto per un anno con cinque di loro, è stata arrestata ed è tornata per raccontare la sua verità.

AMAZONIA di Thierry Ragobert (Fuori concorso)
L’Odissea della giungla. È il film di chiusura della 70esima Mostra e con quello di apertura, il fantascientifico “Gravity” di Alfonso Cuarón, ha in comune l’uso del 3D. La protagonista è Saï, una scimmia cappuccina nata e cresciuta in cattività, che si trova improvvisamente a dover sopravvivere nella pericolosa giungla amazzonica. «Una montagna di clorofilla paurosamente viva, dove le piante lottano fra loro, dove avvengono incredibili storie di animali», così la descrive il regista.
[PAGEBREAK] • AT BERKELEY di Frederick Wiseman (Fuori concorso)
Il valore dell’istruzione. Ben 244 minuti per un film dedicato al sistema educativo dell’Università della California con sede a Berkeley. Wiseman, da sempre interessato ai meccanismi che regolano le istituzioni e alle ragioni dei comportamenti umani (“Titicut Follies”, “Hospital”, “High School”, “La Comédie-Française”) vede in Berkeley un luogo positivo nel quale lavorano «persone piene di intelligenza, carattere, tolleranza e buona volontà».

FENG AI (‘TILL MADNESS TEAR US APART) di Wang Bing (Fuori concorso)
L’immobilità del tempo. Wang Bing ha vinto l’anno scorso il premio per il miglior doc della sezione Orizzonti con “Three Sisters”, che racconta la vita complicata e solitaria di tre bambine in una regiona montuosa della Cina. Stavolta ci porta in un ospedale psichiatrico, 227 minuti in compagnia di uomini che vivono «in uno spazio chiuso, con sbarre di ferro e senza libertà». Condannati a ripetere gli stessi gesti, giorno dopo giorno.

LINO MICCICHÈ, MIO PADRE. UNA VISIONE DEL MONDO di Francesco Miccichè (Evento speciale)
La passione per il (nuovo) cinema. Il film viene presentato congiuntamente dalla Mostra, dalle Giornate degli Autori e dalla Settimana della Critica. Un omaggio doveroso e sentito a Lino Miccichè, critico cinematografico, documentarista (“All’armi siam fascisti!”), fondatore della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, presidente della Biennale di Venezia e del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Il regista Francesco Miccichè è il figlio di Lino: «a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, mi sembrava necessaria una riflessione su una vita che tanto ha dato e tanto ha fatto per il cinema. Mio padre aveva chiaramente in testa una “visione del mondo”, e ha tentato di migliorare il mondo per farlo corrispondere a quella visione».

LA VOCE DI BERLINGUER di Mario Sesti e Teho Teardo (Fuori concorso)
La manipolazione dell’archivio. Il documentario cosiddetto “a base d’archivio” è quello che prende materiali pre-esistenti e ne fa qualcosa di nuovo. Il critico cinematografico Mario Sesti e il musicista Teho Teardo hanno lavorato sui suoni e le immagini di un discorso tenuto da Enrico Berlinguer nel 1981. Il risultato è un piccolo film di 20 minuti che vuole «rendere visibile un mondo, lontanissimo dalla smaterializzazione on line della politica di oggi, in cui la compresenza di corpi e sguardi in una piazza rendeva tutti partecipi di un sogno».

QUELLO CHE RESTA di Valeria Allievi (Orizzonti)
L’antropologia del lavoro. L’autrice, da anni filmmaker e videoartista, si è immersa in un luogo, le miniere semi-abbandonate di Cogne, e in una lingua, il patois valdostano, seguendo un «ritmo che alterna pieno e vuoto, presenza e assenza». Cosa resta, oggi, di un’attività produttiva che non esiste più?

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