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Venezia 71: da Abel Ferrara a Joe Dante, il diario del 4 settembre

Ed è arrivato il giorno dei grandi autori, il giorno delle visioni (teoricamente) a colpo sicuro, il giorno dove non ci si aspettano sorprese ma soltanto solide conferme. E invece succede di tutto, perfino un allarme bomba (falso) in Sala Grande che causa un frettoloso sgombero con arrivo di artificieri, unità cinofile e compagnia cantante.

La proiezione coinvolta è quella del documentario italiano “Io sto con la sposa“, (qui la recensione) realizzato anche con l’aiuto del “crowdfunding”, un finanziamento collettivo ottenuto online da una serie di persone che ha donato cifre di diversa entità, anche 10 euro. La pavida sfiga si accanisce sempre sui piccoli, un evento del genere può rappresentare un freno al lancio di una produzione di questo tipo, mentre sarebbe stato niente per una megaproduzione americana. Tutto nasce da un semplice zainetto abbandonato, pare da una persona proveniente dal Medio Oriente; occhio alle esagerazioni e ai rigurgiti di razzismo, sarebbe successo tutto questo casino se ha lasciare la borsa fosse stato un connazionale? Voglio sperare di sì, ma ne dubito.

Mi sovviene che ero ancora debitore con voi del commento al film di Orizzonti “Theeb” di Naji Abu Nowar, visto ieri sera. Semplicemente CLAMOROSO. Un incrocio tra un western e “Lawrence d’Arabia” ambientato nello stesso deserto, l’avventura del piccolo Theeb tra predoni e beduini emoziona, coinvolge e, a tratti, atterrisce. Nel buio del deserto il nemico può sbucare fuori all’improvviso, può spaventarti urlando tra le gole dei canyon, può individuarti a miglia di distanza. I valori della fratellanza e dell’ospitalità contrapposti al progresso selvaggio e al violento istinto di sopravvivenza che mette fratello contro fratello: anche qui, come in “C’era una volta il West” di Sergio Leone, è il treno a rappresentare il nuovo che avanza (troppo) velocemente, che travolge tutto, che non fa prigionieri. Da non perdere, speriamo in una distribuzione, non ci speriamo troppo.

Bisogna togliersi il dente subito, inutile girarci ancora tanto intorno: “Pasolini” di Abel Ferrara (recensione) è una delusione gigantesca. No, invece rimando ancora di qualche riga, è un po’ la roba di Noè nudo e ubriaco nascosto ai figli, è una cosa che un amante di zio Abel non può fare. Rimando ancora scusandomi per la fine del diario di ieri: avevo annunciato che questo sarebbe stato l’ultimo appuntamento e invece è il PENultimo, dovrete sopportarmi per un altro giorno ancora. La tristezza di fine Festival fa brutti scherzi, per me è l’ultimo giorno già da un paio di giorni. È così bello essere qui per un appassionato della Settima arte, che le chiusure sono sempre dei piccoli traumi. Vogliamo parlare un po’ del tempo? Certo che quest’estate è sembrata davvero più breve delle altre, sarà per la pioggia…

Ok, la smetto e vi parlo del (non) biopic che Ferrara ha dedicato allo scrittore/regista/intellettuale tout court/omosessuale Pier Paolo Pasolini. Questa definizione quadripartita non è un caso, è la scansione degli episodi in cui è diviso il film. Ma è fuorviante anche parlare di episodi. Andiamo con ordine. Il film dovrebbe raccontare l’ultima giornata di vita dell’artista. Diciamo che racconta un’ultima giornata mentale, unendo i tre progetti in via di definizione (il montaggio di “Salò”, la scrittura di “Petrolio”, il progetto “Porno-Teo-Kolossal”), un’intervista rilasciata a Furio Colombo e la sua ricerca di “ragazzi di vita” nei baretti attorno alla stazione Termini. Invece di concentrarsi su un aspetto, Ferrara fa un bignamino pasoliniano mettendo dentro tutto. E quindi non approfondendo in pratica niente.

Willem Dafoe parla inglese con tutti, diciamo che attorno a lui c’è un’aura anglofona: se voi entrate in una stanza sicuri del vostro idioma, nel metro quadrato attorno a Pasolini comincerete a parlare inglese, anche se non l’avete mai studiato, anche se siete di estrazione popolare. Primo caso nella storia in cui un pasticcio totale potrà essere salvato dal doppiaggio, che uniformerà quest’aspetto nel nostro Paese, non voglio immaginare cosa succederà all’estero. Alcune sequenze sono semplicemente trash, senz’appello: i cori da stadio tra i gay e le lesbiche, il pranzo di famiglia dove il bilinguismo diventa insopportabile (ma che ci fa Mastandrea?), la festa dei potenti che sembra presa pari pari da quella messa in scena da Renè Ferretti nel film di Boris…

Qualcosa funziona, soprattutto la coppia Davoli-Scamarcio, risolta questa volta con un’idea linguistica interessante: Davoli fa De Filippo ma è romano, quindi il dialetto napoletano viene scaricato su Scamarcio che invece interpreta il giovane Davoli. Come dite? Non c’avete capito nulla? Beh, non siete i soli… Gigantesca delusione, stroncature quasi unanimi, solo la giovane critica under 30 grida compatta al capolavoro. Sapete cosa vuol dire questo, visto che a me non è piaciuto per nulla? Che sono invecchiato, cavolo!

Epica la conferenza stampa, con Ninetto Davoli che inizialmente monopolizza la scena con lo stile: «Aò, Pier Paolo io lo conosco e io ne parlo», dopo un po’ viene silenziato e si riesce a parlare anche con zio Abel, ciarliero come non mai. La mia domanda è proprio sul perché del bilinguismo, e avrei sperato ardentemente che mi venisse in qualche modo giustificato, qualcosa del tipo che attorno a Pasolini/Dafoe si parla inglese per sottolineare la sua diversità dal contesto in cui viveva, che la scelta di Dafoe è successiva e non precedente a quest’idea di messa in scena… E invece mi da una (non) risposta per niente condivisibile ma in pieno Ferrara/style: «Ho risposto a questa domanda già nel 2001. (???) Per me quello non è Pasolini, non siamo nemmeno a Roma, potremmo essere a Manhattan, o nella periferia di Rio de Janeiro. È cinema!». Risposta migliore di tutto il suo film, che brutta cosa trovarsi di fronte a uno dei registi che più ami proprio quando ti ha deluso profondamente. È il bello di essere a Venezia, comunque, e non me ne lamento.

Nemmeno il tempo di far uscire la delegazione “Pasolini” ed entra quella di “Burying the Ex“, con i tre protagonisti (Alexandra Daddario FAVOLOSA, l’avevo incontrata anche due anni fa a Giffoni e bisogna dire che è cresciuta, e bene) e un idolo ancora più gigantesco, Joe Dante, in video conferenza dalle Hawaii. Qui riesco solo a ringraziarlo di esistere, e a dirgli che il mondo senza il suo cinema sarebbe stato un posto decisamente peggiore. Vi rimando alla recensione se volete saperne di più di questa fantastica “zom-com“. E faccio lo stesso anche “The Sound and the Fury“, nuova fatica fuori concorso dell’iperattivo James Franco, questa volta regista e attore nei panni di un ritardato deforme. In conferenza si presenta con baffoni e testa rasata come il “Bronson” di Tom Hardy nel film di Nicolas Winding Refn: sta cercando di demolire a picconate la sua immagine di sex-symbol per perseguire quella di artista indipendente a tutto tondo, bisogna riconoscergli il coraggio anche quando sbaglia completamente film, come in questo caso.

Un po’ di spazio finale per parlare di “The Postman’s White Nights” di Andrej Konchalovskij (recensione), penultimo film del Concorso ufficiale (è ormai rimasto solo Andrew Niccol con i suoi droni, per la giornata di domani). Ogni visione snobistica o ultrapopolare del cinema dovrebbe passare dal buon Andrej per essere smentita in nome della riaffermazione della grandezza del buon cinema e basta, da quanlunque nazionalità provenga e di qualunque argomento parli. Ha diretto “Tango & Cash” (sì, quello con Stallone e Russell coppia di sbirri) e ha co-sceneggiato “Andrej Rublev” (sì, uno dei dieci film più immensi della storia del cinema). Capito, gente?

Sbarca a Venezia con un gioiello assoluto di eleganza, stile e perfezione narrativo/simbolica. Gli abitanti di un piccolo villaggio a fare da metonimia per la Russia tutta, con un passato cancellato e calpestato e un futuro nebuloso e incerto. Un postino, unico punto di contatto con il resto del mondo, unico mestiere “antico” ancora attuale, ma chissà poi per quanto tempo? Ed uno Stato tecnocratico insieme vicinissimo e abissalmente distante. Forse il più bel film di questo Festival, comunque da podio. Dovesse vincere qualcosa esulteremmo. Al contrario della Cina che impone tematiche e revisionismo ai suoi autori, Putin non riesce (o non vuole ancora) controllare i grandi artisti che ha ancora in casa, sempre più soli, sempre più disillusi. La barca che trasporta la gente del paesino in un girovagare senza meta, e lo scheletro del Leviatano che ci osservava a Cannes dal film di Andrej Zvyangintsev possono essere guardati in coppia, uno dopo l’altro. Questo è incredibilmente superiore, “Leviathan” fu premiato per la sceneggiatura sulla Croisette, se tanto mi dà tanto…

Diario lungo per giornata lunga, che volete farci. Con l’ultima puntata, parleremo degli ultimi film presentati e aspetteremo la premiazione insieme per commentare i risultati. Vi aspetto qui, non mi lasciate solo proprio ora che la fine è vicina e la tristezza avanza.

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