Home > Rubriche > Eventi > Venezia 71: il diario del 3 settembre

Venezia 71: il diario del 3 settembre

Ma perchè così tanti film francesi in Concorso a Venezia quest’anno? E perchè così tanto brutti? Alberto Barbera deve aver contratto pesanti debiti con la mafia marsigliese, non c’è altra spiegazione. Ci vocifera addirittura di premi grossi per questo filmettino di Alix Delaporte, “Le Dernier Coup de Marteau“, una storiella esile come un filo d’erba su un bambino che vive in una roulotte con la madre (ha appena avuto un cancro, il cancro è il macrotema di questo Festival) ed ha un padre ricco direttore d’orchestra che non ha mai conosciuto. Il ragazzino è appassionato di calcio (pare), comunque è molto forte. Quale sarà la sua arma di riscatto sociale: il calcio (specchio dell’estrazione popolare materna) e la musica (borghesia paterna). Il film è davvero tutto qua. Dove si siano incontrati per concepire un grasso direttore e una povera tipa che non si capisce che lavoro faccia rimane un mistero. Non che sia un problema, ma è un film realista, e alcuni buchi di sceneggiatura si fanno notare più che altrove. Si assiste alle prove di un’esecuzione della Sesta di Mahler suonata davvero molto male…r (chiedo umilmente scusa per questa scemenza). Mi ripeto ancora una volta: in un concorso tanto prestigioso un film inutile è anche più insopportabile di uno magari anche meno riuscito ma nel quale si riconosce un tentativo, un’idea, qualcosa che non puzzi di stantìo lontano un miglio.

Il film successivo è “La Trattativa” di Sabina Guzzanti, di cui potete leggere altrove recensione e resoconto della conferenza stampa. Qui voglio dedicare un pensiero agli “esageratori professionali da Festival”. Per questo film, come per (quasi) tutti gli altri, le iperboli si sprecano, chi parla di ciofeca immonda, chi di capolavoro. E’ un problema che magari comprende anche me, non mi sto tirando fuori. In questa sede voglio concentrami soprattutto sugli “haters” di Sabina, che bocciano il film per l’antipatia nei suoi confronti e perchè “che palle un altro film su Berlusconi”. Non è un film su Berlusconi: il nanetto è solo una, e nemmeno la più importante in questo caso, delle mille figure di potere che girano intorno a questo complicato intreccio. Se anche UN solo spettatore apprende tutto guardandolo, questo film è utile più della metà di quanto visto a questo Festival. E poi la forma scelta, pur non riuscitissima, rappresenta quantomeno un tentativo di rappresentazione artistica che batte la strada della sperimentazione che invocavamo qualche riga fa. Brava Sabina, vai così e non ti fermare, del resto ti hanno lasciato il ruolo principe di controdocumentarista per mancanza di talento e coraggio. Uscisse fuori un cineasta che sposa la tesi opposta, l’invenzione giudiziaria per strumentalizzazione politica e l’innocentismo a oltranza, noi (forse) guarderemo anche il suo di film e poi si dibatterà. Ma non arriverà mai, statene certi, in quella parte del campo dopo Renzo Martinelli (il peggior regista italiano degli ultimi 250 anni) non si è trovato più nessuno.

A metà giornata una carezza, un regalo del Festival (finalmente), venti minuti di cinema immenso: il cortometraggio “The Old Man of Belem” di Manoel De Oliveira. Storia, letteratura, cultura, Don Chisciotte e la sua lotta contro i mulini a vento dell’ignoranza e del progresso/regresso. Ultracentenario De Oliveira, e vogliamo credere che sia immortale, che sia seduto sulla panchina con i personaggi senza tempo ritratti in questo gioiellino colto e meraviglioso. I libri che fuoriescono dall’acqua, che prendono vita dall’elemento che ha generato la vita stessa. Si parlava di idee, ricordate? Devo aggiungere altro?

Red Amnesia” di Wang Xiaoshuai è il film in Concorso serale, direttamente dalla Cina. Il regime cinese permette ai suoi autori di fare quello che gli pare o quasi, basta che nelle storie sia presente un personaggio che dimentica, rielabora, si mette alle spalle la Rivoluzione culturale maoista. Forse ve l’avevo già detto a Cannes per il film di Zhang Yimou, ma il discorso si ripropone identico anche qui. Una vecchietta ha fatto una carognata ad una famiglia confinante per prendere il pass per andare ad abitare in citta’, si sente in colpa e viene perseguitata dai fantasmi del passato. Fantasmi metaforici e reali, che telefonano a casa nelle ore più impensate. Aldilâ degli scherzi è un film passabile, con una parte finale in una fabbrica abbandonata che funziona anche parecchio, che rientra appieno nella casistica dei film medi di questo Festival. Il regista ci aveva già regalato il notevole “Le biciclette di Pechino”, qui conferma le sue qualità ma realizza diversi passi indietro. Il Partito Comunista Cinese ha ben compreso di non poter più conciliare il passato con il presente e ordina ai cineasti di adeguasi alle nuove direttive, ma le restrizioni in realtà possono anche aguzzare l’inventiva: basta ricordare quello che successe negli Usa in tempi di codice Hays, le migliori commedie romantiche della storia del cinema sono uscite da quell’infausto e oscuro periodo.

Si entra in sala Pasinetti per l’arabo “Theeb“, in Concorso domani nella sezione Orizzonti, di cui vi parler Siamo davvero in dieci ad entrare in sala, ormai l’adrenalina sta scemando, la stampa estera è andata quasi tutta via, sul Lido si respira aria di smobilitazione. Ma prima di cominciare a disperarsi davvero meglio lasciar perdere, per il momento. A domani per i saluti dal Festival: nel giorno delle premiazioni non ci sarò, ma cercherò di non far mancare commenti ed eventuali rimostranze. La fiducia nella Giuria presieduta da Alexandre Desplat e che annovera, tra gli altri, Tim Roth e Carlo Verdone non sarà certo altissima (ancora ricordiamo l’epocale cappellata di Bertolucci e dei suoi l’anno scorso con “Sacro GRA”), ma non abbiamo preconcetti di sorta. Staremo a vedere.

Scroll To Top