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Venezia 71, Ivano De Matteo e il cast presentano I Nostri Ragazzi

Le Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2014 presentano “I nostri ragazzi“, il nuovo film diretto da Ivano De Matteo e interpretato da Alessandro Gassmann, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno, Barbora Bobulova e i giovani Rosabell Laurenti Sellers e Jacopo Olmo Antinori (qui la nostra recensione).

Regista e cast hanno incontrato la stampa alla Villa degli Autori e, prevedibilmente, la conversazione si è concentrata soprattutto sul tema principale del film, il rapporto tra genitori e figli.

“I nostri ragazzi” arriva oggi nelle sale italiane in 150 copie. «Speriamo in un pubblico ampio», dice Paolo Del Brocco di Rai Cinema che distribuisce il film e lo ha coprodotto con Rodeo Drive.

Perché avete deciso di adattare il romanzo “La cena” di Herman Koch?
Ivano De Matteo: La prima a leggere il libro di Koch è stata la mia compagna e co-sceneggiatrice del film, Valentina Ferlan. Ciò che mi ha colpito è stato il plot, sia come regista sia come genitore: cosa farei in quella situazione? Cosa farei se scoprissi che una bravata di mio figlio ha avuto conseguenze tragiche? Lo coprirei? Lo denuncerei?

Qual è il punto di vista degli attori sui propri personaggi? Li sentite vicini? Come li giudicate?
Alessandro Gassmann: Innanzitutto devo ringraziare Ivano e chi ha prodotto il film per avermi dato l’occasione di interpretare un personaggio mai fatto in 32 anni di carriera. Per quanto riguarda la sua evoluzione, sì, esistono di sicuro persone che cambiano radicalmente idea e atteggiamento di fronte ai drammi della vita, proprio come fa il mio Massimo. La generazione giovanile di cui parla Ivano in questo film – lo noto osservando mio figlio di 16 anni – vive la realtà filtrandola attraverso ciò che vede su internet. Per questi ragazzi non c’è differenza tra vero e finto, vivono un film drammatico come le notizie che arrivano da Gaza e questo è agghiacciante, a me fa molta paura.

I. De Matteo: Sì, c’è una forte virtualizzazione della morte e del dolore, è una forma di abuso, tanto che la paragono alle conseguenze dell’eroina negli anni 70.

Giovanna Mezzogiorno: Difficile giudicare Clara. Lei vede Michele, suo figlio, come un ragazzo chiuso, timoroso, lontano, e teme che pressandolo lui si allontani ancora di più. Lo vorrebbe ‘possedere’ ma ha paura di essere respinta. All’inizio ha un atteggiamento docile e dolce ma alla fine rivelerà violenza e durezza. Come madre è disposta a tutto, anche ad uccidere per suo figlio. Possiamo davvero giudicarla? Vedo Clara come un personaggio ingiusto, nel senso che non è nel giusto, la sua capacità di giudizio è sbilanciata. Alessandro prima parlava del cambiamento dei personaggi: io non credo che i personaggi cambino, non si cambia in generale nella vita: semplicemente, quando accade qualcosa di estremo vengono fuori cose che non sapevamo di noi stessi, salta tutto. I temi di “I nostri ragazzi”sono l’ignoto e il terrore, e dal terrore possono scaturire solo azioni dannose.

Luigi Lo Cascio: Se l’attore dovesse interpretare solo ciò che gli somiglia o fa parte della sua esperienza, potrebbe interpretare solo se stesso: serve una capacità mimetica per capire e interpretare l’altro con l’immaginazione, è uno sforzo di sconfinamento dalla conoscenza di sé. Il personaggio irrompe in noi, ci colonizza e si manifesta allo sguardo dello spettatore. L’attore non può non amare il proprio ruolo senza mettersi continuamente in discussione, e questo vale sempre, non solo in un film come questo che tocca il rapporto tra genitori e figli.

Barbora Bobulova: Essendo tutti genitori, il film ci ha messo di fronte a degli interrogativi. Per me è stato un grande onore lavorare in questo film, e con gli altri attori c’è stata subito sintonia dalla prima lettura del copione.

In che misura i giovani protagonisti Jacopo Olmo Antinori e Rosabell Laurenti Sellers hanno sentito reali i propri personaggi? E cosa pensate del ruolo di internet nella loro vita?
Rosabell Laurenti Sellers: È vero, la tecnologia normalizza la violenza: vedendola tutti i giorni e prendendola come un gioco, non è poi così sorprendente che accada ciò che vediamo nel film. E poi c’è la paura da parte dei genitori di dire no ai propri figli.

Jacopo Olmo Antinori: Sì, credo anch’io che quelle raccontate nel film siano situazioni plausibili. Anche se, certo, non tutti i ragazzi di quell’età sono assassini. Per me Internet è uno strumento: se esiste un problema di relazioni o di distacco dalla realtà, quel problema è già dentro la persona. Internet può solo amplificarlo.

Jacopo e Rosabell, come giudicate i vostri genitori cinematografici?
J. O. Antinori: Penso alla scena in cui la madre porta la cena in camera a Michele, per me qualcosa di inconcepibile. Michele vive iper-protetto, e ciò lo ha portato ad alienarsi dalla realtà. Il padre è un simpaticone, un brava persona, ma meno presente rispetto alla madre.

R. Laurenti Sellers: Benedetta è sempre stata viziata. Anche Sofia, il personaggio di Barbora, pur non essendo la vera madre sarebbe disposta a mentire pur di proteggere la ragazzina.

Già all’inizio del film si fa fatica ad empatizzare con i due ragazzi: è un effetto voluto?
I. De Matteo: Non credo che ci sia una netta distinzione tra persone simpatiche e persone antipatiche, penso che esistano semplicemente delle personalità. Miche e Benedetta sono una generazione nuova, frutto di chi è venuto prima di loro- Io stesso, durante l’asolescenza, ho rischiato mille volte di compiere una bravata pericolosa. Perché qui non parliamo di un crimine premeditato. Ho cercato di rappresentare i personaggi in modo freddo, distaccato, un approccio già presente nel libro di Koch. Qualsiasi sia la decisione presa dai genitori – denunciare o coprire – la vita di un figlio, in una situazione del genere, è rovinata per sempre.

L. Lo Cascio: Oggi lo scontro tra genitori e figli non è più suoi valori: da una parte c’è il genitore che cura, e dall’altra una lontananza filiale sempre seduta sul divano. I figli chiedono solo di essere lasciati in pace, nel loro delirio di dipendenza dalle tecnologie – un eterno presente che annulla ogni tipo di comunicazione.

G. Mezzogiorno: Seguo molto i fatti di cronoca, la mia sensazione è che dietro questi crimini violenti ci sia una solitudine irrisolvibile e desertica. Oggi ci si fotografa per tutto il tempo la faccia perché milioni di persone la guardino: è una cosa curiosissima, in piscina, al gabinetto, mentre si cambia l’acqua del pesce rosso. Puro terrore dell’isolamento.

I. De Matteo: “I nostri ragazzi” è un film sull’incomunicabilità ma il web e la rete non sono la causa, la violenza è dentro ogni uomo. E ho cercato di mostrarlo già nel prologo, in quel diverbio in mezzo al traffico. Un altro elemento importante è il cibo: come diceva Jacopo, i personaggi mangiano isolati l’uno dall’altro, le uniche cene che si fanno insieme sono quelle al ristorante, mal sopportate.
Mentre ricordo che nella mia famiglia la tavola era un rito; il disfacimento parte anche da lì, dal mangiare ogni giorno senza guardarsi in faccia e senza parlarsi.

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