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Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro 2018 | Il Concorso

Arrivata quest’anno alla 54a edizione, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha, ancora una volta, tracciato le linee guida per il cinema del futuro, ricalibrato la memoria per quello del passato meritevole ma meno celebrato, ricercato la creatività italiana fuori formato dovunque essa si manifesti, dal web alla commistione con le altre arti, musica in primis.

La direzione di Pedro Armocida, arrivata al quarto anno, ha presentato a pubblico e addetti ai lavori un festival serio (ma mai serioso) e giocoso al tempo stesso, intellettuale nei contenuti e curato nella dimensione umana, con convegni e dibattiti orizzontali e mai calati dall’alto, aperti al confronto, perfettamente inseriti nella mission che i fondatori Lino Miccichè Bruno Torri si sono proposti fin dalla storica prima edizione del 1965. Nuovo cinema, quindi, non solo inedito ma capace di avviare processi di rinnovamento, di crescita, di maturazione, di evoluzione del cinema stesso, innervando un processo che le Settimane della Critica cannensi e veneziane cercano di portare (anche) all’interno dei più prestigiosi festival internazionali.

Il Concorso di quest’anno ci ha consegnato opere da ricordare, e la nostra breve (ma, si spera, non superficiale) ricognizione non può che iniziare dal vincitore, il francese “John McEnroe: In the Realm of Perfection” di Julien Faraut, già passato alla Berlinale e in Concorso al Cinéma du Réel. Verdetto inappuntabile, è bene ribadirlo subito. Un oggetto filmico alieno e inclassificabile, come lo straordinario campione di cui racconta le gesta, che unisce il film didattico, il documentario, la (inedita) ripresa sportiva per analizzare a fondo l’imperscrutabilità (che meraviglioso ossimoro) e l’irriproducibilità del gesto del fuoriclasse, della naturalezza nella straordinarietà che può convivere solo nel genio puro, in qualsiasi campo questo si manifesti.

Prima i filmati di Gil de Kermadec, vere e proprie lezioni di tennis, l’origine primigenia e primitiva del gioco e della sua rappresentazione, poi una parte centrale tesa a inquadrare il “mostro” McEnroe, la sua febbrile voglia di vittoria, l’ispirazione dal Tom Hulce di “Amadeus”, la sua totale incapacità a recitare fuori dal campo in spot e programmi televisivi, la difficoltà (come per l’attore britannico Peter Sellers, ad esempio) di trovare un’identità propria al di fuori della “scena”, del campo da gioco.

Infine, il match, la finale del Roland Garros del 1984 giocata contro il cecoslovacco Ivan Lendl, un altro opposto, come Borg. Dimenticate “Borg McEnroe”, il film di finzione uscito qualche mese fa che ebbe la folle idea di RIGIRARE la partita più bella del secolo, la finale di Wimbledon 1980, senza usare, rimodellare, riprocessare le vere immagini. Qui siamo all’acme totale del discorso filmico, siamo all’incontro finale di “Rocky”, ma guardiamo le VERE immagini della partita. Con la camera puntata su McEnroe, interprete principale del film supremo, il dramma sportivo nel suo farsi, con il solo filtro della pellicola cinematografica, che ridà al tutto une veste nuova. INCREDIBILE, e difficile da descrivere a parole. Jean-Luc Godard, citato nel film, affermò che “il cinema mente, lo sport no”: qui, forse, per la prima volta, Faraut contraddice questo assunto incontestabile, usa il suo lavoro da archivista dei film in 16mm all’Istituto Nazionale dello Sport, s’imbatte in un tesoro inestimabile sepolto sotto la polvere, e ce lo presenta, nuovo e splendente. Semplicemente imperdibile, per appassionati di tennis e di cinema, per tutti.

Ancora un film che spero v’incuriosisca recuperare dopo questa ricognizione, ★ di Johann Lurf, giovane cineasta austriaco che si è imbarcato in un’impresa altrettanto folle, un’opera compilativa, in rigoroso ordine cronologico, di TUTTE le scene di cieli stellati della storia del cinema. O meglio, di tutte quelle che è riuscito a trovare in un formato presentabile in una sala cinematografica, da un elenco di circa 2400 opere. Forzatamente non completo, in continuo divenire sia dopo la fine che al suo interno (c’è sempre un film mai visto nella sterminata storia della Settima Arte da piazzare all’interno dell’elenco, nel posto giusto), “Stella”, così dobbiamo chiamarlo noi italiani, è un altro oggetto filmico di grandissimo interesse, pieno di rimandi interni anche e soprattutto involontari, di suggestioni. Si gioca a riconoscere la sequenza, si ascoltano tante lingue lasciate volutamente senza traduzione, un esperanto dell’umanità cinematografica intenta a specchiarsi nelle stelle, nelle nebulose, nei cieli in bianco e nero e attraversati da scie di colore, con la macchina da presa a scorrimento verticale o in (simulata) profondità. In sala, un’esperienza ai limiti del lisergico, mesmerizzante; a casa, un’installazione videoartistica da esperire per frammenti o nella sua totalità.

Non si può non chiudere con l’unico italiano del Concorso, il ravennate Daniele Pezzi, e la sua opera “Beware! The Dona Ferentes” , puro noise visivo e sonoro, uno studio sul rumore veicolato da una miriade di input e formati diversi attraverso la figura umana e artistica di Michele Mazzani aka, appunto, Dona Ferentes. Il titolo richiama i “grind house” di serie B americani, ed è con quello spirito che Pezzi ci racconta il suo idolo/amico, attraverso dieci anni d’incontri, interviste, riprese di concerti, pedinamenti zavattiniani nel quotidiano. Autore di un noise feroce e disturbante, ma con indiscutibili tratti di genialità sotto lo spesso strato ai limiti del respingente, Dona Ferentes ci sembra per tutta l’opera un sopravvissuto, a partire dalla miriade di musicassette con cui il film ce lo presenta, usando genialmente una parte, la più importante, per il tutto. Lo vediamo “giocare” coi nastri sul palco e nei boschi, sperimentare e consegnare la posta (e sì, nella vita “normale” Michele fa il postino), e non possiamo che rilevare uno scarto: è molto più interessante l’occhio registico che riprende il personaggio, la chiave scelta per mostrarcelo, che non il personaggio stesso. Mazzani non è magnetico quanto McEnroe (ma chi lo sarebbe?), ma l’amore di Pezzi per la materia rappresentata è urgente, vivo e pulsante, tanto da farci attendere nuove prove del regista con curiosità mista ad impazienza. Nel suggestivo finale, Dona Ferentes si dissolve nella performance, quasi a richiamate echi twinpeaksiani. Non ci si può più “appoggiare” a nessuno, è ora di proseguire il percorso artistico cercando altre strade. 

Venite, insomma, nel prossimo giugno a Pesaro, deliziosa cittadina affacciata sull’Adriatico: non guarderete il “solito” cinema narrativo ma potreste intraprendere dei viaggi dai quali non vi andrà più di tornare.

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