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Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro 2018 | Le sezioni collaterali

È sempre affascinante vagare tra le varie sezioni che compongono un grande festival, e questo è ancor più valido per la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che in quest’edizione 2018 ha messo a disposizione di pubblico, cinefili, critici e studiosi un programma quanto mai ampio e variegato.

Dandovi conto delle visioni, ne approfitteremo per presentarvi brevemente sia le sezioni stesse (qui il resoconto sul concorso) che le scelte editoriali e culturali con le quali sono state composte, in armoniosa sintesi tra passato e futuro.

Il presente, temporale e cinematografico, non esiste. Partiamo dalla retrospettiva, curata da Donatello Fumarola, dedicata a Marc-Gilbert Guillaumin, in arte Marc’O, scrittore, drammaturgo, cineasta, tra gli animatori, insieme a personaggi del calibro di Andrè Breton, Jean Cocteau e Luis Buñuel, solo per fare qualche nome, della scena culturale francese degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Abbiamo potuto ammirare quello che è probabilmente il suo contributo più interessante all’arte cinematografica, “Les idoles”, film sessantottino per spirito e tematiche, oltre che per l’anno di uscita nelle sale, che venne presentato proprio a Pesaro.

Una satira dello show business clamorosamente in anticipo sui tempi, dove tre star della musica (interpretate da Pierre Clémenti, Bulle Ogier e Jean-Pierre Kalfon), tre “idoli” del beat transalpino, si sottopongono ad una surreale conferenza stampa/talent show/processo pubblico, mentre in flashback assistiamo a momenti della loro vita precedente, in forma di musical pop e stralunato, connubio fecondo tra il cinema e le esperienze teatrali più avanguardistiche dell’epoca. Gli idoli si ribellano ai loro impresari, e in una sorta di catarsi immolano sull’altare della libertà la fine del loro regno di fama e denaro, dopo aver subito l’imposizione di biografie costruite e maledette e ogni sorta d’intreccio amoroso gettato in pasto a stampa e fan in delirio.

Mentre assistiamo al racconto della “difficile” infanzia del rocker Charly, diventiamo improvvisamente consci del livello multiplo di finzione al quale stiamo assistendo: un racconto messo in scena, degli eventi tesi a costruire il personaggio più che la persona, e la straniante modalità di rappresentazione a fare da collante. Da recuperare, un film intriso dello spirito del tempo e insieme un’analisi lucida e visionaria, datato in più di un passaggio ma indubbiamente di grande interesse.

Alle protagoniste femminili del nostro cinema è stata invece dedicata la rassegna “We Want Cinema”, alla quale è stato abbinato anche un volume con lo stesso titolo edito da Marsilio. Registe celebrate come Lina Wertmüller, o veterane come Roberta Torre (proiettato il suo ultimo lavoro, il musical “Riccardo va all’inferno”) e Francesca Comencini (“Amori che non sanno stare al mondo”) o esordienti alla regia come l’attrice Tea Falco (“Ceci n’est pas un cannolo”) hanno potuto presentare o ripresentare le proprie opere, accompagnate da uno strepitoso programma di cortometraggi che, partendo dagli anni Sessanta fino ad arrivare ai giorni nostri, ci ha fatto conoscere artiste purtroppo misconosciute come Simonetta Fadda, Ursula Ferrara, Monica Carocci (complesso e visivamente affascinante il suo “Il bagno 2″), Rosa Foschi e tante altre ancora. Giurato de l concorso (insieme a Paolo Franchi e Tea Falco), il documentarista Stefano Savona ha presentato, dopo il trionfale passaggio all’ultima Quinzaine des Rèalisateurs sulla Croisette di Cannes dove è stato premiato come miglior documentario, il suo bellissimo “La strada dei Samouni” all’interno delle “Proiezioni speciali”.

L’operazione “Piombo fuso” dell’esercito israeliano, nel gennaio del 2009, massacra indiscriminatamente ventinove civili creduti fiancheggiatori dei terroristi. Ai ricordi dei membri della famiglia Samouni, affidati all’animazione di Simone Massi, è affidato il compito di ricostruire i nefasti eventi. Struggente, forse con qualche lungaggine di troppo ma un’opera importante, con una lunghissima gestazione. Alle “lezioni di cinema” di Federico Rossin, invece, è stato affidato il compito di celebrare il cinquantennale del Sessantotto, attraverso una selezione di opere di quell’incredibile annata assolutamente non scontata, che alla ricerca di artisti purtroppo dimenticati ha accompagnato opere erroneamente considerate “minori” di grandi e riconosciuti maestri.

Estrapoliamo dalla selezione un esempio per ognuna di queste due fattispecie. “Back and Forth” di Michael Snow è cinema materico, fisico, rigidamente compresso in coordinate spazio/temporali, all’apparenza, ma pronte ad essere frantumate per creare dimensioni “altre”, ricavate, scavate all’interno della realtà stessa. “È una sorta di dimostrazione o lezione sulla percezione e sul concetto di ordine pubblico, oltre che sulla sua trascendenza. I miei film costituiscono (per me) un tentativo di evocare l’animo di certi stati di coscienza”, per affidarsi alle parole del suo stesso autore. Un’aula universitaria, un movimento orizzontale, l’irrompere dell’autorità costituita, un movimento verticale. Roba così, ve l’assicuro, non l’avete MAI vista. 

“Dyonisus in ’69″, invece, è una delle prime opere di Brian De Palma, la ripresa di uno spettacolo teatrale del Performance Group che culminava, in consonanza con le esperienze del Living Theatre, con l’orgiastico coinvolgimento del pubblico in sala. Split screen, donne dalle mani insanguinate, alcune caratteristiche del suo cinema successivo qui al loro esordio assoluto, e un finale agghiacciante che rimanda incredibilmente ai nostri tempi. A chiudere ogni giornata di festival, nella suggestiva location di Palazzo Gradari, sonorizzazioni di film muti affidate a grandi artisti.

Segnaliamo il notevole lavoro degli Ooopopoiooo (Vincenzo Vasi & Valeria Sturba) sulle immagini di “Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola” del 1913, diretto da Marcel Fabre, uno dei primi lungometraggi “fantastici” della cinematografia europea, con delle sequenze aeree e subacquee da stato dell’arte dell’effettistica artigianale e dell’inventiva, sulle orme del progenitore del genere George Méliès.

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