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Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: A Roma, istruzioni per l’uso

«Vado a vedere i documentari russi: sembra una frase da Fantozzi e invece il nostro pubblico ha reagito nella maniera migliore». L’ha detto Giovanni Spagnoletti, direttore artistico della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, alla conclusione della bella retrospettiva sul cinema russo contemporaneo, iniziata nel 2010, e che quest’anno si è concentrata sulla produzione documentaristica.

Dal 9 all’11 luglio una piccola selezione di documentari russi, affiancati da titoli di altre sezioni, si spostano dalle Marche alla Capitale nell’ambito delle Notti di Cinema a Piazza Vittorio con l’ottava edizione di Pesaro Film Festival a Roma: per non sentirsi come Ugo Fantozzi di fronte alla “Corazzata Potëmkin” e partecipare alle proiezioni con animo sereno e curioso, ecco una piccola guida alle visioni.

“Even The Rain” (“También La Lluvia”) di Icíar Bollaín
È stato il vincitore del premio “Cinema e diritti umani” di Amnesty International perché «con una narrazione estremamente efficace, sorretta da una sceneggiatura attenta, il film affronta il modo originale il tema cruciale dell’accesso a un diritto umano fondamentale, l’acqua, la cui richiesta risuona a ogni latitudine del mondo» e «per la lucidità, il senso di responsabilità e l’impegno con cui presenta e analizza i grandi cambiamenti in atto nel continente latinoamericano». Tra gli interpreti, Gael García Bernal che nel programma pesarese era presente anche come regista con “The Invisibles“.
Lo sceneggiatore invece è Paul Laverty, collaboratore storico di Ken Loach e compagno di Icíar Bollaín, conosciuta proprio sul set di un film del regista inglese, “Terra e Libertà”, dove lei era impegnata in veste d’attrice.

“Bitch Academy” (“Kak stat stervoj”) di Alina Rudnickaja
A San Pietroburgo c’è una stanza affollata di ragazze e donne accorse a frotte per imparare, secondo canoni e regole dettati dall’insegnante (maschio), come sedurre e ottenere ciò che si vuole (leggi: denaro e vestiti) da ogni uomo economicamente interessante. Ciò che le protagoniste di Alina Rudnickaja si impegnano ad apprendere è parte di una mentalità più o meno diffusa in quasi ogni Paese, e non è questo che provoca sgomento: fa paura, piuttosto, vedere come ognuna di loro accetti di farsi svalutare costantemente da un sedicente maestro improbabilissimo e soprattutto dagli sguardi cattivi e invidiosi delle compagne di corso. Un massacro psicologico tra quattro mura che svela l’orrore persino tra le risate complici di un gruppo di comunissime ragazze, peraltro simpatiche e spesso autoironiche. Vince (?) la più brava a recitare una parte, con sicurezza costruita e falso entusiasmo, da venditrice di se stessa. Tutto in 31 minuti e con una regia che pare non esserci.

“Pure Thursday” (“Čistyj Četverg”) di Aleksand Rastorguev
Rastorguev è un radicale, uno che del linguaggio cinematografico ha una padronanza totale ma non ha il minimo interesse ad essere considerato un autore e definisce addirittura “Pure Thursday” il suo film meno riuscito, perché «il mio punto di vista è troppo predominante, ho ottenuto risultati migliori quando mi sono messo da parte».
Qui racconta l’intimità dei giovanissimi soldati russi impegnati in Cecenia; Rastorguev si dice più interessato ai meccanismi del linguaggio cinematografico perché è da lì che possono nascere nuove storie da raccontare e scrive manifesti per un cinema “del disgusto e della spiacevolezza”. Cinema disturbante, insomma. Eppure, per uno splendido paradosso, spesso portatore di uno stupore commovente.

“Life in Peace” (“Mirnaja Žizn'”) di Antoine Cattin e Pavel Kostomarov
Cattin e Kostomarov sono i due compari di Rastorguev e i loro lavori li vedono costantemente alternarsi alla regia, alla fotografia e al montaggio: proprio alle produzioni del creativo terzetto la Mostra ha dedicato il segmento più corposo all’interno della macrosezione sulla Russia. “Life in Peace” segue un padre e un figlio ceceni nelle loro difficoltà quotidiane, senza enfasi ma con grande abilità narrativa. Davanti a opere come questa, la definizione di “documentario” sembra perdere senso e suscita ingombranti interrogativi su quanto si possa rubare dalla vita di una persona per poi portarla sullo schermo.

“Truce” (“Peremirie”) di Svetlana Proskurina
Già nel 2010 Pesaro ha inserito nel programma dedicato al cinema russo un focus sugli “sguardi femminili”. Ci è finita dentro anche Svetlana Proskurina che tuttavia ne farebbe volentieri a meno, visto che non ama le distinzioni di genere. Femminile o non femminile, il suo film – che sarebbe riduttivo definire semplicemente “drammatico” – merita la visione.

“On The Third Planet from The Sun” (“Na tret’ej ot solnca planete”) di Pavel Medvedev
Esiste una regione, nel nord della Russia, dove per anni sono stati condotti test nucleari: oggi chi ci abita ha imparato a convivere con i rifiuti lasciati in eredità dai vecchi esperimenti e persino a riutilizzarli. Girare un documentario non significa (soltanto) “filmare il reale” perché nel reale si possono cercare storie interessanti e immagini fortemente cinematografiche. Le etichette, insomma, valgono sempre meno. Il film è stato anche al Torino Film Festival e ha vinto il Grand Prix al Festival del Cortometraggio di Oberhausen.

“Ascention” (“Voschoždenie”) di Pavel Medvedev
Materiale storico d’archivio utilizzato per raccontare le prime esplorazioni spaziali sovietiche. Noioso? Dipende. Intanto perché le vecchie riprese che i registi russi d’oggi si trovano tra le mani non sono residui d’antiquariato ma frammenti d’alto valore e fascino visivo. E poi perché con giusti e consapevoli interventi di suono, fotografia e montaggio possono nascere racconti nuovi e sorprendenti.

“Murgia” di Cosimo Terlizzi
Ancora un documentario, ma decisamente sui generis. Proponendo le opere di Cosimo Terlizzi, Pesaro ha scelto di approfondire, per usare ancora le parole di Spagnoletti, quei «territori misti tra cortometraggio, documentario e videoarte».
“Murgia” infatti «non è un documentario tradizionale – dice Terlizzi – potremmo definirlo una docu-fiction, con alcuni momenti sopra le righe che possono spiazzare chi si aspetta una visione più regolare». E perché proprio la Murgia? Perché, spiega ancora l’autore, «è un paesaggio in cui all’apparenza non c’è nulla, eppure è vivo, pieno di piante e animali incredibilmente coraggiosi e resistenti».

“Il Conformista” di Bernardo Bertolucci
Se i russi non bastano, in chiusura c’è il Maestro Bernardo (la Mostra del Nuovo Cinema gli ha dedicato una retrospettiva) con il film del 1970 appena riproposto anche dal Cinema Ritrovato di Bologna in versione restaurata. Titolo vecchio? Non c’è bisogno di rivederlo in piazza? Vedi pop-up relativo alla “fotografia” (quella del “Conformista” è di Vittorio Storaro) a pagina 2.

Info e orari di tutte le proiezioni su pesarofilmfest.it

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