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Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: Il giorno di Nanni

La notizia è che sta già scrivendo un nuovo film a fianco di una sceneggiatrice e che la storia avrà una protagonista femminile («almeno dico una cosa nuova, così la signora dell’Ansa lo scrive»): Nanni Moretti ha incontrato il pubblico sabato 30 giugno al Teatro Sperimentale di Pesaro a consclusione della retrospettiva completa che la 48esima Mostra del Nuovo Cinema gli ha dedicato.

Teatro pieno, biglietti (gratuiti) per assistere all’incontro esauriti in pochi minuti sabato mattina (testimoni oculari parlano di “guerriglia”), nervosismo sotto il sole all’ingresso e corse da mandria impazzita per conquistare i posti migliori.

In apertura Bruno Torri cita il nuovo cinema italiano ed europeo degli anni 60, in particolare Bernardo Bertolucci, perché «individuare in modo corretto le radici aiuta a capire le tappe successive», e traccia una linea di continuità col cinema di Moretti, di ieri e di oggi: «le mie esperienze di spettatore sono state importanti per il mio lavoro di regista ed ero e resto molto legato al cinema degli anni 60 cui tu facevi riferimento», risponde Nanni.
«Erano film – continua il regista – che riflettevano contemporaneamente sul cinema e sulla realtà, attraverso di essi si prefigurava un nuovo cinema e una nuova società che rifiutavano quelli avuti in eredità dai padri: non erano soltanto film politici, magari un po’ rozzi e disinteressati al mezzo espressivo».

Torri legge in “Bianca” (1984) un punto di svolta nella filmografia dell’autore, una «prima messa in discussione della relazione tra regista e personaggio». E Nanni concorda, non solo perché lì il suo Michele Apicella è un assassino: «all’inizio avevo un modo più freddo di vedere i film, ero soprattutto alla ricerca di una perfezione formale e come spettatore, quando cominciai a fare il regista, tendevo a non emozionarmi, a dare poca importanza a quello che si chiama plot. Nel dicembre del 1981 ho visto “La signora della porta accanto” di Truffaut ed è iniziata una nuova fase: non avevo letto recensioni (cominciavo ad andare al cinema cercando di sapere il meno possibile del film) e mi emozionai molto. Così dalla scrittura del film successivo, “Bianca” appunto, ho cominciato a dare più importanza all’intreccio narrativo, alla storia perché cominciavo a emozionarmi come spettatore e volevo emozionare anche come regista. Chiamai pure una persona in più alla sceneggiatura, Sandro Petraglia».
[PAGEBREAK] L’approccio da spettatore influisce anche sull’attività di produttore, distributore ed esercente avviata negli anni 80 a fianco di Angelo Barbagallo, anni in cui si diceva che “i film italiani non andavano oltre Chiasso” («e io mi immaginavo Chiasso pieno di pizze di pellicola, bloccate lì») perché ritenuti non interessanti per il pubblico degli altri paesi. Nel tentativo di andare incontro al mercato straniero si producevano dei film «finto-internazionali con ambientazioni estere forzate e attori stra-doppiati. Con la Sacher Film abbiamo rifiutato questa retorica perdente per realizzare invece dei film con delle radici, con un paesaggio: ecco quindi gli esordi di Carlo Mazzacurati, Daniele Luchetti, Mimmo Calopresti e Valia Santella».

Vito Zagarrio
, curatore della retrospettiva pesarese e della raccolta di saggi “Nanni Moretti. Lo sguardo morale“, gli domanda del suo rapporto con l’ideologia e di ciò che «nel nostro libro, che tu non leggerai mai, viene definito “impegno postmoderno”».
Nanni giustamente risponde: «quando la politica è entrata nei miei film, peraltro meno di quanto comunemente si pensi e spesso in maniera poco realistica come in “Palombella rossa”, non era per dovere o per cambiare la testa agli spettatori, ma perché volevo raccontare quella storia. Quanto al mio impegno politico che dieci anni fa ha preso corpo con la partecipazione ai girotondi, si tratta di qualcosa che mi riguarda come cittadino, non come regista: di quell’esperienza non ho filmato nulla, nemmeno come reportage».

E il rapporto con la critica?
«All’inizio leggevo tutto e conservavo tutto, poi leggevo parecchio e conservavo tutto. Ora leggo poco e conservo qualcosa», dice Nanni.
E conclude: «In “La stanza del figlio” c’è la scena molto cruda della chiusura della bara, col rumore delle viti, e qualcuno mi ha detto: “è possibile vedere dietro la morte del ragazzo la morte del ’68?”
NO.»

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