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Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: L’Italia allo specchio

Con la proiezione romana di “Un consiglio a Dio” di Sandro Dionisio e “Scorie in libertà” di Gianfranco Pannone domenica 8 luglio, si è concluso l’approfondimento dedicato dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro al documentario italiano contemporaneo.

Il film di Dionisio in realtà non faceva parte della retrospettiva “Il cinema documentario oggi: l’Italia allo specchio” ma partecipava al festival in concorso, nella sezione competitiva intitolata a Lino Micciché e riservata a opere prime e seconde. La particolare struttura narrativa che nelle intenzioni vorrebbe fondere teatro, fiction e documentario lo rende comunque interessante ai fini di una riflessione su ciò che chiamiamo oggi, nel nostro paese, cinema “del reale” a tematica sociale.

Benché sia i curatori della rassegna che i registi intervenuti in gran numero a Pesaro per la tavola rotonda di venerdì 29 giugno abbiano insistito sull’esistenza di un cinema documentario che non sia solo reportage ma vero e proprio film “di creazione”, i titoli proiettati hanno mostrato un gruppo di autori realmente interessanti (citiamo, oltre a Pannone, Martina Parenti e Massimo D’Anolfi con “Grandi speranze”,
Chiara Malta con “Armando e la politica” e i cinquantacinque creatori
di “Milano 55,1″) in mezzo a una massa più o meno indistinta di documentaristi molto timidi, bloccati in un linguaggio elementare che troppo spesso cerca la poesia con inquadrature a caso e fermi, dal punto di vista dei contenuti, a un’indignazione di sicuro piena di buone intenzioni ma cinematograficamente assai noiosa.
[PAGEBREAK] Questa timidezza a Pesaro appare particolarmente evidente perché la Mostra ha sempre dato ampio spazio al cinema documentario e, solo l’anno scorso, ha fatto conoscere al proprio pubblico la sofferta filosofia politica applicata al cinema del francese Sylvain George e la violenza terribile del russo Aleksandr Rastorguev, cineasti concretamente capaci di dar corpo all’auspicio di Pannone che vorrebbe «non solo documentari socialmente utili ma socialmente pericolosi».

Non c’è pericolosità negli affettuosi pedinamenti di Leonardo Di Costanzo in “Cadenza d’inganno” né nelle prevedibili, e a tratti artefatte, interviste di “Un consiglio a Dio” che purtroppo non sa nemmeno valorizzare adeguatamente il ritmo della lingua teatrale (è ispirato al testo “Il trovacadaveri” di Davide Morganti) e si affida solo al magnetismo di Vinicio Marchioni. Ma la bravura di un attore capace di rendere credibile un monologo fuori dal palcoscenico non basta per fare cinema.

Dal cinema insomma bisognerebbe partire e sul cinema bisognerebbe riflettere attentamente, prima di ogni pur giusta discussione sulle difficoltà di produzione e di distribuzione.
Che il documentario in Italia sia un’entità sconosciuta e invisibile è un fatto non negabile. I documentari non arrivano nelle sale.

Mentre piattaforme di video on demand come Own Air e On the Docks si scontrano con le resistenze degli utenti (e talvolta anche degli autori), i registi continuano a filmare pensando prevalentemente al grande schermo. Su questo punto, le parole più pertinenti sono arrivate da Felice D’Agostino: «Il problema è a monte, bisogna pensare e produrre un film tenendo conto del modo in cui verrà visto, se su uno schermo piccolo o su quello di una sala cinematografica».
Conoscere gli strumenti e saperli utilizzare. È l’unica strada giusta.

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