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Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: Russia in corto

Le retrospettive che la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro ha dedicato nel 2010 e nel 2011 al cinema russo contemporaneo hanno mostrato una produzione di qualità impressionante, per spessore culturale, competenza e libertà nell’uso del linguaggio cinematografico, vivace passione per il racconto e ricchezza di contenuti (approfondimenti qui e qui).

Grande interesse meritava anche la programmazione di cortometraggi proposta quest’anno, “Russia in corto“, a cura di Olga Strada e Elena Trukhanova in collaborazione col festival Artkino: otto opere di autori molto giovani appena usciti dall’università (in più di un caso i lavori erano stati realizzati proprio come tesi di laurea) affiancati a un lungometraggio, il bizzarro “Chapiteau Show” di Sergej Loban (lo avevamo introdotto brevemente parlando del programma del festival).

Sfogliando le schede di questi film prima di vederli, due particolarità balzano agli occhi.
La prima è che il curriculum dei registi raramente è limitato al cinema: Loban ha studiato “elettronica e matematica”, Olga Tomenko (29 anni) è una pallavolista e “ha ultimato la scuola musicale diplomandosi in pianoforte”, Marija Khomjakova (31 anni) “ha una formazione da analista finanziaria”, Julija Bysheva (25 anni) è specializzata “in pedagogia correttiva”. Molti sono anche attori, quasi tutti hanno esperienze di regia e recitazione teatrale.

La seconda caratteristica tipica del nuovo (buon) cinema russo è la curiosità immediata che i film sono in grado di suscitare dopo una banale lettura della trama: nella manciata di titoli pesaresi quest’anno si potevano incontrare medici che trapanano il cranio di un ragazzo perché le radiografie hanno mostrato una bambina nascosta al suo interno (“Eto khazhetsja, chto proshlo a na samom dele, mozhet, i ne proshlo” / “Sembrerebbe tutto a posto. O forse no?” di Maksim Zykov), donne che si svegliano tra le nevi (“Kholod” / “Gelo” di Natalija Kurdjashova) e treni terrificanti bloccati in mezzo al nulla (“Neznachile’nye podrobnosti sluchajnogo epizoda” / “Dettagli insignificanti di un episodio fortuito” di Mikhail Mestetskij, un’opera bellissima, carica di turbamento e ironia).

Post visione, un’altra cosa è certa: in Russia le scuole di cinema e teatro funzionano. Ci sono più arte pittorica, personalità, consapevolezza fotografica e violenza in una sola inquadratura di “Bez sroka davnosti” (“Senza termini di prescrizione”) di Roman Svetlov (18 minuti il film, 33 anni lui) che in metà dei documentari italiani presentati a Pesaro in quest’edizione. E non si tratta di una ricerca estetica fine a se stessa, si tratta piuttosto di fare materialmente cinema, di saper creare immagini in movimento per produrre senso.

Persino un corto tutto sommato comune, potremmo dire scolastico, come “Geroinja” (“Eroina”) di Marija Khomjakova, che racconta la brutta esperienza di tossicodipendenza vissuta da una ragazza, si fa amare per la serietà con la quale lavora sui colori, sulla rappresentazione degli spazi e sul sonoro.
E come si può non restare a bocca aperta di fronte a attori bambini capaci di recitare in modo più che convincente sotto la direzione di una laureanda (Olga Tomenko col tenero “Dotjanut’sja do mamy” / “Abbracciare la mamma”)?

Bisogna riconoscere che quando Olga Strada parla di “talenti espressivi capaci di perlustrare nuove aree tematiche”, non lo fa solo per dovere istituzionale o per acritica necessità di promozione ma perché si trova effettivamente fra le mani una produzione difficilmente eguagliabile da altri paesi.

E a Pesaro ancora una volta va il merito di contribuire a farla conoscere fuori dai confini russi. Peccato solo per la posizione un po’ penalizzante dei corti in calendario, domenica pomeriggio a ridosso della finale europea Italia – Spagna (ma non era prevedibile) e sovrapposti all’attesa proiezione di “La sconfitta”, “Patè de bourgeois” e “Come parli frate?” introdotta da Nanni Moretti.

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