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Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro: Simone Massi, disegno in sottrazione

In un mondo normale Simone Massi non avrebbe bisogno di definirsi orgogliosamente “animatore resistente” e di ribadire continuamente la propria onestà: sarebbe solo un buon artista, stimato e seguito.
Viviamo però in un mondo dove vedere al cinema un tipo d’animazione non digitale è diventato impossibile, siamo in un paese nel quale sempre più si radica l’idea che chi voglia lavorare disegnando sia una specie di ladro. E siamo in una regione, le Marche, che ha speso 2 milioni di euro per lo spot turistico con Dustin Hoffman impegnato a leggere Leopardi: quando Massi dice che con quei soldi centinaia di autori come lui avrebbero potuto lavorare tranquillamente per vent’anni, starà forse banalizzando un po’ troppo ma diventa difficile dargli torto.

Simone Massi è nato e vive tuttora a Pergola, piccolo centro sull’Appennino marchigiano; ha lavorato in fabbrica, più tardi ha studiato alla Scuola d’Arte di Urbino, quest’anno ha vinto il David di Donatello per il miglior cortometraggio con “Dell’ammazzare il maiale” e la 48esima Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro gli ha appena dedicato una personale con proiezione completa di tutti i suoi lavori e un incontro/laboratorio col pubblico coordinato dal critico Fabrizio Tassi.

Ogni fotogramma di Massi è disegnato a mano e i tempi di lavorazione dei suoi cortometraggi sono necessariamente molto lunghi. La tecnica, di cui l’animatore ha dato una dimostrazione nella sala stampa di Palazzo Gradari a Pesaro, è semplicissima, molti di noi ci hanno giocato da bambini: si prepara il disegno, si stende sul foglio uno strato bianco (o colorato) coi pastelli a olio, si copre tutto con un ulteriore strato nero e infine si graffia il nero per far venir fuori la figura.
[PAGEBREAK] Massi predilige il piano sequenza per mostrare le continue trasformazioni delle cose (con un’occhiata a “Tengo la posizione” si può capire di cosa stiamo parlando): «è giusto che l’animazione sia diversa dal cinema e dal documentario – dice l’animatore – perché non si tratta di creare un’illusione di realtà, potremmo dire invece che l’animazione è l’illusione di un’altra illusione, qualcosa che nasce dall’immaginazione. In questo senso è giusto che tutto si trasformi. Nel cinema avremmo bisogno di effetti speciali e probabilmente apparirebbe stucchevole ma nell’animazione le “cose che ne contengono altre” funzionano bene».

Il colore è entrato tardi nelle sue animazioni: «ho sempre disegnato a penna — spiega — il tratto che mi appartiene è in bianco e nero: uso il colore solo se lo sento necessario, come fosse un suono che interrompe il silenzio». Massi non sa suonare ma «quando progetto un film penso subito anche ai suoni, scrivo i rumori». La vera musica poi la scrivono solitamente Francesca Badalini o Stefano Sasso e in un paio di corti compare anche una voce narrante.

Quando il direttore della Mostra Giovanni Spagnoletti gli domanda cosa chiederebbe a un produttore per realizzare un corto, Massi risponde: «uno stipendio da operaio per un anno». Perché alla fine, al di là di tutte le considerazione artistiche belle e certamente interessanti, dalla chiacchierata con Simone Massi esce fuori una triste constatazione: il mestiere dell’animatore, oggi, in Italia, non esiste.

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