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  • Motörhead: Motörizer

    Motörhead

    Data di uscita: 19-09-2008

    Loudvision:
    Lettori:

Teach you how to sing the blues

No, sinceramente non si può.
Non si può evitare di pensare che ciò con cui i Motorhead assemblano ogni loro nuovo disco siano semplici pretesti per allungare o sostituire alcuni pezzi della scaletta dei concerti – come a dire, titolo diverso per analogo svolgimento. E l’impressione viene innanzitutto perché le canzoni, davvero nuove, non lo sono mai, e forse neanche Lemmy Kilmister, l’Imperituro, lo negherebbe. Basterà soffermarsi su “Rock On” per riconoscere “Ace of Spades”, e le considerazioni che si trarranno saranno più esplicative delle centinaia di parole di una recensione qualsiasi.

Ma Lemmy e i Motorhead sono noti proprio perché di questi discorsi se ne fregano, e riescono sempre a guadagnarsi il rispetto del pubblico – forse più intimidito da quello che la band ha rappresentato e fatto, che per la rilevanza artistica che riveste oggigiorno. Ma non importa, c’è di fatto che la passione, sincerità ed entusiasmo, i veri assi nella manica del combo inglese, ancora ci sono e trasudano in ogni loro nuovo lavoro, sostenendo il buon nome del gruppo. E anche “Motorizer”, pur altra cosa rispetto ai picchi qualitativi della band, non sfugge a questa regola.

Si parte subito di gran carriera, con “Runaround Man”, un pezzo grintoso, convinto e convincente, che dimostra quanto ancora i Motorhead ci tengano a dimostrare di che pasta sono fatti. Una band che reclama ancora il ruolo di faro dell’Hard’n’Heavy di ogni luogo e tempo, attraverso pezzi tirati alla loro maniera, come “Buried Alive” e “Time is Right”, non tralasciando, infine, lati più riflessivi, quasi suggestivi, come in “Heroes”. In fin dei conti, sono sempre Lemmy e i Motorhead, di nuovo con la loro commistione di hard blues a volumi inverecondi, punk ed heavy metal, saliti su di un palco più di 30 anni or sono e che non mostrano ancora alcuna voglia di scenderne. Con buona pace dei soliti detrattori, che quella voce, quel grugno così roco, segnato da milioni di sigarette, alcool e notti brave, proprio non riescono a sopportarla. La voce… un’ugola rugginosa e abrasiva, quella di Lemmy Kilmister, un personaggio da romanzo, ormai, più che un musicista in carne e ossa, che ancora oggi è in grado di esercitare sulle nuove generazioni un carisma quasi catartico, con un che di leggendario.

Inutile quindi perdere altre parole, per esempio sui suoni, oggi lindi e cristallini eppure così vivi, oppure sui fidi e sempre convincenti Mikkey Dee alla batteria (prezioso come sempre) e Phil Campbell alla chitarra (bluesy e potente, come ce lo aspettavano), perché basterà semplicemente essere consapevoli di ciò che ci si appresterà ad ascoltare schiacciando il tasto play; un’essenza per alcuni sarà la solita ordinaria storia, mentre per altri sarà più semplicemente LA storia, alle prese con qualcosa di ordinario.

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