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Mr. DEE goes electric

Neve, traffico bloccato, mezzi di superficie in ritardo mostruoso… tutto contribuisce a rendere la prima italiana di Woven Hand una serata per pochissimi intimi. Ci saranno una cinquantina di persone al MusicDrome, forse anche meno quando iniziano a suonare i Birch Book – praticamente senza che nessuno si renda conto che sono saliti sul palco.
Bastano però poche note perché sulla sala cali il minimo sindacale di silenzio necessario a poter apprezzare il nuovo progetto di B’eirth.

I Birch Book suonano folk, molto semplicemente. Tanti anni ’60/’70, soprattutto Nick Drake, qualche puntatina nella tradizione country e poche concessioni al moderno, a parte degli sparsi drone di chitarra a fungere da tappeto sonoro. Rispetto ad In Gowan Ring, B’ee ha perso la dimensione più oscura e apocalittica della sua musica, preferendo dedicarsi al racconto della natura e dei suoi pensieri – la sua vita da vagabondo ha sicuramente contribuito allo sviluppo di questa nuova sensibilità, dal momento che metà delle sue nuove canzoni parlano di viaggi mentali o fisici.
Lo show è breve ma intenso, e nonostante l’iniziale diffidenza il pubblico gradisce e applaude convinto.

Il cambio di palco è fulmineo, evidentemente David Eugene Edwards ha fretta di suonare e di regalarci la sua nuova versione di Woven Hand. Sì, non c’è altro modo per definirla: il cantautore acustico che abbiamo imparato ad apprezzare con dischi come “Consider The Birds” è cresciuto, è diventato più cattivo e s’è innamorato dei muri di suono. È chiaro che l’impatto dei pezzi più recenti come “The Beautiful Axe” risulta addirittura amplificato rispetto al disco; quello che è sorprendente è constatare come anche gli estratti da “Mosaic” e “Consider The Birds” risultino perfettamente adatti alla nuova veste sonora scelta da DEE.

Il concerto, relativamente breve e caratterizzato (purtroppo) da una scarsa interazione tra pubblico e band, dimostra quindi alcune cose. Prima di tutto che riarrangiare non significa snaturare, se si ha ben chiaro in testa il percorso artistico che si vuole seguire. In secondo luogo, David Eugene Edwards è uno degli artisti più sinceri e appassionati della scena americana, soprattutto quella legata alla tradizione. In terzo e ultimo luogo, una voce del genere non la si sente tutti i giorni, ed è un peccato che a godere di cotanta grazia siano solo pochi eletti.

Speriamo che capitino altre occasioni per vedere Woven Hand in azione, perché quello che abbiamo visto ieri sera ci ha soddisfatti ma non saziati.

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