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Muccino e la romcom

Gabriele Muccino, di nuovo in America.
Ormai avviato all’arena hollywoodiana, con “Quello che so sull’amore” il regista italiano vuole dipingere un affresco della provincia americana (siamo ad Encino, California) piuttosto lontana dal nostro immaginario, e lo fa per lo più seguendo i dettami della romcom, ma qui e là trapela l’esigenza di ibridare il genere innestandovi momenti più drammatici, alla maniera europea.

«”Quello che so sull’amore” — dice Muccino — è un film che parla di quanto sia volatile l’amore se non lo innaffiamo con cura e racconta la fatica di diventare adulti in un mondo dove fuggire dalle proprie responsabilità, per inseguire le proprie ambizioni e il proprio ego, sembra sempre più stimolante che fare una scelta forte, definitiva, che possa portarci dove invece non siamo ancora mai stati: quella zona indefinibile che chiamerei l’età adulta».

L’intenzione era dunque quella di realizzare una commedia drammatica, non tragica, piuttosto una storia di relazioni umane che inesorabilmente, come la vita, vira verso il dramma, perché raccontare la crescita e il viaggio verso la maturità è non così semplice come sembra: «per molti è più facile comportarsi come adolescenti perché non ti fa confrontare veramente con la vita. Oltre i quarant’anni non puoi più far finta di nulla, devi decidere se essere ragazzo o diventare uomo. Devi prepararti alla terza età, e se non hai vissuto una mezza età ben costruita, la vecchiaia sarà malinconica».

“Quello che so sull’amore” non è un semplice film americano sul calcio, come il titolo inglese “Playing for Keeps” vorrebbe erroneamente suggerire. Oltreoceano la pellicola è stata stroncata dalla critica e non ha ottenuto il successo di pubblico sperato: si parla di una scelta di marketing poco curata che ha presentato il prodotto solo come una leggera commedia sentimentale, in un momento noto per essere il meno indicato dell’anno.

Muccino, insomma, vuole riscattarsi in Italia: collabora alla campagna pubblicitaria, cambia il titolo, spera che il pubblico europeo si confermi più capace di cogliere le sfumature dolci-amare della sua visione dell’amore reale alla quale ci ha da sempre abituati.

Stavolta non ci sono la solita concitazione, le grida, le corse affannate: siamo in America, lì la gente non urla, lì «divorziano in silenzio — dice ancora Muccino — è sufficiente dirsi I can’t do this anymore (una sorta di non posso andare avanti così), ed ecco che finisce una storia. Da noi ci si minaccia venti volte di divorziare, prima di arrivarci davvero», aggiunge sorridendo. Fedele a questa interpretazione, i protagonisti della pellicola non si accendono all’improvviso ma forniscono una performance controllata, senza eccessi.
[PAGEBREAK] “Quello che so sull’amore” è la storia di un ex giocatore di calcio in declino e padre divorziato (Gerard Butler) che per recuperare il precario rapporto con il figlio (Noah Lomax) accetta un incarico come allenatore della sua squadra, ma finisce col soccombere alle attenzioni delle mamme dei suoi compagni (quelle che Butler definisce come «dei tornado che gli girano attorno, minacciando di trascinarlo via con la loro potenza”», interpretate da Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones e la divertentissima Judy Greer), mettendo a repentaglio il delicato equilibrio costruito con la ex moglie (una sempre incantevole Jessica Biel).

Nel cast anche Dennis Quaid, ricco ed eccessivo padre di provincia, che si presenta come una figura piuttosto impetuosa ma non ha l’occasione di mantenere la promessa. Ed è proprio qui il problema principale del film: il mancato approfondimento dei personaggi secondari, l’occasione persa di sfruttare davvero le capacità dei divi che costellano il cast.

A lasciare uinsoddisfatti non è la prevedibilità della trama o il finale melenso (tra l’altro, inserito ad integrazione di uno aperto, meno didascalico, inizialmente voluto da Muccino stesso), perché esistono storie prevedibili e romantiche che sanno conquistare il pubblico. La carenza consiste nella serie di premesse non portate a termine, nella mancanza di un ritmo incalzante, nelle apparizioni troppo fugaci dei comprimari che pure dimostrano una buona alchimia col protagonista ma non riescono a contribuire alla storia in maniera decisiva. Tutto si riduce al triangolo Butler-Biel-Lomax, ben riuscito, ma non sufficiente a reggere il peso di un intero film.

Nota a parte: la colonna sonora (di Andrea Guerra) è modesta, poco pretenziosa, indovina soprattutto la canzone finale ma non stupisce; la fotografia (Peter Menzies Jr) segue le stesse sorti, immagini luminose, primi piani che esaltano la fisicità e il sex appeal un po’ rude di Butler, quello più glamour della Zeta Jones o Thurman, e quello acqua e sapone della Biel o dell’incantevole Noah Lomax, ma nulla di davvero memorabile.

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