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Mudhoney: Intervista al Bloom tra Big Muff e “sad Cobains”

Nel primo pomeriggio di domenica scorsa, 17 maggio 2015, io e Nicola Daino siamo stati al Bloom di Mezzago per intervistare i Mudhoney, storica band di Seattle nata ufficialmente (dalle ceneri dei Green River) nel 1988.
Gli anni d’oro che hanno reso popolare la scena di Seattle portando il grunge al grande pubblico saranno anche passati, ma Mark Arm e Steve Turner hanno ancora tantissimo da dire. Ecco quello che ci han raccontato dopo le presentazioni reciproche.

Gadis: Starete rispondendo a domande da molto, probabilmente troppo tempo…

Mark Arm: Sì, circa da due ore (ride).
Steve Turner: (ride)

G: Ottimo. Avete un argomento che non avete ancora toccato e di cui vi piacerebbe parlare spontaneamente?

MA: NO! (ride)
ST: Ce la possiamo fare! (ride). Stavamo parlando fino a poco fa dei vecchi tempi a Seattle.
MA: Sì, qualcuno a quanto pare ci sta scrivendo sopra un libro.

Nicola: Visto che avete accennato alla scena di Seattle, partiamo con questa domanda: c’eravate voi, i Green River, i Melvins, gli Screaming Trees e, ovviamente, i Nirvana. C’era una scena musicale meravigliosa in quegli anni, e ci stiamo tenendo aggiornati sulle uscite della Sub Pop, ma ora come ora a Seattle c’è una nuova scena underground?

ST: Sono sicuro che sì, c’è. Sai, non andiamo più tanto fuori come facevamo da giovani, ci sono un sacco di band a Seattle e una marea di posti in cui suonare. Però io ora non ci vivo più, sto a Portland.
Per me gli Spits sono una nuova band di Seattle…
MA: …E lo sono stati per vent’anni quasi (ride). Ormai i membri delle “nuove band” che conosco avranno tipo quarant’anni (ride).
ST: (ride) Esatto! La gente di vent’anni non presta molta attenzione a quel tipo di cose, quindi sono certo che ci dev’essere una scena seguita a Seattle.
MA: Beh sì, i ragazzi suonano e gli piace fare cose.
ST: Una delle scoperte più recenti di Seattle e che si tratta di una band giovane (e che non mi è piaciuta affatto) è forse The Head And The Heart (ride).
MA: [Qui l’inglese è d’obbligo per far capire la vera drammaticità] Oh God, no! That’s terrible… Terrible!
ST: Poi non saprei… I Fleet Foxes sono abbastanza giovani e sono fighi, cos’altro? I Redheads, continuo a dirlo: sono underground, un po’ grunge, punk e garage come band.
MA: Come band di cui si sta occupando la Sub Pop direi The Strange Wilds che hanno circa vent’anni come età anagrafica. Uno di loro vive a Seattle e gli altri due a Olympia.

N: Grazie e scusate per la domanda che magari vi ha messi in difficoltà!

MA: Ti dico, non li ho mai visti dal vivo, comunque.

G: Come pensate sia cambiato il pubblico da trent’anni circa a questa parte?

ST: Ora come ora c’è un pubblico più vario in quanto a età, nella folla ci sono anche persone molto giovani.
MA: La sera scorsa c’erano tipo dei bambini!
ST: Sì, c’erano delle ragazzine proprio davanti al palco, probabilmente le loro mamme sono venute al concerto per accompagnarle o qualcosa così. Un paio di anni fa ci è addirittura arrivata al live una nonna, con delle ragazzine!
MA: (ride) Erano le sue nipoti, di sicuro! Una sicuramente era sua nipote (ride).
ST: That was pretty wild (ride). Diciamo che ai nostri concerti ci sono sempre un po’ di ragazzini vestiti come Kurt Cobain, che si guardano intorno… (ride) cercando di sembrare molto tristi (ride).
MA: [Con una faccia impagabile di tristezza mimata] Sad Cobains… (risata generale)

G: E come è cambiato il vostro rapporto con l’audience? So che avete una pagina facebook da cui postate le foto, i commenti etc.

ST: Beh, il rapporto è molto amichevole direi oggigiorno. Le persone sono simpatiche, dal palco vediamo che partecipano molto. Adesso perlomeno riesco a vederle!
MA: Sì, i tuoi nuovi occhiali funzionano bene (risate)!
ST: Mi piace la folla, mi sta simpatica.
MA: Anche perché se non lo fosse non sarebbe lì a sentirci.
ST: Son contento che vengano ancora in molti a vederci, mi fa piacere che siano sempre meno quelli che nel pit combinano casino (ride). Forse perché adesso l’età media di chi sta davanti a guardare i nostri live è sui quaranta e se ne stanno buoni (ride).
MA: Ormai sono tutti padri, hanno delle responsabilità (ride).

N: Un paio di giorni fa è iniziato il vostro tour italiano. Come vi trovate qui, ci sono differenze in Italia rispetto agli altri posti in cui siete stati?

ST: Sì, le folle italiane sono molto simpatiche! Sembra quasi che abbiano più attenzioni per noi dopo lo show; in alcuni posti, magari vengono a parlarci dopo i live, vogliono fare foto con noi, farsi fare autografi. Molto più che in qualsiasi altro paese.
Ci sono delle foto di qualche anno fa del nostro van che non riusciva a ripartire dopo il concerto perché c’era un botto di gente davanti che voleva che scendessimo, e quindi DOVEVAMO scendere (ride).
Quindi sì, ci sono molte differenze.

G: Gli italiani sono calorosi…

MA: Sì, eccome! Ci piace un sacco venire in Italia, infatti.

G: Il tour in generale immagino stia proseguendo al meglio.

ST: Sì, tutto alla grande! Ci manca metà del tour adesso!
MA: Mh non esattamente!
ST: Beh siamo vicini alla fine, no? Ti prego dimmi di sì, dimmi che siamo a metà.
MA: Guarderò il countdown più tardi e ti dirò esattamente a che punto siamo (ride).

G: So che sono passati quasi due anni…

MA: Scusa se ti interrompo: Steve, abbiamo ancora tre settimane di tour.
ST: Beh allora ok, siamo a metà, il tour era di circa sei settimane.
MA: Tu stai parlando del tempo che ci si impiega a viaggiare, io invece parlo solo dei concerti.
ST: Ah va bene, siamo a metà abbondante (ride).
MA: Sì, qualunque cosa dobbiamo fare per passare questo tempo, siamo lì (ride).

G: Dicevo, ho alcune domande su “Vanishing Point”, il vostro ultimo album uscito nel 2013. Come siete arrivati al titolo?

MA: Per prima cosa abbiamo scelto la foto di copertina, che è una foto scattata da mia moglie in Siria. Era stata lì quattro mesi prima che tutto andasse in malora, si divertì veramente molto in quella vacanza e apprezzò tantissimo le persone che ebbe l’occasione di incontrarvi.
Ti spezza il cuore sapere come stanno andando le cose ora, ma sul serio. Quando tornò dal viaggio mi mostrò le fotografie, ne vidi un paio e le mostrai agli altri e si pensò di farne la copertina.
Poi pensai al titolo, che di solito è dato da un pezzo contenuto nell’album, una title-track. Stavolta però non vidi niente nelle liriche che potesse dare il titolo al disco, perché non erano abbastanza “visuali” per accompagnarsi all’immagine.
Così ho pensato a qualcosa che andasse bene con essa, e “Vanishing Point” era anche il titolo di un gran film di macchine degli anni Settanta. Forse non è figo come “Two-Lane Blacktop”, ma non avrebbe funzionato se si fosse chiamato così (ride con Steve).

ST: Ho pensato fosse un bel titolo perché si collegava al fatto che fossimo diventati “traslucidi”, in qualche maniera. Insomma, stiamo svanendo, “vanishing”… ci stiamo sbiadendo (ride).

MA: Esattamente (ride).
ST: Sai, stiamo invecchiando, ci stiamo avvicinando alla nostra tomba (ride).

G: Ieri sera abbiamo giusto visto una vostra videointervista in cui un ragazzo tedesco vi faceva continuamente domande sul fatto che steste invecchiando e parlava di “processo di invecchiamento”.

ST: (ride)
MA: Quand’è successo?

Un paio di anni fa! Faceva ridere, ma al contempo era parecchio inquietante.

MA e ST ridono.

G: Come si sono sviluppate le idee intorno al disco?

ST: Il processo di scrittura e composizione dei pezzi è sempre lo stesso per noi, a qualcuno viene un’idea e la si prova nel seminterrato finché non viene qualcosa di buono e di concreto. Poi Mark ci aggiunge il testo e cerchiamo un arrangiamento finale.
Niente è stato differente rispetto al solito. Suona come un set diverso di canzoni, dove le fortunate sembrano molto taglienti perché hanno un suono grezzo e punk, forse. Questo è punk-rock, sai! (ride).
Ho pensato al post-Black Flag degli anni Ottanta e mi è piaciuto dare questo taglio ai pezzi. Il disco ci è venuto bene così, per quanto ci riguarda.
Ero molto aperto di mente nella costruzione del disco, una cosa bella per me.

C’è un pezzo su cui avete lavorato più faticosamente o che vi è piaciuto in particolare?

ST: No, stranamente questo album è stato molto facile da produrre, è come fluito dalle nostre idee, senza aspettative né problemi nello studio. Un album facile da fare (ride). Not a lot of drama.
Mi è piaciuto molto per questo, le nostre ispirazioni e influenze han preso forma.

Che cosa vi ha dato maggiormente ispirazione?

MA: Maggiormente? Difficile a dirsi, sono state tante cose…
ST: Sicuramente la nostra storia e ciò con cui siamo cresciuti, molte cose anni Ottanta, in particolare della prima metà degli anni Ottanta, underground; l’Australia, l’America, un pochino di Regno Unito.
Penso sia stata la musica che ti si attacca di più quando sei giovane, perché entra a far parte del tuo codice genetico, del tuo DNA. Come se la incorporassi.
Non penso potremmo mai metterci in studio e dire “Ok, facciamo un album come questo”, non penso funzionerebbe con noi. Ci abbiam provato un paio di volte con delle canzoni, ma abbiam fallito.
Credo che per noi la cosa migliore sia staccare il cervello un pochetto.

N: Ho una domanda un po’ nerd da farvi. Vorrei sapere se le vostre stomp box sono importanti per voi.

ST: Sì, sono sposato col Big Muff (ride). Non posso suonare in alcun modo senza di lui, è impossibile (ride).

E un tipo particolare di Big Muff che usi?

ST: Uso il Little Big Muff moderno, che è il più economico che tu possa comprare e che ha un suono che mi piace parecchio. Suona davvero come il primo che ebbi.
Ce ne sono anche di più complicati che fanno ora, ma penso che questo sia il migliore in assoluto.

N: Ah bene! Volevo giusto qualche consiglio per i chitarristi maniaci che parlano sempre di versioni assurde, vintage…

ST: Sì, conosco anche io persone ossessionate dalle varie tipologie di Big Muff. Mi son piaciuti molto gli ultimi, quelli che han prodotto prima che uscissero dal mercato nel 1984. E non penso possano clonarli! Ce ne son tanti che emulano i suoni di altri, ma per me il Little Big Muff moderno è il migliore, punto. Almeno per i Mudhoney (ride). Ed è il più economico! (ride)
MA: Cosa che va a nozze con l’estetica dei Mudhoney (ride).
ST: Perché erano economici quando li comprammo (ride). Il primo Superfuzz che comprai costava 25 dollari. Anzi, il secondo.
MA: Il primo era gratis (ride).

N: Ho visto la serie “Sonic Highways” di Dave Grohl…

ST: Io no, ma mio figlio l’ha vista.

N: Nell’aeroporto, nella puntata di Seattle, si sente una voce che dice “Qui è Mark Arm” e fa un annuncio. Da dov’è stata presa?

MA: (ride). Sì, è una trasmissione per l’aeroporto di Seattle, non per il negozio della Sub Pop che ci sta dentro. Avevano questo programma con una manciata di artisti locali e gente dell’industria musicale, è durato un paio di mesi mi pare.
Hanno fatto registrare frasi tipiche per l’aeroporto, tipo “Se vedete un bagaglio incustodito” e cose così. Il mio annuncio a quanto pare è in continua rotazione lì.
ST: Fa ridere, non lo sapevo! Non vado in quell’aeroporto da secoli, stando a Portland. Non ho nemmeno visto il negozio della Sub Pop, tra l’altro. Andrò a vederlo!

G: Ultimissima domanda: siete pronti per stasera?

MA: Non ancora abbastanza, manca qualche ora (ride).
ST: Ieri sera è stata una nottataccia. Il live a Ravenna è stato bello, abbiam sudato un casino e faceva caldissimo! Il punto è che poi ho fumato qualcosa, son salito sul bus, son crollato e ho dormito per due ore di fila.
Faceva un caldo micidiale sul bus perché non avevamo la corrente e quindi nemmeno l’aria condizionata. Non ho dormito granché. Ergo, oggi mangerò del buon cibo e berrò buon vino… solo allora sarò pronto (ride).
MA: E poi abbiamo anche il soundcheck.
ST: Ah sì, dimenticavo (ride).

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