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Cuore o cervello?

Difficile giudicare oggi, nel 2008, un nuovo album dei Mudhoney.
In una carriera tanto lunga transitano storie di vita, storie di musica, storie di rock. Perché “The Lucky Ones” esce praticamente a vent’anni esatti dalla formazione del gruppo, lo stesso che nel 1988 inaugurò una delle stagioni più creative che la musica americana (e non solo) ricordi. Considerati da molti il primo gruppo grunge e l’ultimo ancora in attività, sconvolsero Seattle e l’underground alternativo, furono linea guida per i più fortunati epigoni che ne seguirono le tracce, destabilizzarono le orecchie della prima generazione X con un mix tossico di punk/garage/noise/blues/rock, diedero alle stampe singoli al vetriolo quali “Touch Me I’m Sick” e si guadagnarono sul campo il titolo di portabandiera dei feedback, dei fuzz e dei Big Muff Electro-Harmonix, catturando frotte di discepoli adolescenti smaniosi di iniziare a torturare qualche povera chitarra elettrica.

È questo che oggi, dopo vent’anni, stona un po’. O meglio, è questo che suggerisce il cervello dopo un lasso temporale protagonista suo malgrado di mutamenti enormi e continui andirivieni di mode e tendenze. Ma il cuore va in un altro senso di marcia. Perché “The Lucky Ones” è un disco solido, volutamente retro, ancorato con fierezza agli schemi compositivi di cui i Mudhoney hanno portato a lungo i vessilli. Suona come uno smaccato e sincero ritorno alle origini di chi in questo millennio grida a gran voce che il rock non è morto e tra i suoi propugnatori ci sono ancora quattro quarantenni naif per i quali la distorsione resta il verbo più sincero sulla faccia della terra.

Una riedizione di furia e spleen che ha in brani come “I’m Now” (“Touch Me I’m Sick” è lì dietro l’angolo), “The Open Mind”, “Tales Of Terror” (da urlo l’ultimo break chitarristico di Steve Turner), “What’s This Thing?”, “Next Time” e “Running Out” quelle schegge di follia dissotterrate che rievocano progenitori di tutto riguardo quali MC5 e Stooges per una post-moderna riconversione all’acid-garage-blues più devastante che esista.
Certo, al mixer non c’è Jack Endino, i suoni si plastificano un po’ e Mark Arm & soci pagano il loro piccolo tributo all’anagrafe, ma dopo 36 minuti e 11 canzoni ti accorgi che forse, una volta tanto, il cervello può anche far pace con il cuore e riabbracciare chi nella forza della propria musica ha sempre creduto, al di fuori di bieche logiche utilitaristiche o commerciali.

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