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Disco della Mudhoney

In un momento storico in cui i loro primi fan sono più vicini alle case di riposo che ai centri sociali, i Mudhoney tornano alla ribalta con dieci pezzi che se ne fregano del buonismo e dei sentimenti, un po’ come è sempre piaciuto a Rhett Butler.

La band di Seattle continua a camminare sulla via del grunge e dell’alternative senza sputare in un occhio al punk. La vena di cinismo con cui l’ormai cinquantunenne Mark Arm scarica sull’ascoltatore a mo’ di mitraglia le liriche si addice all’ironia che trapela da ogni singola parola pronunciata (“It’s clear to me you’re the same piece of shit” in “I Don’t Remember You” è eclatante).
I riff di chitarra, sostenuti da una portentosa batteria, ci scaraventano nel passato; ma non per questo i Mudhoney diventano polverosi fossili.

Non ci è dato sapere che gusti musicali avesse la Vergine Maria, ma è praticamente certo che se nel deserto avesse avuto una presa di corrente e lo stereo vi ci avrebbe piazzato a tuono i Mudhoney, in particolare “Vanishing Point”.
Questo è un disco che uccide i fighetti che si dicono parte delle sub-culture metropolitane, primi tra tutti quelli che vanno in giro piegati come palme al vento indossando abiti da millemila euro “perché fa tanto indie” coi problemi di postura.

Ci piacciono i ‘fanculi detti con la naturalezza di un Antonio Banderas che fa le macine. Davvero.

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Contro

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