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Murubutu: “Mi piace molto l’intensità delle mie storie” [INTERVISTA]

Cercherò di essere sincero fino in fondo: ho impiegato tanto tempo a scrivere questa intervista. O meglio: ho impiegato tanto tempo a pensare ad un’introduzione che mi convincesse. E il fatto che ora voi la stiate leggendo non significa che io sia soddisfatto dal risultato. Chi conosce Murubutu sa quanto sia inutile spendere parole sul suo genio, puntualmente confermato dai quattro dischi che ha inciso e dalla sua poetica, riflessa nella profondità delle tematiche trattate nei suoi pezzi. Perciò mi limito ad una concisa presentazione: all’anagrafe Alessio Mariani, aka Murubutu, è un rapper italiano che vive a Reggio Emilia. Ma non solo: intellettuale spontaneo e per nulla patinato, alterna la musica all’insegnamento. E’ infatti insegnante di filosofia al Liceo Matilde di Canossa, sempre a Reggio Emilia. Nel 2016 ha pubblicato il suo ultimo disco , ‘L’uomo che viaggiava nel vento (E altri racconti di brezze e correnti)’, per l’etichetta Irma Records srl. E’ famoso per essere un cantastorie (ascoltatelo e capirete cosa intendo) e per aver in pratica inventato un genere: il rap didattico.

Ora però, visto che odio gli spoiler, mi fermo qui.  Tocca a lui adesso.

 

Ciao, parlo col famoso Murubutu?

Murubutu sì, famoso non proprio [ride, ndr]

Sono abbastanza in dubbio se darti del tu o del lei…

Dammi pure del tu, non c’è problema.

Partirei con una domanda che ti fanno tutti, ma che ogni volta affascina. Tu sei un professore di filosofia. Come riesci ad unire questi due lati del tuo lavoro e del tuo carattere? E poi, come ti vedono i tuoi studenti?

I miei studenti probabilmente mi maledicono come maledicono tutti gli insegnanti. Effettivamente, questa è una domanda che mi fanno sempre. La risposta che do è la stessa. All’inizio questa cosa può sembrare strana. Ma in fondo io sono un insegnante come tutti gli altri. Appena assegno i primi compiti torno ad essere uguale agli altri e quindi non c’è nessuna differenza particolare.

Con la conseguenza di beccarti i primi malocchi e maledizioni…

Esattamente.

Però devi ammettere che una qualche curiosità da parte dei tuoi studenti esiste. Molte tue canzoni, poi, potrebbero essere utili come manuali per fare un qualche ripasso di specifiche materie, come storia. Mi vengono in mente pezzi come “L’Armata di Re Cambise”, per esempio.

Manuali no. Diciamo piuttosto che sono più che altro degli inviti a documentarsi e a fare ricerca. Ma di certo, rispetto a tutte le tematiche che tratto, non sono esaustivi. Mi è capitato un ragazzo, ad esempio, che mi ha detto: “ho studiato la battaglia di Lepanto [pezzo contenuto nell’album ‘Gli ammutinati del Bouncin (ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari’)]. Sono a posto per l’interrogazione?” Ecco, non è proprio così [ride, ndr].

Difatti il genere che suoni viene definito da te rap didattico.

Sì. Lo definisco didattico perché può essere utile a scuola per incuriosire gli studenti o per -magari- interessarli rispetto a certe tematiche. Chiaramente non sostituisce la didattica in senso stretto.

 

Un’altra domanda che voglio farti riguarda la composizione dei tuoi pezzi, dove musica e parole sono perfettamente bilanciati tra loro in termini di importanza. Ebbene, come nasce quindi il tuo processo creativo? Viene prima l’idea di una storia da cui prendi ispirazione per una certa base di sottofondo? Oppure viene prima la musica e poi il testo?

Be’, dipende. Ci sono diverse variabili. In linea di massima, a volte, leggo degli argomenti che hanno delle dinamiche che mi piacerebbe trasferire su un formato canzone. Questa cosa, ovviamente, è possibile farla solamente una volta che ho trovato una base che ne richiami l’atmosfera. Oppure sono le basi che a volte mi suggeriscono alcune trame. Come vedi, non c’è un procedimento universale.

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Parliamo del tuo ultimo disco, ‘L’uomo che viaggiava nel vento (E altri racconti di brezze e correnti)’. Come il precedente ‘Gli ammutinati del Bouncin (ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari’), che aveva il mare come protagonista, hai voluto realizzare un concept, in questo caso incentrato sul vento. Ascoltandolo, tuttavia, ho notato delle differenze notevoli. Mentre il mare aveva un ruolo molto pervasivo all’interno dell’album, venendo spesso-se non quasi sempre- richiamato ogni volta, il vento invece sembra molto meno palpabile in questo tuo ultimo lavoro. Come mai?

Questo dipende dal fatto che i miei pezzi sono soprattutto degli esperimenti narrativi. Chiaramente non è facile usare un comun denominatore e farlo rientrare all’interno di tutti i brani. A volte il richiamo al mare e al vento mi è anche stato molto stretto. Il mare però dal punto di vista geo-fisico caratterizza pesantemente dei paesaggi; invece il vento è un qualcosa di più fugace. Sono meno numerosi i paesaggi di vento rispetto ai paesaggi di mare. E quindi deriva anche da questo. Il vento di per sé è qualcosa di più effimero, nomade e meno pervasivo. E’ più difficile incastrarlo nelle storie che voglio raccontare. Ad esempio, c’è un pezzo nel disco che si chiama “Grecale” ed è la storia di questa ballerina cieca che di fatto può solo sentire la brezza mentre lotta per raggiungere i suoi obiettivi. In questo caso il vento è ambiente, compagno di viaggio, metafora e tante cose tutte insieme. Ci sono tantissimi piani di lettura. Il vento può essere sia ambientazione che protagonista.

Nelle tue storie spesso ci sono delle figure femminili che le fanno da protagonista. Mi spiegheresti il motivo di questa tua predilizione?

E’ vero che ho una predilezione per i personaggi femminili. Soprattutto, nella figura femminile, io vedo tantissimo la ricerca di un punto di riferimento. Nella figura femminile io vedo più fragilità, ma allo stesso tempo un’intelligenza che è superiore a quella maschile, anche se spesso si disperde a livello contestuale.

Le tue storie alternano conclusioni liete a finali amari. In particolare, questi ultimi da cosa sono dettati?

Spesso mi accusano di fare finire male le mie storie. Io posso dire di avere un’influenza di tipo naturalistico: sono un grande appassionato del naturalismo francese e russo dell’Ottocento. Era uno stile assolutamente realista. E la realtà- come sappiamo-  molto spesso è brutta e quindi, talvolta, anche le mie storie finiscono male, in quanto ispirate a storie vere-o anche situazioni- che sono finite male realmente. E ce ne sono tantissime. Tuttavia, io mi sforzo a livello narrativo di cercare anche di dare dei messaggi di speranza. Ci sono, anche se in minor proporzione, storie che finiscono bene.

C’è da dire che risulta, in generale, molto più semplice farle finire male, proprio perché la tensione emotiva generata da una storia drammatica è sicuramente più alta rispetto a quella che si crea quando l’esito della vicenda è più lieto. In generale mi sforzo di alternare entrambe le cose, anche per conferire una maggiore imprevedibilità a quello che faccio.

Questo non fa di te un cinico, quindi…

Assolutamente no. E comunque io vorrei segnalare come sia importante anche il percorso. Anzi, a mio modo di vedere, è anche più importante della fine.

cover-fronte-venti-alta-2Parliamo delle collaborazioni presenti nel tuo disco. Si parla di numerosi nomi che spaziano all’interno dell’universo hip hop nostrano: da Ghemon a Rancore, fino a passare per Dargen d’Amico. Come ti hanno influenzato nella costruzione del disco?

Il mondo hip hop da sempre è contaminato dalle varie collaborazioni tra artisti. Facendone parte, quindi, prendo esempio anche io. E’ una componente  parte del mio DNA musicale. In secondo luogo, io ho uno stile e una voce piuttosto impegnativi. Quindi il mio modo di cantare, nonché le tematiche che tratto, risultano piuttosto complesse.Viene di conseguenza dire che, se da una parte la mia voce alla lunga può stancare, dall’altra le collaborazioni servono a stemperare una possibile monotonia che potrebbe venire a crearsi alla lunga. In terzo luogo le collaborazioni nel disco le ho oculatamente cercate proprio perché ho avuto il privilegio di collaborare con le migliori penne che ci sono nel panorama hip hop nazionale. Il loro contributo è servito per dare un messaggio ai giovani su quella che è la qualità della scrittura nel contesto hip hop italiano.

 

Sono piuttosto incuriosito dalla collaborazione di Rancore in “Scirocco”.

La sua strofa caratterizza pienamente il suo stile, che è anzitutto molto visionario

Parliamo dei colpi di scena che molto spesso caratterizzano i tuoi pezzi. Lo consideri un tuo marchio di fabbrica o lo hai preso da qualcuno?

Non mi sono ispirato particolarmente a qualcuno. Scrivere canzoni a mio avviso risulta più semplice rispetto alla prosa che si realizza al massimo livello nei romanzi. Di conseguenza, posso permettermi delle cose che in un romanzo prevedono una elaborazione maggiore. Il cambio di prospettiva nel finale a me piace molto. Mi hanno chiesto spesso se questa cosa non possa cominciare ad essere prevedibile. La mia risposta è che essa è prevedibile nella misura in cui tu riesci a prevedere non tanto il cambio di prospettiva, ma come cambia la prospettiva. Quindi finché la gente percepisce che ci sarà un colpo di scena, pur non sapendo esattamente cosa succederà, continuerò a ritenere le mie storie imprevedibili.

 

Hai mai pensato di darti alla prosa?

Sì. Ho avuto anche delle proposte editoriali interessanti. Purtroppo però ho una vita molto intensa a livello lavorativo e familiare e quindi non ho proprio il tempo per scrivere. Ho pubblicato due anni fa sul blog Hot MC un racconto dal titolo “Gli occhi di Malinda”, scritto per presentare il mio penultimo album.

 

Qual è il tuo rapporto con l’epica? La reputi uno spunto di ispirazione per le tue opere?

L’epica è una parte fondamentale della mia scrittura perché penso che in essa-così anche e soprattutto nella mitologia- si ritrovi una freschezza e una vitalità proprie di qualunque narrazione abbia saputo delineare nel profondo le caratteristiche dell’essere umano, andando oltre i tempi in cui esse sono state scritte. Essendo trasversali, definiscono profondamente la natura dell’uomo a prescindere dal contesto storico. Ho scritto molti altri pezzi riconducibili alla mitologia. Uno per esempio è “Il Re dei Venti”. Ho scritto anche la “Titanomachia”, “La Murubeide”.

 

Come riesci a conciliare tour e lavoro?

E’ molto difficile. Io suono due tre volte al mese al massimo e durante l’anno scolastico mi muovo soprattutto al nord e al centro. Durante l’estate faccio anche delle date nel Sud Italia.

 

Ti ringrazio allora della disponibilità ed in bocca al lupo.

Crepi e grazie! Ciao!

 

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