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  • Muse: Black Holes And Revelations

    Muse

    Data di uscita: 10-08-2006

    Loudvision:
    Lettori:

Epica intergalattica, ecletticismo o…

Per anni succubi di accuse di plagio dei fratelli maggiori Radiohead, nel 2003 se ne uscirono con un “Absolution” che era non solo attestato di personalità ma un arricchimento, una continuazione elevata a potenza del discorso iniziato con l’affascinante “Showbiz”. Lo stile divenuto Muse-trademark consisteva in una ritmica che abbozzava una pulsante melodia orecchiabile, su cui Bellamy caricava l’atmosfera di energia pronta a dirompere in tensioni elettriche in procinto di scaricarsi in impeto rock. Un impeto che sembra essere soprattutto un’urgenza emotiva. A questo si aggiungeva una schiera di arrangiamenti che portava certe evoluzioni verso un’orchestralità surreale, una pienezza e completezza da far decollare i pezzi più trascinanti fino ad un livello sorprendente per l’ascoltatore.
Osare è la chiave dell’evoluzione, ed il fuoco sacro dell’artista. Spingersi oltre, sapendo che spesso lo sforzo sarà impari rispetto al risultato, è una tentazione che è di per sé il mestiere dell’artista. I Muse ci hanno messo la buona volontà e la buona fede; basta questo per perdonargli il passo falso che è “Black Holes And Revelations”. Accenni dello stile appena descritto sono rinvenibili in episodi sporadici come “Starlight”. Altrove, abbiamo i nuovi Muse, promossi e pubblicizzati come sontuosi, sperimentali, lussuosi, vari, ed altre amenità fantasiose. Presentato il nuovo singolo, subito difeso dalla Warner e dai fan come pezzo troppo facile da attaccare dalla critica, volutamente sperimentale, intenzionalmente funky, si è capito subito che aria tirava.[PAGEBREAK]Una strana voglia di suonare groovy, un’intenzione di vestirsi d’originalità poco focalizzata, che alla fine ti lascia confuso per dispersività e mancanza di una degna conclusione. Le chitarre miagolano mentre lavorano di rifinitura all’elettronica, che abbandona la teatralità spostandosi in territori più propri ai primi Kasabian. La visceralità si attenua e prevale il brit electro-pop contaminato e dal ritmo sostenuto. Lo stesso destino sventurato aspetta al varco “Soldier’s Poem” ed “Assassin”, che puntano sull’innovazione della veste sonora e del piglio. Risultano vincenti invece “Invincible”, che spicca per intensità, e “Knights Of Cydonia”, closing track su cui i Muse puntano con orgoglio e forza. Tra ritmi esotici, ariosità, e cantato che sembra narrazione evocativa, il brano vive del culmine corale mentre le chitarre infittiscono la trama ritmica, e gli arrangiamenti provvedono a quel pizzico di teatralità che serve. Niente di trascendentale, anche qui sono più gli sprechi dei risultati, ma l’esperimento è certamente interessante.
I Muse devono aver creduto di aver costruito il loro “OK Computer”, ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel risultato raggiunto. D’altro canto, però, non soffrono di crisi creativa o di necessità di autoplagio, tentazione che li ha portati ad essere vittime di un eccesso di ecletticità, ma mai imprigionati in una pericolosa stasi con cui, invece, i loro colleghi inglesi si stanno confrontando.

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