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La musica contro l’oscurità dell’indifferenza, l’intervista a La Stanza di Vetro

Si chiama Enrico Marcucci, ma è La Stanza di Vetro. A marzo è uscito il suo EP “Al Buio”, un invito che vede la musica come strumento per risvegliare lo spirito d’osservazione degli uomini, affannato dall’indifferenza. La Stanza di Vetro, dalle Marche raccoglie le influenze elettroniche britanniche, i sintetizzatori e quei beat tipici dei Radiohead, per levigarli, nel tempo, in un sound più pop, accessibile e in italiano. Perché come ci ha raccontato Enrico nella seguente intervista, suonare è comunicare.

 

La Stanza di Vetro, è appena uscito il tuo nuovo Ep, “Al Buio”, e dal primo ascolto emerge una forte presenza di influenze pop synth e musica elettronica, quali sono i sentieri artistici che hai percorso prima di raggiungere questo sound ? Ci sono band che hanno avuto un ruolo determinante nella tua formazione come musicista ?

La Stanza di Vetro nasce quando avevo 14 anni e come molti adolescenti sono partito dal punk o dal glam rock. La band della mia “svolta”, possiamo dire, sono stati i Radiohead.  Da lì ho iniziato a voler comporre musica elettronica. Comprai i primi sintetizzatori, le drum machine; all’epoca scrivevo ancora i testi delle canzoni in inglese. Poi, mi sono avvicinato alla letteratura e, anche dopo la pubblicazione del mio primo libro di poesie, sono passato all’italiano.

Hai pubblicato un libro di poesie, qual è la relazione che ha o ha avuto sulla tua musica ?

Si chiama “Furia e dintorni” e principalmente ho cercato di approfondire e di porre il focus dell’attenzione sulle mancanze dell’uomo nella vita di tutti i giorni. Vedi, credo che tra il nostro cuore e le nostre capacità c’è sempre una grande sproporzione, i nostri sogni vanno sempre al di là di quanto siamo in grado poi, effettivamente, di raggiungere. Queste convinzioni sono presenti sia nelle mie poesie che nei miei testi, persino nella mia musica direi.

La riflessione poetica e l’analisi sociale sono due elementi forti nella tua musica. Mi ha colpito particolarmente nella tua canzone “Così deve essere, così è” un riferimento che fai a “l’uomo nato prima dell’aborto”. Chi è e cosa rappresenta ?

L’uomo nato prima dell’aborto è una persona reale, un amico di famiglia. Questo signore una sera mi raccontò del giorno della sua nascita: la madre aveva appena firmato i fogli per abortire con il medico e lui nacque prematuramente, esattamente nella stessa giornata. Una nascita che si è imposta, prima del tempo, spontaneamente e a carte firmate. È la metafora ci indica che nonostante noi vogliamo imporci rispetto alla realtà poi accade sempre qualcosa che ci stupisce e va al di là delle nostre aspettative. Cosi deve essere e così è indica proprio questo. Possiamo tentare di sovvertire la realtà con tutti noi stessi, ma se le cose devono andare in un certo modo è così che poi, alla fine, andranno.

Nella presentazione del tuo album su YouTube parli dell’indifferenza generalizzata che permea ovunque nella nostra società. Esiste un modo o una soluzione per combattere questo male, questa indifferenza ? Ci hai mai pensato ?

L’indifferenza di cui parlo ha una doppia faccia. La prima forse più evidente è quella verso il prossimo e si è resa evidente durante le riprese del videoclip de “Le luci”. A Milano abbiamo trovato un set cinematografico nella normalità delle sue strade: prostituzione, senza tetto lasciati a loro stessi, neanche più degni di uno sguardo. Nessuno ci faceva più caso. E così è a Milano come in un paesino sperduto.

E la seconda faccia ?

La seconda indifferenza, forse più grave ancora, è quella verso noi stessi. Un’indifferenza che ci porta a dimenticare quello che siamo, la nostra natura e a dare retta a quella spinta esteriore che ci porta a voler essere sempre in pole position, a raggiungere a tutti i costi un certo livello sociale, costantemente proiettati verso un cartellone che non ci rappresenta. Non ci si accontenta mai. Come nella musica, non c’è bisogno di finire per forza in un talent, a volte va bene anche suonare e far ballare le persone che sono  lì a sentirti.

Qual è il ruolo della musica in questa tua visione ?

La musica, come ogni altra forma d’arte è uno strumento. In questo caso il miglior strumento per mandare e comunicare un messaggio, non per autoaffermarsi. L’arte di per se non da la felicità a nessuno, io la vedo come un vero e proprio servizio alla comunità e nelle sue diverse forme può farti ballare, metterti davanti alla bellezza o, come nel mio caso, ti pone delle domande. Per risponderti con chiarezza alla domanda, la musica deve essere uno strumento per aiutarti ad osservare meglio quello che ti circonda.

Per questo dici, citando il biologo Carrell, che “molto ragionamento e poca osservazione conducono all’errore”

È una frase a cui sono molto affezionato e trovo sia di una verità disarmante. Gli uomini devono tornare ad accettarsi e ad accettare quello che capita intorno a loro, nel corso delle loro vite. L’unico modo possibile è quello di imparare ad osservare ciò che accade intorno a noi stessi. Questo significa accettare il proprio destino, il proprio percorso ed evitare di pensare sempre a come dovremmo essere o cosa dovremmo diventare per poi perderci inevitabilmente, sempre, nelle minime cose.

Dobbiamo imparare ad osservare, ma il più delle volte non ne siamo in grado. Da questa constatazione nasce il titolo del tuo album “Al buio” ?

“Al Buio” è una critica alla società, si, ma anche e soprattutto un invito ad aprire gli occhi per osservare noi stessi, la nostra vita. Perché è al buio che si finisce ad essere soli tra la gente e soli con noi stessi. Questo è il vero grande male contemporaneo.

 

 

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