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Musica e cucina: cuori spezzati e uova in camicia

Starete pensando: eccone un’altra che parla di cucina. Quasi fuori luogo in un magazine di cinema e musica. Bene. Prima che iniziate a pensar male e a far peccato, siate certi di una cosa, qui non si farà mai del #foodporn. Qui non ci saranno foto di piatti nelle varie posizioni possibili. Nemmeno consigli su come sbucciare cipolle o pratiche simili; quindi, non siate prevenuti e seguite il ragionamento.

Il nostro cervello è programmato per essere sereno. Con opportune sollecitazioni produce endorfine e queste ci rendono euforici o calmi, ad ogni modo sereni. Sport e sesso sono i più comuni “spacciatori”,  ma anche (e non da meno) la musica e il cibo. Il successo delle rockstar e dei cuochi tra il gentil sesso, potrebbe attribuirsi proprio a questo neurotrasmettitore analgesico. Durante un concerto il nostro cervello ne produce valanghe insieme ad altre sostanze. Lo stesso accade quando mangiamo un cibo gustoso. In pratica le due categorie sopracitate con il loro mestiere “sballano”e il resto, vien da sé.

La rivista Appetite qualche tempo fa pubblicò un’ interessante ricerca sperimentale nella quale si evidenziò addirittura quanto il genere musicale possa influire sul sapore ciò che si mangia. Ad esempio, pare che mettendo su un disco Jazz si possa assaporare appieno il gusto del cioccolato poiché il cervello riceve sostanzialmente degli stimoli sinergici tra loro. Non sarà un caso quindi l’attenzione dedicata dagli chef fighi, dall’antesignano Alessandro Borghese a Chef Rubio e Simone Rugiati, oltre a ciò che bolle in pentola, anche a quel che si serve alle orecchie.

Accumunate da creatività, dedizione, precisione e tecnica, partono sempre dall’ispirazione. Nascono dal connubio perfetto di ingredienti, accordi e da un pizzico di fortunata coincidenza. Spaziando nell’infinito della musica e partecipando ghiotti al banchetto del mondo, l’ardito esperimento è questo: abbinare canzoni e ricette. Partendo da un comun denominatore, viaggiare tra i destini talvolta affini delle due arti, alla ricerca del missaggio ideale che crei la sinergia per i piaceri del corpo e della mente. Citando John Lennon nel dire: “Prima di Elvis non c’era nulla”, l’esperimento non poteva che partire da dove tutto è cominciato.

In una stanza di hotel, lasciando come testamento solo un biglietto con su scritto “Cammino in una strada solitaria”, un uomo si tolse la vita e la notizia il mattino dopo fini sulla carta stampata. Anche Tommy Durden e Mae Boren Axton lessero di quella scomparsa e nei trenta minuti successivi scrissero Heartbreak Hotel. Il 10 gennaio 1956 a Nashville, più precisamente al n° 1525 di McGavock Street, un sicuro Presley si presentò con un brano inedito, talmente inedito che nemmeno alla RCA etichetta per la quale incideva, fu mai precedentemente sottoposto, tantomeno approvato. Elvis si era cucito il pezzo addosso marchiandolo di ritmica sensualità. Non avrebbe accettato un no come risposta. Una triste storia di provincia diventò rock’n’roll. Diciassette giorni dopo il singolo venne pubblicato. In poco meno di due mesi fu in vetta alle classifica pop e country USA e guadagnò il secondo posto nella classifica inglese. Rolling Stones nel 2004 consegna al pezzo di Presley il 45°posto nella classifica delle 500 migliori canzoni di sempre.

Sessantadue anni prima, in una mattina post-sbronza del 1894, Lamuel “Lemmy” Benedict, donnaiolo e pettegolo incallito della sfavillante New York, nonostante fosse troppo tardi per far colazione e troppo presto per pranzare,decise di entrare nell’hotel tra la 33esima strada e la Fifth Avenue. Si sedette al suo tavolo ed ordinò pane tostato, bacon croccante, uova in camicia e una tazza di salsa olandese. Il cameriere servì le varie ordinazioni separatamente e il damerino come un maestro d’orchestra inizio ad assemblare gli ingredienti da sé come a voler coprire l’intero spettro dei sapori. Il maitre, incuriosito, chiese allo stravagante cliente di assaggiarne un boccone. Prima del secondo morso, Oscar Waldorf decise di inserire il piatto nel menù dell’albergo. Al posto del pane tostato, la pietanza verrà servita però con il muffin all’inglese. Lemmy non gradì la sostituzione, ma il piatto conserverà per sempre e nei menù internazionali, il suo nome: Eggs Benedict, l’essenza del brunch. Un piatto che raccogliere ogni 16 Aprile appassionati di tutto il mondo per celebrare il National Eggs Benedict Day. Nel 1931 e con più di 30 anni di “brunch” all’attivo, l’hotel si trasferirà a Park Avenue e diverrà culla di presidenti e star. L’hotel per eccellenza. Il Waldorf Astoria.  Finirà anche esso tra le note di una canzone, sarà Cole Porter a scrivere nel 1934 “You’re the top, you’re a Waldorf salad…”

Separati da epoche ed intenzioni, insinuandosi tra le trame delle tappezzerie di hotel, i sapori di questi due capolavori si accompagnano bene nella spavalda intuizione e nell’eterna essenza “pop” tipica delle icone.

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