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La musica dal vivo in Italia, pilotata da uomini che ignorano le donne

Il mondo della musica italiana ha dimostrato di avere un problema con le donne e l’ha fatto su più fronti: da Rolling Stone che ha stilato una classifica di migliori dischi del 2017 senza inserire una singola voce femminile, alla prima serata di Sanremo in cui l’argomento “donna” è stato affrontato con un avanguardistico  “Viva la mamma”.
D’altronde la musica non è mai stata un mondo indipendente dalla società e quella italiana è ancora un territorio ostico in molti settori per chi uomo non è. Questo problema si rende evidente e sistematico tutte le estati, quando molte città del nostro Paese si animano dei vari Festival musicali che, piccoli, medi o grandi che siano, presentano tutti un’unica ed imbarazzante caratteristica: l’esclusività della presenza maschile.
In queste manifestazioni, la partecipazione femminile è quasi impercettibile, scarsa nei numeri e nella considerazione, ovvero quando ci sono, sempre che ci siano (capita di non averne proprio), non figurano mai tra i grandi nomi, tra gli headliner.

I Festival rappresentano eventi utili per cristallizzare con una certa ragionevolezza la situazione artistica di un paese in un determinato momento storico. Perché sono grandissimi attrattori di pubblico e dove si muovono le grandi masse si manifestano le tendenze ed espressioni del reale più evidenti.

Per capire l’entità di questa situazione, aiuterà riportare dei numeri e dei nomi.  Si parlerà di artisti il cui genere è maschile/femminile e di band miste, composte da membri di entrambi i generi, indipendentemente dalla proporzione numerica al proprio interno.

-Rock In Roma: uno dei nomi di punta per la musica dal vivo dell’estate romana ha contato, quest’anno, la presenza di venti live senza una donna. Quasi un mese di programmazione interamente al maschile per un festival che si definisce internazionale. In compenso è il terzo anno di fila che ospita Miles Kennedy.

-Roma Summer Fest: la musica dal vivo all’Auditorium Parco della Musica romano, quest’anno in cartellone trentaquattro artisti di cui solo cinque donne.

-Villa Ada Roma incontra il Mondo: quarantatré serate, una donna. Si scrive mondo si legge Yemen.

-Retape Festival: serata organizzata nella programmazione del sopracitato Roma Summer Fest e dedicata alla scena musicale romana. Non stupisce, considerando i numeri di cui sopra, vedere ventuno artisti selezionati di cui una donna solista e solo due band miste.

-iDays: venti acts e nessuna donna solista, ma due band miste.

-Firenze Rock: diciotto artisti e nessuna donna solista, cinque le band miste.

Continuando così, senza eccezioni evidenti, la percentuale femminile all’interno dei nostri festival risulta inferiore al 15% sul totale degli artisti presenti.
Per spiegare una tendenza così diffusa il primo ragionamento necessario si lega al bisogno degli organizzatori di assicurarsi un pubblico pagante quanto più vasto possibile e all’errore commesso nel seguire il seguente pregiudizio: l’uomo offre maggiori sicurezze in termini di successo. 
Così come nella scelta manageriale in azienda tra un uomo e una donna è sul primo che molto probabilmente ricadrà la scelta, la figura maschile, anche nella musica, comporta la certezza percepita di avere un concerto numericamente migliore, convinzione infondata figlia di un retaggio socio-culturale e non certo della realtà oggettiva.
D’altronde, citando Christabel Pankhurst: “l’abilità non ha sesso”. In questo modo, sommando anche una percentuale residua di pigrizia o ignoranza artistica, il risultato è un parterre di artiste donne completamente trascurato, così come il loro pubblico effettivo o potenziale.
Il costante privilegiare gli uomini alle donne quando si parla di musica dal vivo, oltre ad essere un danno diretto al mercato della musica (perché di fatto un’intera categoria di professioniste viene tagliata fuori dal mercato), priva moltissime persone della possibilità di crearsi modelli d’ispirazione e il formarsi di processi di identificazione artistici alternativi, fondamentali per agitare i contenuti musicali/culturali/politici di una realtà che inizia a puzzare di vecchio.

Urge un rinnovamento ed urge nella direzione obbligata della creazione, quando necessario, o dell’ampliamento degli spazi per artisti femminili. Aprire il vaso di Pandora perché la musica non è una cosa solo per maschietti. Perché è di fondamentale importanza rendere la musica quanto più accessibile a tutti e, ne converrete con me, ma quando un festival non include un numero sufficiente di artiste femminili allora si fa, seppur in modo sottile, ostile e machista.
Tra le soluzioni possibili abbiamo un modello offerto dal Way Out West, festival internazionale che si tiene tutti gli anni verso la fine di Agosto a Goteborg, in Svezia.
La scaletta di tre giorni prevede da oltre due anni un’eguale presenza di uomini e di donne, divisi tra headliner e non.
Alcuni dei nomi presenti quest’anno: Fever Ray, St. Vincent, M I A, Chelsea Wolfe, Lykke Li, Anna Von Hausswolff insieme ad Iggy Pop, Arcade Fire, Kendrick Lamar.
E allora potremmo ricordare ai vari direttori artistici che in Italia suonano anche: Giorgieness, Maria Antonietta, Joan Thiele, Mèsa, Any Other, Margherita Vicario, Io e la tigre, Giungla, Birthh, Rachele Bastreghi, Levante, Caterina Barbieri, Claudym, Cristina Donà, Matilde Davoli, Marina Rei, Meg, Rose Villain, Chiara Vidonis, Giulia Villari, Lim, UNA, Angela Baraldi, Mimosa, Carmen Consoli, Be Forest, HAN e così all’infinito solo in territorio nazionale.

Questa è una battaglia culturale molto più ampia di quanto sembri, e come sappiamo non riguarda solo la musica dal vivo.
E se spesso è proprio alla musica che ci rivolgiamo per avere una chiave di lettura più bella e poetica del mondo che ci circonda, allora forse è dalla musica stessa che possiamo iniziare un percorso di cambiamento altrettanto bello e poetico. È più semplice di quanto sembri, è bello come non potreste immaginare, è tempo della rivoluzione.

 

Foto scattata da Roberta Camilli per LoudVision.

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