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L'eresia britannica
Carlo, Andre, Tasso, Corvo. Così sul portale myspace del gruppo si fanno chiamare i quattro addetti strumentisti divisi tra Lecco, Bergamo e Milano. Italiani, sì, ma professanti la religione del britannico che non sempre riesce al meglio, come purtroppo dimostra la mancanza di originalità dell'album. I Daisy Chains si autoproclamano "figli dei figli dei Clash", eppure le dodici tracce illustrano ben altra realtà: pronunce azzardate dell'inglese, melodie già sentite da predecessori simil-indie-punk (Babyshambles e Dirty Pretty Things, per esempio), alcuni passaggi di incertezze tecniche. Chiudiamo gli occhi soltanto per stavolta.
ONE LOUDER
"Forse sai cosa intendo" (cit. brano n°7). Io rispondo no, non è chiaro se sia una cover band che ha rielaborato il repertorio di artisti affermati in questo specifico genere musicale oppure un progetto ancora vago. C'è chi dice che quasi si vergognino di essere italici - intanto affiora un brano in lingua madre, "Fretta", la cui collocazione testuale è ardua da decifrare. Insomma, un po' tutto il CD lo è. Qualcuno ha provato a chiedere se l'adozione da parte dell'Angla Terra fosse consensuale?
PRO
- Almeno un minimo abbozzo d'Inghilterra
CONTRO
- Megalomania
- Verranno a picchiarmi a casa
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