recensioni
VOTO
VOTA QUESTO DISCO
Tra cielo e popolo verso nuovi orizzonti
Quattro anni sono abbastanza per concepire un capolavoro o per smarrirsi in estenuanti session produttive e ridondanze sonore.
I Dredg elaborano diciotto brani molto decisi e caratterizzati, posizionandoli come tasselli narrativi di una stuzzicante struttura artistica e concettuale. La tematica portante è un breve articolo di Salman Rushdie "A Letter to the Six Billionth Citizen", una riflessione su temi esistenziali e religiosi idealmente indirizzata al seimiliardesimo nato.
Sicuramente è l'album dei Dredg più vario e spiazzante, un viaggio musicale che avanza a scatti, ad ogni tappa ci si ferma ad immortalare un paesaggio diverso. La direzione del disco va trovata nell'estremizzazione degli ultimi due album, da un lato l'andamento narrativo di "El Cielo" che mediava umori diversi separati da brevi siparietti musicali, i "Brushstrokes", dall'altro lo sbocciare di un'estetica pop che aveva ben attecchito su "Catch Without Arms" senza fiorire ancora in pieno.
I preziosismi e la produzione sono i muscoli scolpiti di questa nuova figura, suoni lucidati e curati all'eccesso, leziosità poste a coreografare la bella voce di Gavin Hayes, mentre è la dotata sezione chitarra-batteria quella che regala le maggiori soddisfazioni.
Più di tutto lascia interdetti un certo viraggio verso il mainstream, che non è una svendita perché l'offerta è poco accessibile, oggi meno di ieri, ma se su "Catch Without Arms" c'era "Zebraskin" che faceva il verso ai Police, oggi "Gathering Pebbles" e "Mourning This Moring" arrivano a metabolizzare echi di George Michael.
Questi brani e una breve disavventura nel southern/blues sono anelli deboli di un disco che nonostante le continue divagazioni riesce a mantenere vivo l'interesse, l'impressione globale però è che l'ammirevole apparato creativo non sia sorretto da temi musicali altrettanto solidi.
ONE LOUDER
Il rock dei californiani trasporta ma non trascina. La dichiarazione di intenti è chiara: a noi la nicchia art-rock/pop, chi vuole il groove può rivolgersi altrove. Si finisce comunque con il volergli bene, per la squisitezza tecnica, per il bell'apparato concettuale e tematico, perché spesso ingranano il giro giusto. I Dredg continuano a portare avanti una sorta di avanguardia estetica del rock, ma oggi non siamo più così sicuri che gradiremo il luogo dove ci vogliono portare.
PRO
- sofisticato
- influenze marcate
- bell'artwork
CONTRO
- sofisticato
- influenze marcate
- disomogeneo
COMMENTI
PROPAGANDA
Condividi questo articolo
QUICK CONNECTION
Scritto condivisibile ma non particolarmente notevole, ne trovate una traduzione italiana qui: http://www.repubblica.it/online/cultura_scienze/bambino/bambino/bambino.html
QUICK CONNECTION
Ve ne leggiamo un passo:
"As human knowledge has grown, it has also become plain that every religious story ever told about how we got here is quite simply wrong. This, finally, is what all religions have in common. They didn't get it right. There was no celestial churning, no maker's dance, no vomiting of galaxies, no snake or kangaroo ancestors, no Valhalla, no Olympus, no six-day conjuring trick followed by a day of rest."
QUICK CONNECTION
Visto che ci siamo vi leggiamo anche il bel passo finale del saggio di Rushdie, che riassume l'estetica letteraria del disco:
"Once and for all we could put the stories back into the books, put the books back on the shelves, and see the world undogmatized and plain.
Imagine there's no heaven, my dear Six-Billionth, and at once the sky's the limit."
Facebook
MySpace
YouTube
Twitter
Last.fm
Technorati

