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Robert Wyatt: His Greatest Misses 23/06/2010
Robert Wyatt: His Greatest Misses
427 letture
Anno: 2010
Etichetta: Domino Records
Distribuzione: Self
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7/10

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Cinquant'anni in settanta minuti

Robert Wyatt, uomo con la barba, è stato il fondatore dei Soft Machine e una delle maggiori influenze per la scena progressive d'oltremanica. Poi varie cose, tra cui quella di rimanere paralizzato, e in tutto questo non ha mai smesso di fare musica. E di farla bene.

"His Greatest Misses" è la riedizione di un'uscita giapponese che ripercorre la carriera solista del musicista. Come più o meno ogni best of, ha le sue incompletezze, ma le diciassette tracce sono perfettamente in grado di incanalare le varie anime di Wyatt: c'è il giocherellone pop, lo sperimentatore prog e jazz, il soul-man e lo psichedelicone instancabile. Ci sono versioni straordinarie di brani, prese direttamente dagli EP. C'è, in apertura, un carillon che riproduce L'Internazionale.

ONE LOUDER

Laura Spini
Autore: Laura Spini

Il fatto che "His Greatest Misses" sia un album quasi schizofrenico non depone a suo sfavore. Anzi, questa era probabilmente l'unica maniera per raccogliere la varietà del lavoro di Wyatt e darne un accenno a chi volesse avvicinarsi alla sua discografia, forse un po' spaventosa e inaffrontabile agli occhi di un neofita.

Poi, sì, c'è qualche pezzo di cui non avremmo sentito la mancanza, ma anche questo è utile ad offrire il quadro generale, e a mostrarci il debito che l'umanità e, nella fattispecie, la musica britannica - anche il pop! - ha contratto, dall'inizio degli anni '70, con Wyatt.

PRO

  • Sorprendentemente esaustivo

CONTRO

  • Le inevitabili lacune, e qualche pezzo-fuffa

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