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Cinquant'anni in settanta minuti
Robert Wyatt, uomo con la barba, è stato il fondatore dei Soft Machine e una delle maggiori influenze per la scena progressive d'oltremanica. Poi varie cose, tra cui quella di rimanere paralizzato, e in tutto questo non ha mai smesso di fare musica. E di farla bene.
"His Greatest Misses" è la riedizione di un'uscita giapponese che ripercorre la carriera solista del musicista. Come più o meno ogni best of, ha le sue incompletezze, ma le diciassette tracce sono perfettamente in grado di incanalare le varie anime di Wyatt: c'è il giocherellone pop, lo sperimentatore prog e jazz, il soul-man e lo psichedelicone instancabile. Ci sono versioni straordinarie di brani, prese direttamente dagli EP. C'è, in apertura, un carillon che riproduce L'Internazionale.
ONE LOUDER
Il fatto che "His Greatest Misses" sia un album quasi schizofrenico non depone a suo sfavore. Anzi, questa era probabilmente l'unica maniera per raccogliere la varietà del lavoro di Wyatt e darne un accenno a chi volesse avvicinarsi alla sua discografia, forse un po' spaventosa e inaffrontabile agli occhi di un neofita.
Poi, sì, c'è qualche pezzo di cui non avremmo sentito la mancanza, ma anche questo è utile ad offrire il quadro generale, e a mostrarci il debito che l'umanità e, nella fattispecie, la musica britannica - anche il pop! - ha contratto, dall'inizio degli anni '70, con Wyatt.
PRO
- Sorprendentemente esaustivo
CONTRO
- Le inevitabili lacune, e qualche pezzo-fuffa
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QUICK CONNECTION
E ora passiamo in rassegna una serie di figure influenti che hanno rivoluzionato il mondo. Karl Marx? Aveva la barba. Sofocle? Aveva un bel barbone. Henri Becquerel? Aveva la barba. Alan Moore? Barba. Ora smentitemi se potete.
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