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I canadesi che ci sanno fare
Una delle band più interessanti del panorama indie torna finalmente con il terzo album in studio confermando quanto di buono fatto con l'esordio e con il secondo lavoro.
Il mix di suoni è sempre presente, anche se qui la matrice prog lascia spazio ad un rock più incisivo e a tratti devastante (l'opener "Cloud Shadow On The Mountain", veloce e tirata al punto giusto). Le affinità con gli Arcade Fire ci sono e continueranno ad esserci, almeno fino a quando il batterista Arlen Thompson continuerà a collaborare con loro, ma dal punto di vista strettamente musicale la band continua ad essere interessantissima, proponendo un sound molto particolare e differente dalle indie band contemporanee.
Un album godibile e ben prodotto.
ONE LOUDER
Dopo la partenza a razzo, con i primi quattro brani piuttosto tirati e schitarrati, si ha un certo rallentamento con "In The Direction Of The Moon", ballad a metà tra Arcade Fire e Modest Mouse.
"Ghost Pressure" ha un synth molto '80s e richiama il disco d'esordio, con una parte finale che sfocia in allegre ritmiche reggae capaci di dare quel 'plus' di varietà al disco. Le chitarre tornano prepotenti in "Pobody's Nerfect", con un assolino niente male di quasi un minuto.
Il tutto suona sostanzialmente ruvido e si avverte un ritorno alle sonorità che avevano contraddistinto l'album di debutto, abbandonando invece il sound più morbido del predecessore, datato 2008.
PRO
- L'assolo di "Pobody's Nerfect"
- La produzione
- La voce, sempre impeccabile
CONTRO
- Il prog di "Cave-O-Sapien", ultima traccia, che si stacca troppo dal resto dell'album
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