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Musica e cucina: Capricci e Ravioli

I Raviolo erano una famiglia di locandieri. La loro piccola attività nasceva sull’unica vera strada che collegava Genova alla Pianura Padana, a Gavi, durante il Marchesato del XII secolo.

Ospitando viandanti stanchi e affamati, i locandieri ebbero l’idea di preparare una pasta di sfoglia sottile ripiena di carne e verdura, sostanziosa e calda per poter rifocillare i propri ospiti. Suscitato l’interesse dei vari viaggiatori, ben presto, il piatto venne acquisito nella cultura culinaria locale.

Per lungo tempo fu una pietanza delle stagioni fredde. Veniva servito per la prima volta durante l’anno nel mese d’ottobre, per la domenica del rosario, per congedarsi l’ultima domenica di Quaresima, Sempre fedeli agli ingredienti originali, secondo tradizione “Si possono degustare poi nel vino, e a “culo nudo”, cioè schiumati o col solo formaggio sopra”.

Da Parma a Roma poi nelle sue infinite varianti il raviolo sarà ribattezzato e reinventato nella cucina regionale dell’intero paese. Proprio per tutelare il “marchio” nella primavera del 1973 G. Carletto Bergaglio, personaggio storico della città di Gavi , decise di istituire un ordine a tutela del raviolo. 24 saranno i soci fondatori che l’anno successivo firmeranno l’atto di costituzione Ordine dei Cavalieri del Raviolo e del Cortese di Gavi.

“Ogni giorno di magro e anche di grasso, sopporto una salivazione rammentando gli squisiti ravioli …” E’ il 1839 e Niccolò Paganini nel suo letto, a Nizza, pensa al ricco piatto. Non ravioli qualunque, ma quelli alla Genovese. Allora prende carta e penna. Ricordando i pranzi e le cene con l’amico Luigi Germi, gli scrive una lunga lettera.

Dettagliato e preciso ha cura, nella sua epistola, di comunicargli che per una libbra e mezza di farina servivano 2 libbre di manzo e che per tirare la pasta “senza ovi” si doveva aggiungere un pizzico di sale per “giovare alla consistenza della medesima”. E ancora, la pulizia e la bollitura del cervello di vitello per poi unirlo alla borraggine e a “tre ovi che per una libbra e mezza di farina bastano per il ripieno” ed infine il consiglio per ottenere sfoglie sottili “Si lascia per un’ora sotto coperta da un piatto…”

All’età di sei anni sfuggì all’eterno riposo. Ammalatosi di morbillo smise di respirare. Venne organizzato il suo servizio funebre e proprio durante il rito, il piccolo Nicolò si mosse e tra lo spavento e la superstizione tornò a vivere.

Crescendo,l’esile corpo lasciava trasparire le svariate malattie dalle quali era afflitto. Non aveva dentatura, persa a causa della sifilide, il suo aspetto è itterico, le sue dita sono lunghissime, veloci. Gira voce che abbia venduto al Diavolo la sua anima.

Di certo il marketing, pur non ancora “teorizzato”, il violinista seppe sfruttarlo. Non smentendo mai davvero questo presunto aiuto diabolico alla sua arte, amava provocare la popolare diceria con gesti eclatanti, mantelli neri, carrozze trainate da cavalli degni del signore delle tenebre. Ed inventò anche il merchandising: le caramelle Paganini erano acquistabili nei teatri durante i suoi concerti.

Altra cosa che sapeva fare molto bene era tutelare il suo prodigioso talento. Non solo non si ripeteva , come la comune espressione ricorda, ma non permetteva ad alcuno di suonare la sua musica e l’orchestra, che doveva accompagnarlo nelle sue incessanti apparizioni tra l’Italia e l’estero riceveva gli spartiti a ridosso dell’esecuzione. Nessuna prova. Solo così poteva essere certo di essere il “più bravo”.

Ovviamente il più bravo lo era per l’innato talento e per l’astuzia di applicare le tecniche della chitarra e del mandolino al più inesplorato violino.

Costantemente ammalato in giovane età e quindi impossibilitato a suonare, sviluppa proprio durante la sua formazione quel trillo delle corde che diverrà il segno distintivo della sua musica. Le stesse corde volutamente sabotate prima del live, di modo che nei momenti di maggiore pressione musicale saltassero una ad una sino a rimanere con un’unica corda suonata allo stremo della perfezione. Anche sul suo Stradivari girano voci demoniache. Le corde, pare provenissero dalle interiora di una sua amante che per quella “dannata” musica aveva deciso di dare la vita.

Dagli arpeggi alle scale ascendenti, la sperimentazione del climax di suoni sviluppata dal compositore non solo riusciva a lavorare sulle emozioni “di pancia”, creando il coinvolgimento del pubblico, ma ha consentito la massima esplorazione delle potenzialità del violino. Quell’abilità nel destreggiarsi con la mano destra e con la sinistra, fu una caratteristica talmente unica che al pubblico, in taluni momenti sembrava di vedere davvero Lucifero tenergli la mano e suonare con lui.

24 sono i Capricci pubblicati nel 1820 che lo renderanno famoso nel mondo.

Il numero 24, quello che chiude la collezione è anche una delle più celebri opere del compositore genovese. Da Listz a Brahms sino a Rachmaninof quella melodia diabolica fu considerata musa e banco di prova per nuove vie musicali.

Il pizzicato della mano sinistra, in questo brano trova la massima espressione, miscelato ad armonie più dolci e poi acute culminando inun finale definito “pirotecnico”.Non stupisce che la gente svenisse durante la sua esecuzionee nemmeno che le dame facessero a gara per accaparrarsi il posto nel suo letto.

Toccherà al tedesco David Garrett nel 2014 riportare in auge tra il grande pubblico la figura di Paganini interpretando e suonando per il film “Il violinista del Diavolo”.

L’estro e la personalità dell’italiano si fondono con l’affascinante tensione artistica del violinista contemporaneo. Se il primo infatti, ha il merito di essere stata una rock star ante litteram ed aver trasformato la concezione di “bel canto” in “bel suono”, il secondo sempre con un Stradivari ha riportato il pathos della musica classica nella polvere rock delle arene.

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