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Musica e Cucina: l’importanza di chiamarsi Gioacchino

Gioacchino Rossini ebbe il privilegio di vivere due vite.

I primi trentasette anni della sua esistenza furono dedicati alla musica. I successivi trentanove alla cucina.

Un giorno, dopo aver assistito ad una messa in scena del musicista pesarese, una signora si avvicinò per porgergli i dovuti complimenti: “ Maestro!”– disse – “ Posso finalmente contemplare quel volto geniale, che non conoscevo se non nei ritratti! Non si può sbagliare: avete nel cranio il bernoccolo della musica; eccolo là».

Rossini rispose: «E che ve ne pare di quest’ altro, signora? – battendosi il ventre – Non potete negare che sia ancor più visibile e sviluppato. E infatti il mio vero bernoccolo è quello della gola».

A 18 anni Gioacchino Rossini, era già un musicista professionista. Ciò che più di tutto rese straordinaria la sua carriera fu la possibilità di godere del successo professionale ed economico. Dopo aver conquistato le maggiori piazze italiane, il maestro seguì il suo cuore verso il salotto europeo per eccellenza: Parigi.

Nella capitale francese a contatto con gli intellettuali di ogni angolo d’Europa, migliorò il suo linguaggio musicale, sfruttando in maniera più creativa e sapiente i colori e lo spettro armonico orchestrale.

Nel 1823 dopo i successi ottenuti con le opere buffe e quelle serie, lascerà il Bel Paese in maniera quasi definitiva.

Stabilitosi in Francia, non mancarono per l’italiano i riconoscimenti alla carriera. Il Théâtre-Italien gli affidò la direzione artistica fino 1826, anno in cui al suo bavero vennero appese due medaglie: la prima come Ispettore Generale del Canto in Francia; la seconda come primo compositore del Re.

Il 3 agosto del 1829 è la data più importante della sua carriera musicale. Quella che segnerà la fine. L’opera che traeva spunto dal racconto di Schiller, venne presentata all’Opera di Parigi.

Cinque mesi impiegai a comporre il Guglielmo Tell, e mi parve assai. Lo scrissi in campagna al Petit-Bourg nella villa dell’amico Aguado. Vi si faceva vita assai gaia: io avevo preso una gran passione per la pesca alla lenza e perciò mandavo avanti il mio lavoro con poca regolarità. Ricordo di aver abbozzato la scena della congiura una mattina, stando seduto sulla riva dello stagno, in attesa che il pesce abboccasse all’amo. Ad un tratto mi accorsi che la canna da pesca era sparita, trascinata da un grosso carpione, mentre ero tutto infervorato ad occuparmi di Arnoldo e Gessler»

Nella versione originale la composizione prevedeva oltre 5 ore di musica.

Terminate le repliche che lo videro impegnato ancora per qualche anno dopo la composizione, Gioacchino Rossini decise di appendere lo spartito al chiodo e investì ogni centesimo guadagnato per il suo grande amore: La cucina.

Commissionò i lavori per la residenza di Passy. Non era solo un rifugio, era il palcoscenico culinario del mondo: da Listz a Verdi, da Dumas a Wagner tutti, almeno una volta, avevano goduto della celebrazione enogastronomica che il maestro metteva in scena nella sua tenuta.

Il cibo era come il pentagramma. Catturava totalmente la sua attenzione. Inoltre, come accadeva per la scelta dei grandi artisti, anche per le vettovaglie, non sapeva rinunciare all’eccellenza. Tutta l’Europa beneficiava economicamente della passione rossiniana per la gola. Da Gorgonzola ordinava il formaggio. Da Siviglia i prosciutti. Da Napoli i maccheroni e da Milano i panettoni. All’amico Giovanni Vitali, spettava però il compito più importante: spedire direttamente da Ascoli Piceno i tartufi, il suo feticcio culinario.

Nonostante fosse assolutamente capace di dominare le sue emozioni, raccontò di aver pianto solo tre volte nella sua vita. Quando fischiarono ad una sua opera; quando, per la prima volta ascoltò suonare Paganini, e la più terribile, quando durante una gita in barca, un tacchino ripieno di tartufi gli scivolò in acqua.

L’incontro con Antoine Carême segnò l’iniziò di una amicizia ricca di talento e stima. Secondo il celebre cuoco francese, nessuno al mondo sapeva apprezzare il cibo come il compositore italiano. E mentre da Bologna, un corriere partiva con un pacchetto nel quale era contenuto un pasticcio di fagiano e tartufi con un biglietto “Da Careme a Rossini” , da Parigi veniva spedita una composizione musicale da “Rossini a Careme”.

Da questo affetto musical-culinario nascerà il Tournedos Rossini.

E’ un filetto adagiato su fette di pane in cassetta senza crosta, imbiondite nel burro. Fois gras e tartufo conferiscono profumi e eleganza. Una restrizione di Madera e fondo di cottura è il tocco del maestro.

Letteralmente Tournedos vuol dire “fondo schiena”. Secondo alcune teorie, nasce dalla sapiente tecnica del maggiordomo di Rossini di lavorare sempre di spalle per non far trapelare i segreti della ricetta. Secondo altri, nacque da un bisticcio tra il cuoco del Cafè des Anglais e il Maestro Rossini, e, per altri ancora fu un regalo dell’ “architetto pasticcere” al Maestro.

Rossini credeva fermamente nel cibo e nella musica. Ascoltava il cibo. Mangiava le note e poi lo disse, sotto certi versi che parevano richiamare Shakespeare: “L‘appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore” e proseguì “Mangiare, amare, cantare e digerire sono i quattro atti di quell’opera comica che è la vita”.

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