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Musica e cucina: Spaghetti all’opera

Nonno Tobia è di origini abruzzesi . Dai 10 ai 20 anni studia presso il conservatorio di Sant’Onofrio a Capuana, per poi diventare “Mastricello”, fino a diplomarsi in composizione nel 1765.

Il suo arrivo a Catania tra il 1767 e il 1768 è stato attribuito a diverse contingenze. Per taluni arrivò come maestro d’orchestra di una compagnia di girovaghi; per altri, per via di un ingaggio come maestro di musica da qualche principe e una versione, lo vede, invece approdare in terra sicula per mettere in scena i suoi famosi “Oratori”.

Tobia è un eccelso compositore di musica sacra oltre ad essere legato a confraternite massoniche.

Sarà Michela Burzì a diventare sua moglie nel ’69 e la madre dei suoi 5 figli, il primo dei quali, Rosario, nasce dopo nove anni dal “fatidico si”.

Quando Rosario ha 23 anni prende in sposa Agata Ferlito. Nel gennaio del 1801 convolano a nozze. Vanno a vivere in affitto nella città vecchia di Catania, nei pressi di Piazza San Francesco in un appartamento di Palazzo Gravina Cruyllas. A febbraio concepiranno il loro primo figlio.

Il 3 novembre 1801 Agata metterà al mondo Vincenzo Salvatore Carmelo Francesco Bellini, senza poter immaginare che 184 anni dopo, il volto di suo figlio sarebbe stato stampato in filigrana sulla banconota da 5000£ della Repubblica Italiana.

Vincenzo ha la musica nel suo patrimonio genetico. Sin da piccino i suoi approcci musicali sono ricchi di dolce creatività e nonno Tobia intuendone il talento lo invita a raggiungerlo a Napoli, dove potrà studiare composizione e migliorare la sua tecnica.

A soli 16 anni la produzione belliniana è intensa e grazie a qualche “occhio benevolo” riesce a vincere una borsa di studio annuale che gli permetterà il trasferimento.

La musica sacra sarà il suo primo banco di prova compositivo. Maddalena Fumaroli, suo grande amore, sarà musa della sua prima opera, rappresentata presso il conservatorio.

Qualche anno dopo, con il successo di Bianca e Ferdinando messo in scena al San Carlo di Napoli, il giovane Vincenzo si guadagnerà un ingaggio per la Scala di Milano.

La vita milanese è, per un giovane compositore come lui, un pozzo di novità e possibilità che, miscelati al caparbio talento, lo portano a mettere in scena una serie di opere che si trasformano costantemente in un successo.

Con l’amico e librettista Felice Romani, dopo l’ennesimo plauso per “La Sonnambula” messa in scena presso il Teatro Carcano, decise di scrivere una nuova opera.

L’opera doveva essere idonea alle vocalità degli artisti che aveva a disposizione, senza dimenticare di esser seducente per gli spettatori.

Al Théâtre Royal de l’Odéon di Parigi, la rappresentazione della tragedia “Norma ou L’infanticide” di A. Soument aveva riscosso ottima critica e pensarono fosse la storia ideale da raccontare in musica.

La riambientarono, scrivendola con tagli della tragedia greca e arricchendo la trama romantica di più straordinari scenari. Foreste, vergini sacerdotesse, rituali e ambienti Celti ; il tutto, a far da cornice non ad una “Medea” ma ad una eroina, che per amore sacrificherà la sua stessa vita.

E’ il 26 dicembre 1831 e “La Norma”, uno dei capolavori del melodramma italiano, viene messa in scena per la prima volta alla Scala di Milano. Il flop della serata fu un fulmine a ciel sereno.

«La Norma iersera andata in scena alla Scala non fu compresa ed intempestivamente giudicata dai milanesi. Per me sarei contentissimo di averla composta e metterei volentieri il mio nome sotto quella musica», dichiarò Gaetano Donizzetti che sedeva tra gli spettatori.

Le 34 repliche successive rivoltarono il risultato e la Norma venne omaggiata con il rispetto dovuto.

Tra le arie più celebri “Casta Diva” , la preghiera della Sacerdotessa alla Luna, sarà ricordata per la profonda rappresentazione del Soprano Maria Callas, raggiungendo le grandi colonne sonore del cinema Hollywoodiano.

Janu Pandolfini era un attore. Nella sua casa di Via Etna amava organizzare salotti intellettuali e offrire ai suoi ospiti sempre ottimi manicaretti. Sua moglie Saridda del resto era un’ottima cuoca e padrona di casa, e la fantasia di certo non le è mai mancata.

Quell’autunno del 1920 a casa Pandolfini si svolgeva un pranzo che raccoglieva attorno allo stesso tavolo attori, registi, giornalisti e teatranti di vario titolo. Anche Nino Martoglio, eccelsa mente del teatro siciliano aveva preso parte al pranzo.

Dopo gli antipasti, Saridda portò a tavola degli spaghetti conditi con un sugo di pomodoro fresco, melanzane fritte, basilico e una bella grattugiata di ricotta salata.

Dopo un paio di forchettate, Martoglio si rivolse a Saridda e le disse: “Signora Saridda, chista è ‘na vera Norma!

Non era un complimento qualunque.

A Catania, da quando il “Cigno Catanese” regalò al mondo la bellezza della Norma, divenne usanza commentare con l’espressione “Pari Na Norma” un qualcosa di assolutamente magnifico, eccezionale, talmente unico da poter essere paragonato solo all’opera del Bellini. È il complimento più bello che si possa ricevere e Nino Martoglio, da intimo conoscitore dell’animo e dell’uomo, riuscì a identificare in quel piatto casalingo un capolavoro, oggi caposaldo della cucina catanese e siciliana.

Il “curtigghiu” dei giornalisti presenti al fatto, allora più lesti e più social di un qualsivoglia tweet, in men che meno sparsero la voce della dichiarazione di Martoglio e da allora a lui viene attribuito il nome “Pasta alla Norma”.

Come la Norma del Bellini, anche la Norma di Saridda è divenuta un’icona del meglio che il bel paese possa offrire, entrando nella classifica delle 20 ricette più cliccate nel 2014 del New York Times.

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