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La musica elettronica è il presente e vive attraverso lo Spring Attitude Festival

Il rock è morto. O, almeno, sta invecchiando e anche piuttosto male. Basti dare un’occhiata agli headliner (i soliti) che popolano i grandi festival di musica: se non hanno superato i cinquanta sono lì lì. Ma non è solo una questione d’età, figuriamoci. Riguarda la portata innovativa e il suo pubblico. La prima è scarica da anni e ogni novità sembra l’emulo di qualcosa che ha già vissuto, come il figlioletto che si mette gli abiti, troppo larghi e rovinati, del padre. Il secondo, il pubblico, specialmente quello dei festival, se paragonato anche solo allo stesso di venti o trenta anni fa, è un insieme di persone che ha smesso di scalmanarsi perché tiene in bilico tra le mani smartphone vicini al triplo zero.
Il rock è morto se lo si confronta, oggi, con il mondo della musica elettronica. Il confronto diretto tra le due categorie (pardon) è impietoso. Tipo Tyson contro Frazier, ve lo ricordate ? “He did not last 20 seconds”, non è durato neanche 20 secondi. E a parlare, o meglio a scrivere, è un vero appassionato di musica rock.
Il motivo è semplice. La musica elettronica non si è fermata un attimo nella sua continua evoluzione. Tornando ai due precedenti parametri di giudizio: il potenziale innovativo dell’elettronica è ancora immenso, la portata è tale che alcuni suoi interpreti riescono a rendere obsoleti se stessi tra un album e l’altro. Prerogativa, questa, che apparteneva al rock fino a qualche anno fa. Inoltre, il pubblico, preso atto che si sta un po’ generalizzando, partecipa attivamente con lo scopo di assimilare la musica, vivendola come viene richiesto dalla musica stessa: sotto forma di ballo, di trance, di salto, di momento sociale (pardon, un’altra volta). Infine, l’ennesimo punto di forza divenuto quasi un’esclusiva di questo genere è il suo linguaggio. La musica elettronica comunica attraverso un linguaggio che è si contestualizzato, ma non vincolante. Presenta si ceppi linguistici differenti, ma sono comprensibili a livello internazionale da chiunque. Cerco di spiegarmi meglio: la musica elettronica dialoga quasi a livello viscerale, senza troppe sovrastrutture, e anche nelle sue sfaccettature più complesse e articolate, mira al coinvolgimento del corpo, in primis. Un coinvolgimento che non ha bisogno di parole e non conosce confini.
Insomma, per innovazione, pubblico e linguaggio non c’è contemporaneità artistica più rappresentativa/significativa della musica elettronica. Ad oggi.
Parlando d’Italia, analizzando attraverso la lente dei Festival di musica dal vivo, il rock, sempre di più, sembra essere morto stramorto. C’è il Rock In Roma, che, nonostante i grandi nomi, incarna sempre di più la statica paralisi di queste grandi manifestazioni in cui gira che ti rigira c’è sempre la stessa gente. Ci sono i medio grandi Festival nostrani come il Mi Ami in cui vuoi per un certo campanilismo, vuoi per un’impossibile compatibilità stilistica (impossibile quasi immaginare un’ospitata internazionale in un contesto simile), si trasformano in festoni autoreferenziali in cui potresti mettere tutti sullo stesso palco e poco cambierebbe. Poi, c’è una realtà che, invece, da qualche anno a questa parte, ha puntato tutto, all in, sulla musica elettronica,  o quasi, richiamando l’attenzione di migliaia di persone nella cornice del MAXXI a Roma. si tratta dello Spring Attitude Festival.
Lo Spring Attitude è riuscito e riesce tuttora a presentare un cast di artisti internazionale, eterogeneo, lasciando grande spazio anche ai connazionali, selezionando accuratamente le realtà musicali contemporanee. La direzione artistica non solo prende la forma di quella che è la realtà che la circonda, ma cerca di formarla a sua volta, tracciando le linee guida di quello che vale la pena sentire e approfondire in questo genere. Un’imposizione ambiziosa, una scommessa arguta che, a giudicare dai numeri e dalle edizioni, da i suoi frutti. E non è un caso che un Festival come il Vasto Siren Fest si sia orientato per quest’edizione sullo “stesso” versante, elettronico per l’appunto. Sarà un po’ pretenzioso dirlo, ma possiamo considerarlo un vero festival all’avanguardia.
L’edizione che si è tenuta quest’anno, dal 25 al 27 maggio 2017 al MAXXI e all’ex Caserma Guido Reni, non è stata da meno. Anzi, a giudicare dal cast artistico è stata una delle migliori.

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Giovedì sera, l’apertura del festival è stata una serata esclusivamente di musica elettronica. Due palchi al MAXXI, il lobby stage e l’auditorium. Sul primo, ad aprire le danze, è stata la piccola, ma solo di statura, Jenny Hval che ha presentato il suo ultimo eclettico e sperimentale Blood Bitch. Un set molto intimo, quasi delicato, nonostante i crescendo elettronici e le grida a più riprese dell’artista. La serata al lobby è proseguita, poi, con il set live di Max Cooper e dopo di lui Moscoman. Elettronica di classe che vuole far ballare e muovere, ma che non si sente dentro i centri commerciali. Musicisti a tutto tondo circondati di hardware e manopoline pronte a spezzare la classica idea di suono, trasformano rumori in beat, in una costante ritmica coinvolgente.  Ma le performance parallele che si sono tenute in contemporanea nella sala dell’Auditorium non sono state meno spettacolari, anzi. Il tedesco Grischa Lichtenberger ha completamente annichilito e ammutolito il pubblico seduto in platea con la sua techno industriale, incessante nei suoni, quasi psichedelica, acida e densa come i filmati ipnogeni proiettati sullo sfondo. Un coinvolgimento corporeo e mentale con gli effetti di una droga innocua, ma stordente. In chiusura della prima serata l’italiano Mutech che ha presentato il suo lavoro “Sound of the spheres”. Un viaggio introspettivo attraverso un’elettronica più discreta suonata si, ma anche illustrata sullo schermo attraverso una costante evoluzione di forme e confini mutevole e incessante.

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Video e musica sono stati elemento centrale anche per l’esibizione del francese Chassol che ha eseguito per intero il suo lavoro del 2015 “Big Sun”. È stato proprio lui ad aprire la serata del 27 ed è questo il passettino in avanti di cui sopra. Elettronica si, ma forse il vero centro nevralgico dello Spring Attitude è proprio la musica sperimentale, quella che premia l’innovazione, un certo tipo di messaggio che vuole dirci che le cose si possono fare anche in maniera diversa dal solito. Chassol ha sommerso la platea con il suo jazz ispirato, in una costante interazione tra la sua performance live e i video sullo sfondo, in un duetto festoso. Dopo di lui la magia arcana di Yussef Kamaal e quando la musica non ha bisogno di video per essere un puro intrattenimento. In contemporanea, sul secondo palco dell’ex caserma Guido Reni,  Wrongonyou, una vera eccezione nel panorama della cosiddetta “scena romana”, dalle sue sonorità folk e la voce profonda. Senza ancora nessun album all’attivo, Wrongonyou, a conferma del suo talento, oltre all’importante partecipazione allo Spring Attitude, sarà anche al prestigioso Primavera Sound a breve.

Come già detto, lo Spring Attitude si riconferma come uno dei Festival più interessanti a livello internazionale grazie al suo cast artistico variegato, di spessore ed esclusivo, visto che la partecipazione di molti rappresenta l’unica data italiana nel calendario dei loro tour. Tra scommesse della musica (Wrongonyou), certezze affermate (John Hopkins), artisti d’avanguardia (Jenny Hval), virtuosi e sperimentatori (Chassol, Yussef Kamaal), puri traghettatori della festa (Clap! Clap!), la direzione artistica del Festival, per l’ennesima edizione, si presenta come un’attenta osservatrice, o ascoltatrice in questo caso, di quella che è una fetta importante della musica dei giorni nostri e se ne fa interprete portandola sui palchi della Capitale.
Ma da attento ascoltatore, non posso esimermi da un’ultima, seppur unica, critica. Non sono sicuro che l’ex caserma Guido Reni sia la location ideale per apprezzare sonorità raffinate e complesse come quelle di Chassol o Yussef Kamaal, il risultato non è stato dei migliori. La stessa esibizione di Wrongonyou è stata leggermente compromessa dal “rimbombo” della sala affianco. Perfetto, invece, l’auditorium, se confrontato con il Lobby Stage del MAXXI che, vuoi per la posizione del bar, forse troppo centrale nel parterre, vuoi per un impianto che non si è sempre comportato benissimo, ha penalizzato un’esibizione che sarebbe dovuta essere quasi sacra come quella di Jenny Hval.

Tra le mille sfaccettature della musica elettronica, quelle mostrate allo Spring Attitude sono sicuramente le migliori, forse le più ambiziose. Poi, se questo genere sarà o meno il futuro della musica non so dirvelo. Sicuramente è il suo presente.

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