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Musica immaginata

Gli Zu sono una garanzia. Non per tutti, ovviamente, ma se sono uno dei pochi gruppi ai cui concerti non si troverà gente che fa capanenello parlando dei fatti propri (che il diavolo prenda chi fa capannello parlando dei fatti propri ai concerti) e non spintona o scalcia, un motivo ci sarà.

In primo luogo,perché gli Zu riescono ad essere difficili ed immediati al tempo stesso. Dal vivo vanno guardati, per essere compresi ed assaporati. Perché improvvisano molto, perché tra loro c’è un’enorme sintonia, perché fanno cose molto complesse con grande semplicità, come se per loro, i virtuosismi di cui ci fanno dono, fossero semplici come soffiarsi il naso. E poi perché gli Zu hanno sul palco Massimo Pupillo e per come suona il basso lui merita il prezzo del biglietto, soprattutto per il pubblico femminile. E soprattutto, gli Zu quando suonano ridono. Si guardano e scoppiano a ridere. Gli Zu si divertono a suonare. Ed è una constatazione che riempie il cuore.

Si sa che gli Zu non cantano, sono del tutto amusicali e a melodici, fanno noise jazz, o jazzcore, con un sax che tira fischi incredibili, una batteria che cambia sette ritmi in un pezzo solo e un basso che suona a volte come una chitarra altre addirittura come una tastiera, duettando un po’ con uno, un po’ con l’altro elemento della band.

Presentati numerosi pezzi di “Carboniferous”, il loro cd dello scorso anno, tra cui “Carbon”, e alcuni pezzi nuovi, ancora più aggressivi e potenti di quelli già in scaletta.

Gli Zu non possono essere descritti, vanno visti. E il pubblico al Carroponte, piuttosto scarso sotto al palco piccolo nel campo dietro il baretto (tra i presenti anche Roberto Dell’Era degli Afterhours) era rapito. Con i pezzi degi Zu si può giocare, pensare a cosa volessero trasmettere. Ci sono il pezzo con gli inseguimenti a piedi dei polizieschi anni ’70, l’arrivo degli alieni, il terremoto. Si può continuare all’infinito. Perché gli Zu sono perizia, è vero, ma sono anche comunicazione. E danno tantissime emozioni.

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