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Musica INDIEspensabile: intervista a Dario Ciffo, che cos’è indie?

Come ogni prima volta dietro questi tasti si cela un coarcevo di adrenalina, emozione, curiosità e aspettative. Nasce oggi una nuova rubrica di LoudVision “Musica INDIEspensabile”, una rubrica che vuole cavalcare l’onda di crescente avvicinamento delle nuove generazioni alla musica indipendente e sviscerare quanta indipendenza è rimasta in un panorama musicale, ma diremmo anche artistico in generale, in una realtà dettata da parametri diversi dal buon gusto, come lo share, l’economia e l’heavy rotation.
Innanzitutto, andiamo per ordine, che cos’è “Indie”, è un termine che significa tutto e niente, in generale dovrebbe rappresentare quelle persone e quelle etichette che semplicemente non decidono di far parte della spinta delle grandi produzioni e/o non entrare nella grande bolgia da marketing delle major. Un termine che sembrerebbe essere l’evoluzione dell’”underground” degli anni ’70 che rappresentava la musica dei garage, in estrema sintesi. Tutto ciò in cui le masse non sono ancora entrate, non un genere, ma dei numeri, uno stile che non si riesce a suonare nei club o nelle radio, una musica sotterranea in molti modi (pop, rock, cantautorale..) che spettacolarizza una nicchia di persone ristretta.
Ma da cosa nasce questa necessità impellente di riscoprire un sottobosco musicale piuttosto che accontentarsi dell’usuale? E’ una moda o è una necessità nascente dettata dall’estremamente variegato panorama musicale attuale e dalla così facile fruibilità della musica attraverso i portali del digitale? Troppi sembrano amare usare termini come “indipendente” o “underground” solo per sentirsi cool, alla moda o sul pezzo, e cosa succede quando uno  di questi beniamini indipendenti finisce nella top 50 di una classifica e poi in rotazione radiofonica? Che la rete delle major tira su gli ami, e la pesca è terminata, il pesce ha abboccato e dal piccolo stagno dell’indipendenza è saltato nel mare gigante del mainstream, suscitando spesso non pochi nasi storti.
Personalmente, ho sempre amato sedere sulla linea di divisione fra i diversi generi (o tendenze), fra la corrente pop e l’anima underground, mi piace essere il gettone di scambipo per il folk- mainstream, uscire con chi del mainstream non ha mai fatto vergogna ed ascoltare insieme melodie tipiche del pop e colpirli con suoni o accostamenti da club ristretti, generi simili ma di sconosciuti che non hanno mai ascoltato, e contribuire all’emergenza dell’underground.

Per inaugurare questo spazio abbiamo chiesto l’intervento di uno dei più grandi della scena indipendente “originale”, Dario Ciffo, violinista degli Afterhours, voce e chitarra dei Lombroso e dei Lato B, in uscita con un progetto solista. Una scelta direi quasi egoista ricadere su un ospite che è una confort zone, ma  necessaria. Un punto di vista di chi questo passaggio di scena indipendente lo ha vissuto ricoprendo almeno due generazioni di musica, riuscirà senz’altro a rendere tutto più chiaro anche a noi.

Ciao Dario, benvenuto nella mia rubrica “Musica INDIEspensabile”, sei il mio primo ospite e la tua presenza mi lusinga.
L’Underground è il nuovo mainstream” – sostieni in una intervista – sottointendi che “underground” è semplicemente qualcosa che ancora non ha avuto la possibilità di emergere ma vuole farlo, piuttosto che una “musica di nicchia ed indipendente” per scelta?
Sì, secondo me non c’è  questa grande distinzione fra indie e mainstream. Non credo esistano come due generi musicali diversi, esiste un fenomeno che è l’indie tipico di chi all’inizio riempe locali piccoli o comunque non ha avuto tempo o possibilità per aumentare la propria visibilità, quindi si tratta di fasi: c’è l’indie che diventa, col lavoro, maistream, e poi c’è anche chi per scelta musicale decide di restare confinato in questo genere un po’ più di nicchia, come dici tu, ma grossomodo credo che la maggior parte dei casi si possano accorpare nel primo caso.

Dopo aver dato una tua personale visione del tema di questa rubrica parliamo un po’ di te…
Battisti è un po’ il collante della tua recente vita artistica, in un pomeriggio di prove grazie al brano “Insieme a te sto bene” inizia il tuo sodalizio artistico con Agostino Nascimbeni e si formano i “Lombroso”, sei contemporaneamente voce e chitarra dei Lato B, cover band di Battisti, quanto è stato indipendente Lucio per i suoi tempi secondo te?
Zero indipendente nelle sue canzoni, le conosciamo tutti, anche le generazioni giovanissime di oggi le conoscono a memoria e le cantano, e adesso è uscito un suo cd in versione rimasterizzata ed è subito passato primo in classifica. Sicuramente invece era molto indie come persona, ho visto molte sue interviste ed era una persona  molto schietta, non faceva nulla per accattivarsi il pubblico, niente a che vedere con i musicisti di oggi che postano la fotina al giorno permettendo ai fans di entrare nel loro privato. Lui era schivo, da un certo momento in poi ha deciso di smetterla di rilasciare interviste, di fare concerti, ospitate in televisione, si è rinchiuso nel suo  studio discografico e ha continuato solo a fare musica. La sua indipendenza di pensiero penso rientri proprio in questa necessità di centralizzare la sua musica intorno al resto.

Ma magari Lucio non postava la fotina “conquista – pubblico” solo perchè negli anni ’70 i social non c’erano…
Beh le foto le poteva comunque fare e farci uscire le copertine sulle riviste, eppure lui era schivo e riservato, pensava solo a far musica..

E quanto si sente indipendente, invece, Dario da scegliere la “Niegazowana” come etichetta, tra le altre cose?
Ma non voglio essere indipendente a tutti i costi, nei nostri dischi ci sono anche molte canzoni pop, mi piacciono le canzoni che dopo pochi ascolti risuonano nella testa dell’ascoltatore.
E’ una questione logistica di opportunità e quindi di scelte, la Niegazowana ha creduto  in noi e ci ha  prodotti, poi non so quale logica abbiano usato per farci rimanere un po’ di nicchia, non è che a noi fosse dispiaciuto emergere e arrivare al mainstream.  Quindi la scelta dell’etichetta è stata possibilistica, non è che noi non ci fossimo rivolti  anche alla Sony o alla  Universal…

Al di la della vecchia storia delle major, quanto i social network hanno reso tutto più mainstream?
Ma io penso che il rapporto social – major – mainstream sia molto meno marcato di quanto si voglia sottolineare. Nella musica non bastano i followers, servono i fans che ti riempiono i locali. Serve che un musicista sappia tenere il palco e abbia qualcosa da dire, se hai un milione di follower e sei sotto contratto con una  major o sei un indipendente ma non riempi il club, le date ti saltano.

Mi stai dicendo che in un mondo così 2.0 la musica resta sempre il centro di questa macchina imprenditoriale?
Certo, per fare musica devi avere qualcosa da dire, devi costruire uno show che sappia colpire il tuo pubblico anche lontano dallo schermo del telefono, sennò le date non le fai.

Quanto è cambiata la scena musicale indipendente milanese attuale rispetto ai tuoi inizi?
In realtà non ho molto il polso della situazione emergente attuale, non frequento più quella scena come un tempo. Sono cresciuto negli anni di fermento musicale e so che all’epoca era molto viva ed intensa, con molti musicisti ci incrociavamo nelle stesse sale prove o nei stessi club la sera, con molti amici coetanei si è anche tanto suonato insieme, come Morgan ad esempio. Come sia evoluta questa realtà nei giorni attuali proprio non te lo saprei dire..

Sei stato violinista  di una famosissima band indipendente e anche rivoluzionaria nei temi, per i tempi – parlo ovviamente degli Afterhours – che hai lasciato per proseguire un progetto solista. Audacia o incoscienza?
Nè l’una nè l’altra, per semplice esigenza artistica. I rapporti attuali fra noi sono ottimi, quindi nessun dissapore che ha causato questo abbandono o altro, semplicemente si arriva ad un punto della vita in cui devi scegliere cosa ti rende più  appassionato, e io ho scelto di assecondare la mia esigenza di uno spazio tutto mio.

Sempre restando un attimo su tema “band del passato” il frontman si è aperto al mainstream a trecentosessanta gradi anche dal punto di vista commerciale sbarcando in TV. Cosa pensi dei talent, hanno contribuito  sempre più ad avere musica di merda o è una visione troppo estrema la mia?
(ride, ndr) Non musica di merda ma  i talent sono degli show,  sono format televisivi che hanno come scusa la musica. Questi spettacoli possono produrre qualcosa di buono, ma non è detto che lo facciano, anzi ti dirò, è difficile che venga fuori un buon prodotto. Gli stessi giudici non possono star lì a cantare, devono spettacolarizzare, devono fare gli intrattenitori.

Dario parliamo di futuro, quando ti ho incontrato al concerto dei Lato B mi hai detto che c’è un nuovo album in cantiere. Qualche indiscrizione?
Sì posso darti un po’ di scoop che ancora non sa nessuno. Sarà un EP di quattro canzoni, in uscita i primi di novembre, dal titolo “Brotula” (che è un pesce). Saranno quattro canzoni da un sound elettronico, quindi molto diverse dal rock che ho fatto fino ad ora, e in una (Brotula appunto) rispolvero il violino, ma sempre su base elettronica.

Quanto sarà ancora indipendente il tuo futuro artistico?
Ricollegandoci al discorso precedente delle opportunità di produzione posso risponderti in una battuta: “La mia indipendenza è indipendente da me!”

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