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MUSICA INDIEspensabile: Francesco Bacci degli Ex–Otago “L’indie è un’attitudine”

Eccoci alla seconda puntata di “Musica INDIEspensabile”, la rubrica che si occupa di selezionare sound ed artisti a cui ogni appassionato del genere – se di genere possiamo ancora parlare – non dovrebbe mai rinunciare ad avere nel proprio Ipod. Ma ci siamo prefissati anche un altro scopo, interpellare i nostri ospiti e sviscerare con loro ambiti dell’indipendenza visti con gli occhi degli addetti ai lavori.

Il quesito di questa puntata è cercare di capire, in linea generale, da cosa nasce questa esigenza di ritorno all’indipendenza se poi tutto sommato ognuno punta al successo.
La produzione musicale che regola il mainstream è guidata da importanti etichette discografiche che promuovono nuovi talenti attraverso grandi stazioni radio che creano tendenze artificiali che si traducono poi in identità svanendo tra le autenticità originali degli artisti facendo tutto ciò per il  business di vendita. La produzione di dischi underground avviene attraverso etichette indipendenti, circuiti fondati per lo più dagli stessi artisti che decidono di ribellarsi alle logiche del marketing e autoinvestono su di sé e su artisti a loro avviso validi, questo comporta – almeno a parole – una tutela per la creatività, lo stile, le proprie idee e la dignità degli autori. Un sistema informale si è però sviluppato nel tempo, per cui le etichette indipendenti alimentano spesso nuovi artisti e nuovi generi, come grunge e hip hop. Se questi nuovi artisti o generi crescono per attirare una base di pubblico sostanziale, le etichette principali spesso poi li assumono. Un sillogismo quasi collaudato ormai. L’etichetta principale gestisce la distribuzione dell’etichetta indipendente e firma gli artisti più importanti, il passaggio indie vs mainstream diventa così un gradino già salito.

Ospite di questa puntata è Francesco Bacci, musicista di una della band più in voga del momento, che conta all’attivo quindici anni di underground, prima della pubblicazione dell’album “Marassi” che li ha consacrati al mainstream e all’intero panorama nazionale, facendo registrare dischi d’oro e tutte le date del tour in sold out.
Gli Ex – Otago sono attualmente in giro con il super-tour di Marassi, e tra una prova ed un’altra scambiamo quattro chiacchiere con loro.

 

Ciao Francesco, direttamente dagli Ex-Otago, band rivelazione italiana degli ultimi mesi, benvenuto nella mia rubrica dal titolo “musica INDIEspensabile, tutto quello che avresti voluto sapere sulla musica indipendente”, domanda obbligatoria iniziale: cosa significa per te INDIE e cosa lo è (non necessariamente in musica, dove leggi autentica INDIPENDENZA)?
Prima di tutto c’è questo equivoco che indie viene indicato come un genere musicale e invece non è affatto così, l’indipendenza indica piuttosto un calderone di attitudini in cui puoi inserire contemporaneamente gli Zen Circus che sono assolutamente rock e Coez che fa pop/rap/trap, giusto per dirtene due agli antipodi, tra l’altro se identifichiamo l’indie come un genere di nicchia dobbiamo poi anche tener conto che Coez fa numeri non proprio di nicchia, ha collezionato sold out su sold out il suo tour. Insomma Indie per me è un’attitudine a fare le cose in maniera indipendente, per quanto indipendente può mai essere un artista che comunque è sempre legato a delle etichette e a delle agenzie di distribuzione e ha delle logiche e dei protocolli da rispettare.

Veniamo a chi è per me il personaggio che indica l’autentica indipendenza, sai che adesso mi vengono in mente mille nomi e quindi nessuno? Facciamo che te lo dico alla fine dell’intervista, intanto ci penso su, magari vien fuori nel discorso, o più in la mi sento maggiormente ispirato. ( ridiamo, ndr)

Iniziamo subito con la quinta: “I giovani d’oggi non valgono un cazzo”, cantate in una vostra canzone tratta dall’album Marassi, c’è poca autenticità e indipendenza ma molta omologazione nella nostra generazione?

Ma non è prerogativa solo della nostra generazione, ma di ogni generazione in ogni capo del mondo. E’ una cosa antica, che ne sia o no consapevole un italiano degli anni ’60 ma era omologato esattamente come noi, forse ancor di più. Bisogna ammettere che adesso c’è molta più libertà anche nel vestiario, nelle generazioni precedenti, penso a quella dei nostri genitori ad esempio, c’era anche un protocollo nel vestiario. Poi fortunatamente c’è stata una evoluzione, è arrivata la generazione dei gruppi, quella dei paninari, dei rockettari, degli hipster, ma anche in quel caso si è avuta dell’omologazione. Nel nostro caso omologati lo siamo senza dubbio, ma in teoria portiamo nelle nostre tasche uno strumento che potrebbe permetterci di superarla costantemente questa supposta omologazione, gli smartphone, sono strumenti che ci rendono il sapere così alla nostra portata che ci permetterebbero – almeno in teoria- di conoscere sempre di più per diversificarci, ma noi preferiamo usarli per mettere i like ai gattini.
La canzone vuole dire esattamente questo: non esiste alcuna generazione che non si è sentita dire almeno una volta questa frase “i giovani d’oggi non valgono un cazzo”, quindi che la storia è ciclica.

Attualmente la musica indipendente viene identificata con il cantautorato del passato, con il linguaggio forbito e quasi ostico della musica cosiddetta “impegnata”. Voi siete di Genova, patria di De Andrè, e l’album – che non è di esordio in senso stretto ma di esordio al “mainstream” sì – si chiama proprio “Marassi” come il quartiere della vostra città. Che influenza ha avuto il maestro De Andrè nella vostra crescita musicale?
Identificare “Indie” e “cantautorale” è sbagliato perchè l’indie è un po’ il Marchese del Grillo della musica: il marchese diceva “Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazzo!” e in questo caso gli indie-inside direbbero “se io e la mia musica non ti piacciamo è perchè tu non capisci!”. Sicuramente Genova e la sua cultura musicale ci ha regalato tanto, De Andrè, Lauzi sono fonti da cui attingiamo per la nostra composizione ma li rielaboriamo a modo nostro.

Maurizio ha affermato che avete fatto questo disco per cercare di arrivare a tanta gente, (quindi la speranza del mainstream ormai è sdoganata) perchè vi sentivate soli, quindi nel vostro caso essere di nicchia era una scelta forzata, non decisa come genere…

Gli Ex-Otago hanno dal primo disco orgogliosamente dichiarato di essere pop. Quello che resta costante nella nostra carriera è che il trittico “pop – indie – mainstream” riesce a coesistere benissimo nello stesso album. Non è presunzione, è logica essenziale e te lo spiego, basta analizzare singolarmente i termini. Partiamo da “pop”, indica Popolare, cioè riuscire ad arrivare al popolo, quindi piacere a tutti gli ascoltatori. Poi c’è “Indie”, lo abbiamo detto già prima, non è un genere ma una attitudine a riuscire ad avere un atteggiamento indipendente nella propria arte, quindi a lavorare in maniera esente da grosse influenze di mercato, ed infine “mainstream” che significa “a larga diffusione”. L’obbiettivo è sempre stato questo: fare dei dischi a modo nostro, ponendoci con un atteggiamento indipendente nella sua realizzazione, cercare di renderlo fruibile, quindi a larga diffusione e di conseguenza popolare. Hai visto che non necessariamente pop ed indie si sputtanano a vicenda?

Nascete nel 2002, perchè non avete provato la via dei talent per puntare subito al grande pubblico?
Perchè non è di nostro interesse, non lo è mai stato, anzi ti posso dire che se esistiamo dal 2002 è proprio perchè non siamo passati per i talent. Qui voglio essere partigiano: i talent sono format mainstream ma creano meteore. Quanti artisti provenienti dai talent poi effettivamente riescono a creare una memoria storica nel pubblico? Sono davvero pochi, neppure i vincitori è sicuro che ce la facciano. Un’altra cosa dei talent che odio, così come delle canzoncine nate per essere sanremesi, è che gli artisti hanno la sola possibilità di essere interpreti, non compositori, né autori, né musicisti, devono riuscire a rendere loro melodie, testi e quindi storie appartenute ad altri. Per noi la musica ha una storia che nasce dalla sua composizione, siamo musicisti non interpreti. Il brano che nasce per i talent ha uno stilema vecchio come il cucco.
Ma forse più di tutto, di ogni scelta artistica, di stilemi o di interpretazioni, la cosa che più detesto in assoluto è pensare che che la carriera musicale sia una competizione, sia dettata da votazioni e da giudizi dati da persone secondo parametri soggettivi. La carriera musicale non deve essere basata su stellette o votazioni ma su contenuti, su performance live e sulla soddisfazione dei fans che tornano a casa contenti dopo i live.

Un disco che parla di normalità, di quotidianità, di storie reali, di amore, di paure… La vostra indipendenza la possiamo collocare nel coraggio di non voler essere per forza “diversi” senza paura di scadere nella banalità?

Sì esatto, direi che hai già centrato. Non abbiamo questo desiderio spasmodico di essere diversi a tutti i costi perchè spesso la diversità è gratuita. La banalità sì, quella ci spaventa assolutamente, però il segreto degli Otago è essere sinceri e coerenti con la propria arte, il pubblico se ne accorge.

 

A proposito di amore, grandi pomiciate nel video di “Quando sono con te”. E’ la canzone d’amore che ogni donna vorrebbe sentirsi dedicata. “Ci vuole molto coraggio” ad amare oggi? Adesso sei pure con la tua fidanzata, ci aspettiamo parole ricche d’amore in questa risposta…

Grandi pomiciate davvero eh? Credo proprio di sì, credo che le relazioni stiano diventando sempre più superficiali, usa e getta. Viviamo nell’epoca di Tinder e dell’Erasmus, le possibilità di trovarsi “alternative” sono sempre dietro l’angolo, non che prima non scendessi al bar sotto casa e non trovassi lì a far capolino le occasioni, ma adesso sono davvero accessibilissime. Questo comporta inevitabilmente che all’aumentare delle possibilità di incorrere in errore diminuisce l’intensità dei rapporti. Ad esempio adesso io parlo d’amore e lei mette like ai gattini (ndr:ridiamo).

 

Una selezione di ospiti speciali per Marassi Delux: Willie Peyote (già ospite di questo spazio), Jake La Furia, Caparezza.. L’essenza dell’ironia e dell’indipendenza in un solo album, come nascono queste scelte di collaborazioni?

In mille modi diversi. Nasce tutto da Jake e dalla nostra stima reciproca. Un giorno, dopo l’uscita di Marassi, ci scrisse Jake per dirci che il nostro album era una bomba e noi, felicissimi, rilanciammo proponendogli in futuro di fare qualcosa insieme. Una sera eravamo a Bologna per un nostro concerto, così d’impulso chiamammo Jake per proporgli di salire sul nostro palco quella sera stessa e di fare con noi un brano a sua scelta, lui accettò immediatamente e propose “Gli occhi della luna”. Ci inviò poi un audio con la sua strofa rappata e abbiamo immediatamente rivoluzionato il brano per adattarlo alla mina che avrebbe lanciato Jake sul palco, tutto questo il giorno stesso del live. Vista l’ottima riuscita di questo esperimento abbiamo deciso di sfruttare lo stesso canale di stima e di chiedere ad artisti che ci piacevano e che ci sembravano in linea con la nostra arte di collaborare, e così son venute fuori canzoni con Levante, con Willie, con Caparezza, Lemandorle e tanti altri. Stili molto differenti fra loro e un vestito nuovo per ogni canzone di Marassi in Marassi Delux.

 

Se avessi potuto scegliere il decennio musicalmente più ispirato in cui nascere, quale sarebbe?

Eh questa è una domanda difficile, difficile risponderti perchè a me questo decennio piace. Mi piace molto la musica elettronica in questo momento della mia vita, stasera infatti sono a Torino al Festival “Club to Club” per sentire Bonobo. Sugli altri decenni te ne dico almeno un paio: fine anni novanta in qualche angolo sperduto degli States a suonare con i Cash Basket e la fine dei settanta con i mitici ed insuperabili Ramones.

 

Qual è il messaggio più indipendente che ti senti di inviare ai tuoi fans?

“Non siate indipendenti a tutti i costi”. L’indipendenza è un’arma a doppio taglio e può diventare una malattia. Tutti noi siamo dipendenti da qualcosa, e va bene esserlo, fa parte della natura dell’uomo. C’è chi è dipendente dal lavoro perchè ti fa fare i soldi, chi è dipendente dall’amore perchè ti riempie di emozioni, chi dalla musica, chi da tutto questo messo insieme. Indipendenza non è autenticità. Siate autentici più che indipendenti in maniera forzata, se tutti siamo indipendenti poi non lo è più nessuno.

Prima di chiudere però sono in debito con te, mi tocca dirti chi è il più indipendente secondo me, non vorrei fare il dotto a tutti i costi, così come un trapela cultura ma sto pensando da molti minuti a Guy Debord, il padre del situazionismo, la sua opera “La società dello spettacolo” è di una indipendenza assoluta, la consiglio vivamente.

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