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MUSICA INDIEspensabile | Giorgio Poi: “Indie vuol dire tutto e vuol dire niente”

Eccoci giunti alla terza puntata di “Musica INDIEspensabile”, l’appuntamento settimanale con quel filone musicale che sta diventando così popolare, anche se il popolare è quello da cui – in origine – rifugge.

INDIE, il movimento di Schrödinger: fin quando non lo definisci non sai cos’è, e quando lo fai, non lo è più. Auto proclamata estetica che si appropria di tratti non suoi in nome di un valore, “l’indipendenza”, lasciato volutamente opaco e indefinito, etichetta contenitore di un meltin pot usata a fin di marketing , entrambe le cose o niente di tutto questo? E’ solo un modo diverso per trasmettere la propria arte? Proviamo a chiederlo a Giorgio Poi, artista di punta di Bomba Dischi, catalogato dall’immaginario collettivo come appartenente alla suddetta scena.

Ciao Giorgio, benvenuto nella mia rubrica sulla musica indipendente dal nome “musica INDIEspensabile”, domanda obbligatoria per rompere il ghiacchio: cosa significa INDIE per te e cosa si mantiene ancora indipendente?
Ciao a te Fabiana. Che cos’è l’indie non l’ho ancora capito, sicuramente però non è un genere musicale, forse è più che altro un atteggiamento, ma non sono sicuro neppure di questo, mentre te lo sto dicendo ho già cambiato idea. Sostenere di avere un atteggiamento indipendente o impegnarsi ad averlo fa perdere proprio l’essenza dell’indipendenza stessa, quindi no, non sono d’accordo neppure con la mia definizione che ti ho appena dato. Indie vuol dire tutto e vuol dire niente e chiaramente se non so dirti cosa sia in sostanza l’indipendenza non riesco neppure a darti un prototipo di indipendenza.

Parliamo un po’ di te, geograficamente ti possiamo collocare nella celeberrima “scena romana”, dove sei cresciuto, ma i tuoi passi in musica li hai mossi all’estero, tra Londra e Berlino con il progetto “vadoinmessico”, poi hai deciso di combattere la malinconia di casa scrivendo in italiano. Questa scelta da solista segna la tua indipendenza?
Hai detto bene, combattevo la mia malinconia scrivendo in italiano, era una panacea. In realtà questo album e – di conseguenza – l’inizio del mio percorso da solista, nasce come collaterale alla pubblicazione dell’ultimo album in inglese con la mia band. Perchè ho fatto questa scelta? Perchè era un progetto che avevo sempre in serbo di fare, i tempi con una band sono molto più lenti rispetto a quelli da solista. Siamo riusciti a finire il disco con la band ma i tempi di uscita si sono dilatati molto e così ho deciso di investire questa attesa dedicandomi al mio disco solista. Quindi la mia indipendenza è più rispetto al tempo che scorre inesorabile e va speso bene, che rispetto a un percorso individuale o da membro di una band.

Dicevamo che hai vissuto molto all’estrero e quindi, a differenza di altri tuoi colleghi cantautori, sei venuto in contatto con mercati discografici diversi. Quanto cambia l’hype italiano da quello straniero?
La cosa diversa del mercato europeo rispetto a quello italiano è la presenza di molta contaminazione. In Germania si guarda molto al mercato olandese, inglese o francese, così come in Inghilterra si guarda al mercato tedesco e così via, e inevitabilmente c’è una mescolanza, una vera e propria contaminazione del genere. In Italia questo ancora non avviene, o se avviene è poco percepito, c’è molta conservazione. Si potrebbe provare a diventare più europei ad esempio esportando il cantautorato italiano in  Europa, così facendo si crea anche più spazio per gli stessi artisti.

Eppure in Francia, ad esempio, questo fenomeno ha comportato una regolamentazione statale che impone alle stazioni radio di trasmettere una percentuale fissa di musica locale…
Questa cosa  è verissima e non accade solo in Francia, e ti dirò che da man forte al discorso che ti facevo proprio adesso. In Italia non abbiamo questa regolamentazione perchè probabilmente non ne abbiamo mai avuto motivo, si trasmette talmente tanto in lingua italiana che non serve nessuna legge che imponga un fenomeno, tanto già accade così. Non ti piacerebbe invece accendere la radio, fare zapping, e avere un panorama sonoro molto più eterogeneo? A me sì.

Una delle critiche più diffuse del cosiddetto “indie nostrano” è che sia – contrariamente al nome stesso – tutto fuorchè indipendente, anzi sia esso stesso il frutto di una campagna di marketing che lancia prodotti prestampati e ci porta a non saper discernere il cantautore dai suoi status Facebook. Che ne pensi di questo scenario?
Penso che in questo scenario ci siano prodotti di grande valore e altri no, così come nel rock, nel rap e in ambienti extra musicali. Non riesco a leggerci un problema, è più una questione di scelte, di comunicazione e musicali.

Tommaso Paradiso può essere l’esempio classico di questo hype? Tutti lo criticano, lo trovano banale, dicono che stecca, eppure tutti ne parlano, seppur per criticarlo…
E’ sempre una questione di comunicazione.

Torniamo su di te, sei passato da una band ad un progetto da solista. E’ nella cura di testi ed arrangiamenti senza intromissioni di altri membri, l’origine dell’indipendenza di “Fa Niente”?
Io ho sempre scritto da solo, era un altro tipo di indipendenza quella che volevo. Logistica, tempistiche, riuscire ad avere tempi più concentrati, fare molte meno pause dettate dagli impegni individuali di ognuno di noi membri della band, e potevo ottenerla solo con un progetto solista.

Hai coverizzato “Il mare d’inverno” della Bertè, stendardo e pioniera dell’indipendentismo nostrano sin dagli anni ’70, e “Aurora” de I Cani, band rappresentativa della medesima scena della nostra generazione. Come metti in rapporto questi due decenni a livello di indipendenza?
In realtà è un tred-union che mi stai facendo notare tu. Io li ho scelti per un motivo molto più musicale che di messaggio. Saranno sicuramente, a loro modo, manifesti indipendenti, ma io li sentivo nelle mie corde, musicalmente molto adatti a me. Ho agito solo da musicista in questa scelta.

Se avessi potuto scegliere il decennio musicalmente più affine a te in cui nascere, quale sarebbe stato?
Senza ombra di dubbio gli anni ’70. Sono anni di assoluta indipendenza, di svolte musicali, di rivoluzioni.

Sei stato scelto e voluto personalmente da “Branco” – come lo chiami tu sui tuoi social – leader dei Phoenix, in  apertura al loro concerto di Milano il 20 marzo, i nostri complimenti. Come è nata questa collaborazione?
Grazie mille, è una bella responsabilità in effetti. Beh, come è nata questa collaborazione: Branco ha scritto a Bomba Dischi chiedendo i miei contatti, ci siamo scambiati delle mail e ci siamo anche visti più volte, tra l’Italia e Parigi. Lo sapevi che la moglie del leader dei Phoenix è italiana? Nell’aria c’era l’idea di creare una collaborazione, un featuring, un brano insieme, ma non avevamo ancora definito nulla, poi l’occasione del concerto in Italia era propizia, ed eccoci qua a parlarne nella tua rubrica.

In una canzone dici “Appena mi sentivo sicuro in un attimo ero  già dentro al futuro”, in un’altra ripeti “Le foto non me le fai mai, un giorno te ne pentirai”, hai deciso di rielaborare il tuo cognome da Poti in Poi.  Sei un procrastinatore seriale o hai così tanta ansia per il futuro?
Oddio, ne ho un po’ timore e un po’ ansia. Il tempo è l’unica cosa che non puoi chiedere indietro, devi saperlo spendere e gestire. Sì, ansia è proprio il termine giusto.

 

 

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