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Musica INDIEspensabile I Ministri: “Essere indipendente significa sapere quello che vuoi fare”

Ospiti illustri in casa Loudvision. Questa settimana per la nostra rubrica dedicata alla musica indipendente italiana abbiamo avuto l’onore di intervistare Federico Dragogna, chitarrista e autore dei Ministri. La rock band milanese, dopo aver rilasciato il 9 Marzo “Fidatevi”, sesta fatica discografica uscita per l’etichetta Woodworm, sono ufficialmente partiti la scorsa sera dall’Estragon di Bologna per il tour primaverile nei club, il quale farà a tappa all’Alcatraz di Milano Lunedì 9 Aprile.

Abbiamo intercettato Federico durante il soundcheck all’Home Club di Treviso, teatro della data zero del tour. Buona lettura.

Ciao Federico, la nostra rubrica si chiama musica INDIEspensabile; cosa significa per te essere artisticamente indipendenti?

Essere artisticamente indipendenti significa, credo, avere le idee chiare su quello che si vuole fare. Quando è nata l’indipendenza tanti anni fa ci si riferiva a tutt’altro, a un mondo dove c’erano dei grandi colossi e delle piccolissime etichette. Questi due circuiti andavano su binari completamente diversi, come se ci fosse da un lato Trenitalia e dall’altro dei piccolissimi binari coi treni a vapore. Ora tutto è molto cambiato, è molto più intersecato, non c’è bisogno che lo dica io ma la parola “indie”  viene pronunciata quasi sempre a caso: oggi spesso viene usata per indicare quasi un genere, un’ attitudine a un certo tipo di musica leggera-pop più fresca del pop di Luca Barbarossa (nulla ovviamente contro Luca, parlo ovviamente di questioni anagrafiche). Essere indipendente nella musica significa sapere quello che vuoi fare, riuscire a comunicarlo alle persone con cui andrai a lavorare riuscendo ad ottenere la loro fiducia. Rispetto poi ciò che riguarda le tue opere è necessario possedere un margine ampio che ti permetta di decidere le cose, o almeno di bloccarle se non ti piacciono. Se non hai questo margine diciamo che, anche se dentro di te sei indipendente, rischi che un tot delle tue opere o di quello che tu fai vedere fuori sia
“dipendente”. E questo potrebbe essere un problema.

Qualche settimana fa durante la conferenza stampa de l’amore e la violenza vol.2 i Baustelle hanno detto che “l’indie italiana si è svenduta al commercio e al successo facile”. Effettivamente guardando il movimento indipendente di qualche anno fa trovavamo nomi come Afterhours, Bluvertigo, Marlene Kuntz eccetera. A cosa è dovuta secondo te questa flessione?

Secondo me è dovuta prima di tutto al fatto che l’altro mondo, quello contro cui si opponevano Afterhours e altre situazioni, ha pian piano perso potere, penne valide e freschezza. Quindi è probabile che chi lavora nell’industria musicale abbia detto “andiamo a prendere invece nell’altro mondo”, il nostro, trovando quindi un sacco di persone brave a scrivere canzoni. Io personalmente capisco bene cosa intende Francesco quando dice quello che dice, però prima di tutto bisogna pensare che queste nuove leve di cantautori scrivono benissimo i brani pop, sono canzoni funzionanti, fresche e quant’altro.  Il punto è riuscire a mantenere la diversità, la diversità nelle radio italiane non c’è mai stata in quanto ha sempre cercato di rappresentare solo una parte del paese, e va bene. Spererei che siano quel resto di persone che ascoltano altro tipo di musica a mantenere questa diversità. Sarebbe bello forse vedere questi nuovi autori e interpreti, ora che hanno 20-25 anni, sperimentare e osare su qualcosa di nuovo o che possa semplicemente fare immaginare un altro futuro. Se ci limitiamo a vedere che cosa funziona repliclandolo e continuando a legittimare il reale, nessuno ha colpa, nessuno è stronzo ma ci stiamo semplicemente un po’ arenando, un po’ come andare ad una festa e mettere su sempre la stessa canzone.

Credi che questo ultimo aspetto che hai citato sia colpa di un “diktat” delle case discografiche?

No no, questa è una balla che da anni ormai arriva dall’esterno. Non è assolutamente un diktat perché tra l’altro la Universal, o chi per essa, intercetta delle cose che stanno funzionando sulla gente e tra la gente. Successivamente cerca semplicemente di ottimizzare da certi autori il lavoro. La responsabilità è sempre degli artisti: se ad un certo punto uno di noi dopodomani fa qualcosa con un sound assurdo o una roba nuova che non si sa da dove stia venendo fuori e quella cosa lì funziona meglio dell’it pop o della trap di oggi (e spoiler, questa cosa succederà), sicuramente le discografiche non avendo le spalle abbastanza coperte per potersi permettere di perlustrare nuove vie dirano “Ehi, questa cosa funziona, andiamo sul sicuro”. Io a prescindere da questo vedo tantissime nuove voci interessanti in Italia, da quelle che possono piacerci di più a quelle che possono piacerci di meno è indubbio che c’è tanta roba nuova che sta funzionando. A noi potrebbe dispiacere come band che c’è poca gente che suona veramente, dall’altra parte però ci sono tanti artisti che espolorano nuove vie di linguaggio, ci dispiace un po’ che i temi sono magari sempre quelli ma anche questo non è vero, basta pensare ad artisti come Willi Peyote che spazia come contenuti ovunque. Io sono sempre convinto che il presente tra tutti sia il tempo migliore, meglio del passato e meglio del futuro. Una cosa che c’entra con questo discorso e quindi con il disco che abbiamo fatto è: se la musica che c’è in giro non ti piace, fattela tu. Che poi è lo stesso concetto da cui sono partiti tutti i movimenti culturali musicali.

Il vostro ultimo disco, Fidatevi, rispecchia perfettamente le condizioni dei trentenni di oggi, oltre che essere a mio modesto modo di vedere il disco della maturità. Quali sensazioni in particolare hanno spinto la scrittura dell’album, molto omogeneo nonostante non sia un concept.

Non è stato un concept album ma quando ci siamo messi davanti al materiale abbiamo notato quanto fosse collegato e non ci ha stupito. Tutto veniva fuori da un anno dove ci siamo un po’ nascosti per cercare di occuparci nostre vite normali, non delle nostre vite di artisti ma quelle di trentenni in Italia: semplici persone che sono diventate uomini dai ragazzi che erano. In parte il mondo cerca di portarci ad avere sempre la stessa età, ovvero quella dei 23-24, quella delle mode, quella perfetta per essere un consumatore giovane, ci viene detto in ogni modo: lo dicono prodotti di bellezza,  lo sentiamo quando ci sentiamo in colpa perché abbiamo il fiatone dopo una corsa . È come se in generale le età che venissero dopo i venti non avessero modo di essere giustificate; questo accade già per gli uomini figuriamoci per le donne: praticamente l’intera industria che gira intorno all’immagine femminile è fatta in modo che dopo i quaranta devi cercare di tenere su l’architettura e devi necesserariamente sembrare ancora giovane, altrimenti sei finita. Questo meccanismo noi lo troviamo assurdo come troviamo assurdo ad esempio che l’ironia debba essere il filtro di ogni discorso. Il disco rispecchia un po’ queste cose ma anche delle storie personalissime, fatte di nostri errori, di nostre cagate e di tutte le volte che anche noi non siamo riusciti a crescere. Da questa critica generale noi non ci tiriamo fuori, ci siamo dentro impantanati fino alle ginocchia. Il disco è stato anche un modo per accorgecene.

Il disco presenta due momenti di (bellissimo) abisso, seguiti poi da altri più “lucenti”. Sto certamente parlando di Spettri, CrateriMemoria breve. Come sono nati questi brani?

Questi tre brani sono molto legati. Spettri e Crateri sono finiti nel disco come traccia numero 3 e 4 e sono nati cronologicamente in questo modo. In un crollo mio personale l’anno scorso prima è venuta la sensazione che ha generato Spettri, quindi una solitudine incattivita e orgogliosa che crede ancora di potersi salvare da sola anche solo “pagando” come dice il testo e che si accorge di essere arrivata sul fondo, si accorge dello stato imbarazzante della propria vita su certe cose eppure non riesce ancora a fidarsi, rimanendo ancora orgogliosa e fiera in questo nero. Crateri rappresenta il crollare, come il crollare a piangere da un momento all’altro, accorgendosi che tutto sommato c’è una grande paura che guida tutti i nostri comportamenti, sia quelli virtuosi sia quelli non virtuosi, che poi è la paura di essere abbandonati, dentro di noi da quando abbiamo quattro anni e la mamma dice “esco un attimo e torno stasera” o quando ci portava alle elementari. In Crateri fondamentalmente parliamo del fatto che questa cosa continua ad esserci anche a trentaquattro anni. Dall’altra parte non c’è più tua madre ma c’è un’altra persona. Questo passaggio fa sì che si arrivi a Memoria breve, che parla delrendersi conto che il punto assurdo di tutta la questione è: tu ti fidi, vieni tradito e poi devi fidarti di nuovo, non c’è un cazzo da fare. I ricordi sono dunque una salvezza ma anche una condanna, sono quello che ci danno conforto e quello che ci fanno paura perché ci tengono lontani da prendere nuove scelte.

La title track Fidatevi è un disperata richiesta di una ragazza ai propri genitori. Che messaggio ti senti di lanciare a quei ragazzi che stanno vivendo una situazione di stallo, andando contro tutti e tutto magari per un sogno non convenzionale o artistico?

Una cosa che mi verrebbe da dire è che paradossalmente se vuoi fare qualcosa di “artistico” ti fa bene avere un po’ di contraddittorio dai propri genitori. Avere i genitori che fanno il tifo fin da subito non aiuta tantissimo, non funziona benissimo in quanto non hai la stessa fotta e la stessa voglia di affermarti. Dopo però ad un certo punto è importante che loro seguino la tua scelta. Dall’altra parte avere la musica, ma anche qualsiasi altra passione bella chiara nella tua testa rispetto a tutte le altre strade, è sempre una fortuna perché ti da semplicemente più forza.  Ci sono un sacco di persone che non coltivano chissà quali passioni. E non è colpa loro. Non è che uno che non ha una mega passione o una mega fotta per qualcosa allora è uno stronzo. La persona di cui si parla in Fidatevi, a cui voglio un bene dell’anima, non ha necesssariamente quel tipo di mega fotta in particolare, ma in qualche modo chiede ugualmente rispetto ai suoi genitori. Tuttavia se tra i 15 e 20 anni cominci a capire che c’è un campo in cui potresti essere bravo, questa cosa tornerà molto comoda nel tempo.

I Ministri de I soldi sono finiti si affacciavano ad un società poltica ben definita che tra l’altro si rifletteva perfettamente nei vostri testi.Oggi siamo di fronte ad uno scenario forse differente, tuttavia sembra che non sia cambiato granché? Cosa pensi dello scenario politico attuale a distanza di 12 anni dal vostro esordio musicale?

12 anni fa non era data tutta questa possibilità di dibattito politico o di bagarre politica sui social network e non era data a tutte le persone la possibilità di sbraitare la loro opinione in giro, e questo era un grande vantaggio, al netto di tutto era un grande vantaggio, cazzo. Questo probabilmente non cambiava tantissimo ai piani alti però rendeva la discussione più umana, civile, elegante oltre che permettere alle rock band di urlare di più dato che i politici non urlavano. Ora urlano i politici e se fai musica e urli pure tu sembri la Santacnchè o Sgarbi, con la tua forza rivoluzionaria che va ramengo. In questo senso è cambiato tutto e non è cambiato niente, la cosa che mi viene da dire al di là della mera politica locale, che la cosa di cui ogni tanto dovremmo farci più domande al di là del pd-cinque stelle- lega  siano le realtà transnazionali che stanno cambiando la vita di tutti i paesi: Amazon, Google e le aziende che hanno spostato la produzione nel sud est asiatico europeo, questi sono gli aspetti  che stanno più cambiando le nostre vite. In qualche modo però noi le vediamo meno continuando a farci lotte interne su cose che hanno sempre meno importanza. Quindi mentre ci riempiamo la bocca di parole, la nostra vita viene condotta da qualcosa che dipende in maniera così forte da quella realtà lì. A questo punto mi viene da pensare che stiamo guardando il dito invece che la luna.

 

 

 

 

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