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Musica INDIEspensabile | Lucio Leoni: “questo è un blues con il riff in si, per cui occhio agli accordi e statemi dietro”

Siamo giunti alla quarta puntata della rubrica più INDIEpendente e INDIEspensabile del web e il paradigma del giorno è il rapporto tra i Social Media e la Musica Indie. Questo scenario in origine sembrava essere identificato come di nicchia – lo abbiamo ripetuto fino allo sfinimento – adesso una classifica musicale ha riconosciuto il 2017 come l’anno della musica indipendente. Se proviamo a fare un passo indietro nel tempo i primi indipendenti italiani che riusciamo a immaginare sono gli Afterhours,  con un Manuel Agnelli dissacrante e anticonformista per genere e sound, non accessibile ai più per tematiche e attitudini o un Morgan quasi teatrale con testi al limite dell’ostico che ha sempre fatto ricorso a un linguaggio quasi stilnovista. Due esempi per due figure autentiche come artisti, originali e innovatori. Ma come si sarebbero comportati Agnelli e Castoldi se negli anni dei loro esordi ci fossero stati i social? Avrebbero spiattellato la loro arte compositiva in trenta secondi di Instastories in pasto ai loro fans? Si sarebbero avvalsi dell’applausometro, avrebbero nutrito i propri eghi  di selfie anzichè di arte e personalità?
Proviamo ad affrontare questo discorso, e tante altre disquisizioni, con Lucio Leoni, artista indipendente romano, impegnato in una promozione del suo ultimo album “Il Lupo Cattivo”, al via stasera al Monk di Roma. Abbiamo scelto lui perchè in uno scenario romano così “uguale”, la sua voce fuori dal coro  poteva essere la più appropriata. E perchè sì, Lucio ci piace, perfino in pantaloncini rosa quando fa la ginnastica al suon di “Io ci metto un ritornello pop per alleggerire un po’…” nel video de “Le Interiora di Filippo”.

Ciao Lucio, benvenuto nella mia rubrica “musica INDIEspensabile: autori fichi da avere necessariamente nell’IPod”. Domanda a bruciapelo: cos’è per te l’INDIE e cosa lo è ancora?
Tu vuoi sapere cos’è l’INDIE secondo me o cos’è l’INDIPENDENZA? Perchè per me sono due concetti differenti. Partiamo da INDIE, penso sia soltanto una parola, un concetto che adesso va molto di moda, contestualizza un movimento che prima era il cosiddetto UNDERGROUND, adesso fa fico chiamarlo INDIE. E’ un fenomeno ciclico, si crea un gergo che va di moda per un paio d’anni e poi passa, ad esempio l’espressione “Scialla raga” adesso la si usa a sbafo, due anni fa al suo posto c’era “Bella raga”. Indie come scialla è solo un termine che dovrebbe rispecchiare la moda del momento. Discorso diverso per INDIPENDENTE, si tratta di un fenomeno che nasce con le etichette, siamo in un momento storico in cui le major hanno iniziato a guardare al basso. Esempi classici sono Calcutta – forse il pioniere di questo fenomeno – e Coez. L’indipendenza come concetto prevede la voglia di battere strade dibattute, di sperimentare, di reinventarsi. L’indipendente è quello che nun gliene frega gnente de gnente, e se va bene o va male neanche gliene frega gnente. Quindi, dopo questa panoramica, più che identificarti UN indipendente, ho preferito dirti come dovrebbe esserlo davvero.

 

Venerdì – INDIEspensabile – 10 novembre è uscito il tuo ultimo album “Il Lupo Cattivo”, viene fuori dopo tre anni da Lorem Ipsum e prima ancora da una musicassetta in cui ti sei autoinciso. Ho notato un fil-rouge che lega alcuni brani di tutti e tre i lavori: la Comunicazione. Di mancanza di comunicazione parli in “Caffè Ammericano” nella musicassetta, in “A me mi” tratta dal primo album e in “Le Interiora di Filippo” nell’ultimo album. La nostra generazione è ancora capace di comunicare?
Innanzitutto grazie per aver notato questa cosa, ogni volta che scrivo mi batto per far uscir fuori questo concetto. Detto questo io credo che siamo la generazione che ha avuto più opportunità di comunicare, il problema della comunicazione però adesso è il contenuto. Gli smartphone, internet, hanno reso il modo di metterci tutti in contatto, di “connetterci” propriamente, talmente facile che con la stessa facilità ci riempiamo di cazzate. Le comunicazioni intelligenti sono direttamente proporzionali alla facilità di interazione. Pensa trent’anni fa quando per fare una telefonata ai tuoi dovevi scendere in strada, beccare una cabina telefonica, sfidare magari anche la pioggia, e avevi i soldi contati in tasca, quindi quelle quattro parole dovevano essere complete ed efficaci, altrimenti il credito terminava e ti eri giocato la tua possibilità di comunicazione. Adesso con i minuti illimitati, due cellulari a testa, Whatsapp, Facebook ecc, non te lo poni più il problema dell’incisività e quindi siamo sì ancora capaci di comunicare, è col contenuto che stiamo avendo i veri problemi.

 

A proposito ancora di comunicazione, essa si è classicamente evoluta, dalla lettera alla mail, dall’sms al WhatsApp, dall’organizzazione della serata svolta nelle piazze della borgata alla chat di gruppo. Quanto ha inciso questa evoluzione (o involuzione) sull’indipendenza generazionale?
Dal punto di vista del “mercato” ha permesso di avere una diffusione musicale maggiore. Io personalmente questa evoluzione l’ho vissuta sulla mia pelle, ho avuto un locale a Roma per quattro anni e ho dovuto chiudere. La comunicazione era difficile, andavamo avanti con i volantini per pubblicizzare le serate, non c’era tutto questo fermento negli ascoltatori di musica emergente. Adesso invece i social network essenzialmente hanno reso tutto più facile e immediato, lanci un tuo prodotto sul web e riesci anche a crearti una tua fanbase prima di esserti fatto un nome, così quando ti proponi ad un locale – che a sua volta si pubblicizza attraverso la rete arrivando ad una mole di persone molto più grande rispetto a quella che leggeva il volantino – lo fai già con la garanzia di avere quelle persone che verranno e lo riempiranno. Per quanto riguarda un concetto generale, extra musicale, sull’indipendenza generazionale hanno inciso molto perchè abbiamo strumenti controllati dall’alto, siamo sotto la supervisione e il controllo di Zuckemberg. Si è creata proprio una sottocultura, la cosiddetta Netichetta.

 

Questi sono gli anni del boom della scena romana, così definita, prima c’è stata la scena napoletana, gli anni caldi della Milano di Manuel Agnelli, e vieni collocato in questa confort-zone geografica anche se per temi e sound sei un prodotto nettamente diverso da Calcutta, Contessa o Motta. Come coesistono Lucio Leoni e i suoi stornelli in una session con Paradiso e i tori di Pamplona? (Penso alle varie serate locali, la Spaghetti Unplugged ad esempio..)
(ndr: ride) Coesistono poco e niente. Su Tommaso e i TG per altro so dirti proprio poco perchè – a differenza di altri della suddetta scena – non ci siamo mai incrociati per altro. Ho un ascolto limitato della  scena romana, sono cresciuto con la musica elettronica, e ho sempre guardato più alla scena nordica in effetti, i Uochi Toki ad esempio. Facciamo davvero cose molto diverse, abbiamo linee guida e backgroud musicali troppo diversi per essere catologati nello stesso compartimento musicale. Forse è esattamente come dici tu: ci lega solo la geografia.

 

Nell’ultimo album omaggi Tenco con una versione inedita di “Io Sono Uno”, arricchita dalle sue stesse parole dette in un altro contesto. C’è questa tendenza qui ad identificare l’indipendentismo con testi da vecchio cantautorato alla Tenco, De Andrè. Chi sono i tuoi padri ispiratori e quanto hanno inciso nella creazione di questo prodotto?
I miei padri sono infiniti: Bruno Lauzi, Iannacci, Cochi e Renato, Dario Fo, Gaber. I miei testi nascono sempre guardando a loro come punto di riferimento, ma anche il rap. Sul sound invece c’è tanto studio della musica elettronica, è innegabile dover ammettere che la cultura con cui cresci ti influenza anche nel modo di fare musica.

 

Come è cambiato il pubblico dai tuoi primi live a oggi?
E’ un po’ aumentato ma la cosa che è cambiata maggiormente e che mi stupisce sempre piacevolmente è che il pubblico canta le mie canzoni. La cosa bella è che non ho un pubblico di una precisa fascia di età ma è molto eterogeneo. Questo diventa ancora più bello è che, finito il live, mi trovo a conversare con coetanei, con persone dell’età dei miei genitori e con ragazzetti, e con tutti loro parliamo di cose diverse sia musicalmente che di vita. E’ meraviglioso e stupisce sempre.

 

La settimana di lancio del disco è stata ricca di eventi per te, ti sei reso promotore di una singolare iniziativa:  il primo fundcrowding della storia  un fenomeno che ti sei inventato sulla base del crowdfunding ma sovvertendone le regole, cioè quando una persona fa tante micro offerte a tante persone per realizzare un grande progetto. E lo hai fatto chiedendo l’aiuto dei tuoi fans per chiedere a Tiziano Ferro di fare un featuring con te. Una idea autentica ed indipendente, ma TZN ha risposto?
Tiziano non ha ancora risposto ma sono assolutamente fiducioso che lo farà, avemo fatto tarmente tanto rumore che almeno un vocale pe dimme “Ah Lucio ma vaffanculo, và”, me lo aspetto. Concettualmente questa idea nasce dal fatto che mi piacesse l’idea di creare una campagna comunicativa che mi permettesse di  usare i social – invece che per omologarmi – a mio interesse.
Di base non mi piace per niente l’idea del crowfunding, non mi piace che qualcuno debba investire dei soldi per contribuire a una tua idea, foraggiando i tuoi interessi, di sti tempi poi. Mi piace molto, invece, il fatto che uno possa sostenere questa idea e quindi ho sovvertito il crowfunding rendendolo foundcrowding (il contrario sostanzialmente) e i più veloci sostenitori sono stati ringraziati con un simbolico contributo economico, con la copia dell’album autografato e l’ingresso al mio live. Ho scelto Tiziano per questa avventura perchè mi da l’impressione di essere un tipo gajardo, una persona goliardica, quindi immaginavo che potesse starci al (mio) gioco.

 

Tiziano Ferro è IL mainstream, tu sei un indipendente, sarà il tuo trampolino di lancio verso il POP spudorato?
No direi che è pressochè impossibile che ciò avvenga. Musicalmente non è il mio mondo, i testi dovrebbero essere scritti in una maniera molto diversa da come li scrivo io. Ma poi mainstream io che non sono mai stato capace di stare sotto i 4 minuti per brano? Non mi sentirei a mio agio in un stile così, che non mi appartiene.
Stai dicendo che non sei tagliato per scrivere brani sanremesi o da talent show?
Penso che il brano più sanremese che sia mai stato in grado di scrivere è “Stile Libero” (ndr: brano de Il Lupo Cattivo).

E di Sanremo non riesco a vederci niente…
Pensa ‘n po er mainstream in mano a me…

 

Sei stato definito, insieme a Giancane, ai Muro del Canto, Leo Pari e Joe Victor, il nuovo Re di Roma, chiediamo innanzitutto scusa a Totti per tanta arroganza, ma io abbraccio questa definizione. Roma la porti dentro, la descrivi e ogni canzone – specialmente nel primo album – sembra parlare un po’ di lei. Roma pensi sia così tanto generosa da riuscire a regalare spazi emozionali tali da comporre canzoni e stornelli da che mondo e mondo?
No, Roma non è affatto generosa. Roma è una stronza, ti coccola e ti piglia a schiaffi. Un po’ bastone e un po’ carota, ma dopo che ti ha bastonato, quando ti regala la sua carota e la mangi, riesce a farti pensare che è la più dolce che tu abbia mai mangiato. Roma ti invade, ti entra nel sangue ed è chiaro che tu la trasmetti in quello che fai, ne regali un pezzetto anche a chi non ci è nato.

 

Una delle cose che più ho apprezzato di questo nuovo album è che le parti parlate in realtà sono recitate, se fosse stato un concept album avrei chiuso gli occhi e mi sarei ritrovata immediatamente a teatro.
Incredibile come caschi a pennello questa domanda. E’ appena uscito l’album e ne stavo parlando proprio questa mattina con un amico di questa storia del concept album. Io, in realtà, non è che non ci abbia mai pensato a farlo, anzi mi piacerebbe molto farlo ma va comunque tenuto presente che adesso l’ascoltatore un album intero non lo ascolta, ci sono le playlist di Spotify, c’è lo zapping su YouTube, quindi il concept perderebbe la sua essenza. Io cerco sempre di dare un senso ad ogni album, anche nell’organizzazione dei brani. Quest’ultimo si apre con “La Pecora Nel Bosco” e si chiude con “Il Lupo Cattivo”, nel mezzo però c’è il bosco.

 

Quanta indipendenza, Tiziano Ferro a parte, prevedi nel tuo futuro?
Tanta, tantissima. Ho ancora voglia di sperimentare e mettermi in gioco il più possibile prima di mettermi in pantolle e fare musica per soldi.

Facciamo un gioco nuovo con te, una rubrica nella rubrica, una sorta di telefono senza fili, e lo chiamiamo “il gioco della contaminazione”. Ti do la possibilità di fare un appello a un tuo collega indipendente, gli puoi chiedere una curiosità, un consiglio, gli puoi dire che la sua musica ti fa cagare o addirittura chiedere una collaborazione. Io riferirò e aprirò la sua intervista partendo da questo tuo appello. Chi scegli e cosa vorresti dirgli?
E vabbè allora sfrutto questa occasione e scelgo proprio Tiziano Ferro e il messaggio è: “Daiiii, almeno un vaffa mandamelo però!”.

Quindi adesso nella mia rubrica sulla musica indipendente mi fai interpellare Tiziano Ferro?

Ne vuoi uno più appropriato per  la rubrica dici? Allora dì a Giancane, che dicesse a Truppi di uscire presto il disco.

Un doppio appello insomma. Chiudiamo con un appello ai tuoi fans: qual è la frase più indipendente che senti di dire loro (anzi di dire noi)?

Bene, chiuderei con una supercitazione: “questo è un blues con il riff in si, per cui occhio agli accordi e statemi dietro”.

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