Home > Rubriche > Musica INDIEspensabile > Musica INDIEspensabile | Marco Galeffi: “L’indie è come un minestrone”

Musica INDIEspensabile | Marco Galeffi: “L’indie è come un minestrone”

Marco “Galeffi” – artista di punta della Maciste Dischi – il 24 novembre ha pubblicato il suo album di esordio “Scudetto”, anche se non era proprio sconosciuto al grande pubblico. Romano e romanista, con i suoi occhiali e il suo immancabile berretto britpop, si era già fatto riconoscere per il suo particolarissimo timbro vocale con il brano “Camilla” il cui videoclip è stato girato tra le strade di Roma, brano composto per poter accedere alla serata open mic d’eccellenza della capitale, la Spaghetti Unplogged. Scudetto si è rivelato subito un successone, attualmente Marco è impegnato in un tour che tocca tutta la penisola e sta riscontrando molti sold out. Per uno studente universitario che conosce la gavetta musicale, ci prova e riprova da molto senza demordere e che continua a lavorare come “ragazzo delle pizze”. Facciamo una chiacchierata con lui parlando del fenomeno indie, del suo amore per la musica inglese, della sua passione per i Beatles e – ovviamente – della nostra “AS Roma”

Ciao Marco, benvenuto nella nostra rubrica “Musica INDIEspensabile – gli autori da avere necessariamente nel proprio Ipod”, domanda introduttiva generale: cos’è per te l’INDIE e cosa si mantiene ancora INDIPENDENTE? L’indie è un minestrone, contiene di tutto e di più. Io faccio le canzoni, le scrivo e le suono a modo mio, poi se esse siano o no indipendenti lo decidono gli altri. Cosa si mantiene ancora indipendente? Voglio uscire dal mondo musicale e dirti un nome: Totti, il Capitano. Una sola maglia attaccata al cuore, ha rinunciato ad offerte importanti in club che hanno vinto scudetti e con ingaggi molto più remunerati che nella Roma, ma ha sempre tenuto fede alla sua città.

“Voglio capire chi sono e chi voglio diventare” sostieni in “Tazza di te”: prova a spiegarlo a noi ad oggi chi sei e chi vorresti diventare… Chi sono oggi è una bella domanda in effetti. Questa canzone è molto introspettiva, un monologo con me stesso, faccio dei discorsi tra me e me. La frase che hai citato tu di quella canzone è la più significativa, è una frase che porta solo a farsi domande, non ad avere risposte. Mi viene in mente quando guardavo il nonno impoltrire sul divano, questa scena mi stimolava delle domande “non vorrò mica diventare così?”, ad esempio, non a darmi delle risposte. Questo brano è così, domande fatte da me al medesimo me.

Hai iniziato facendo “secret concert” cioè concerti in casa di fans con altri fans radunati sui social, un modo economico per creare una fan-base, questo ti ha permesso di conoscere un po’ meglio la tua generazione al di fuori della tua comitiva, l’hai trovata abbastanza indipendente o molto omologata sui gusti musicali? E tu come la sai questa cosa? (ndr: ridiamo). Il “secret concert” è un’idea che non è nata da me ma da una mia amica, che poi è pratica del giro essendo anche l’attrice del videoclip del brano “Oroscopo” di Calcutta. Lei è sempre stata una mia grande fan, voleva assolutamente che il talento che trovava in me dovesse emergere ed arrivare anche a chi non poteva conoscerlo soltanto perchè non conosceva me fisicamente, così ha organizzato il tutto per far accrescere la mia fanbase. Credo che poi adesso sia il momento fortunato per fare questo tipo di musica poichè a Roma (città di cui posso avere il polso della situazione) nell’’ultimo anno si è espanso il fenomeno della curiosità musicale, e anche fenomeni come le feste private o “secret” sono una buona esternazione di questa attenzione verso l’indie.

Sei attivo sulla scena romana da meno di un anno, il 24 novembre è uscito il tuo disco d’esordio “Scudetto”, che vede come produttore anche Federico Nardelli dei Gazzelle. Hai avuto modo quindi di conoscere, confrontarti e collaborare con questa scena musicale molto fermente. Ricordiamo anche che nella tua gavetta hai aperto i concerti di Gazzelle e Canova per altro. Che impressioni hai avuto di questo mondo? La cosa più vera che mi viene in mente è la speranza. Speranza è il termine che meglio esprime tutta la positività che vedo in questo momento storico e in questo panorama musicale. La speranza, un’idea sciocca che ti infonde fiducia, è che amici – lavorando insieme – riescono a produrre dischi. Maggiore è il grado di speranza di investimento maggiore sarà anche la gente interessata al prodotto.

Il fenomeno “INDIE” nasce negli anni ’70 in America quando un gruppo di artisti decidono di distaccarsi dal panorama locale che offriva ampio spazio alla musica, e in mezzo a tanta scelta loro volevano emergere differenziandosi. In un mondo musicale così fruibile, fatto di streaming musicale ecc, che escamotage hai usato per farti così strada in mezzo ad una offerta così ampia? Nessun escamotage in realtà. La nostra strategia era di far uscire delle altre cose se la canzone non funzionasse, ma fortunatamente i singoli sono diventati delle hit. Il potere è sempre in mano al pubblico.

In “Scudetto” troviamo dieci tracce (di cui tre già note al pubblico: Camilla, Occhiaie e Tazza di Te) sfacciatamente pop. Convive un sound brith-pop e un linguaggio cantautorale. Quanto ti hanno influenzato le due correnti? Di più il britpop. Non mi sento un cantautore, mi piacciono solo le parole. Non parto mai dal voler raccontare una storia, ma scrivo immagini che ho in mente, scene che ricordo e utilizzo il potere delle parole, che sono la mia vera fissa. Come i Beatles.

E’ quasi tradizione che in ogni album che si rispetta esista una title-track, tu non l’hai messa ma hai chiamato “Tottigol” la traccia di chiusura di “Scudetto”. E’ la mia traccia preferita, possiamo dirlo spudoratamente. Quale traccia hai amato di più e ti emoziona di più cantare di questo album e quale trovi più indipendente nel contenuto? Assolutamente “Puzzle”. Quella canzone per me è stata una folgorazione, mi è uscita in mezzora. Sono davvero molto legato a lei.

Spesso veniamo definiti come una società liquida, consumista, dai rapporti mordi e fuggi. “Ci stiamo sgretolando come il POLISTIROLO?” Può darsi, non ci avevo mai pensato sai? La storia di questa canzone è divertente, cantavo questa parola di continuo, mi piaceva proprio il suono che produceva PO-LI-STI-RO-LO, sempre per la questione che io sono un amante delle singole parole più che delle storie in sè. Era musicale, mi piaceva molto, e l’ho utilizzata per raccontare la fine di un amore. Se ci penso adesso al fatto che si sgretola come un rapporto all’apice del suo insuccesso, capisco anche che in fondo un legame nell’incoscio lo covavo davvero.

Che progetti hai per il futuro? Da grande spero di poter fare il più possibile canzoni. Sogno una carriera come autore, oltre che come cantautore.  Te l’ho detto che amo le parole, no?

Scroll To Top